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	<title>Commenti a: De-drammatizzazione post-storica</title>
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	<description>Di che appassionarsi, se la nostra Storia è finita?</description>
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		<title>Di: Roberto Punzo</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/11/11/de-drammatizzazione-post-storica/#comment-18</link>
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Punzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Nov 2008 16:24:51 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://lucianodf.wordpress.com/?p=158#comment-18</guid>
		<description><![CDATA[Grazie, Adrian, per il riferimento a Galtung.
Risulta interessante anche per me, sia in merito alla violenza perpetrata ai danni del ‘desiderio di riconoscimento’ che in merito al ‘tempo’. Nella sua introduzione agli studi sulla pace, scritta nel 1996 (1), Galtung propone di affrontare i conflitti in modo non violento e creativo, sulla base della conoscenza relativa ai conflitti. Esempi di formazioni conflittuali elementari sono la disputa tra due persone, che perseguono lo stesso scopo scarsamente disponibile, ed il dilemma, per cui una persona persegue due scopi incompatibili. Sono conflitti che generano energia:
“Il problema è come incanalare quell’energia costruttivamente.” (2)
I conflitti, che sono evidentemente anche espressione di passioni timotiche, non possono né devono essere evitati, scongiurati, dissolti: essi sono pericolose occasioni, da cogliere, nelle quali la rinuncia, apaticamente, od il compromesso, con moderazione, non sono esiti necessari in alternativa alla risoluzione della questione con la forza e la violenza. I conflitti si possono anche trasformare creativamente (3), ma non in senso risolutivo, finale, una volta per tutte. Galtung propone una tipologia della violenza che si articolerebbe, secondo mia lettura, in ragione del ‘desiderio di riconoscimento’(4), potendosi distinguere tra violenza diretta e violenza strutturale. La prima assumerebbe le forme di desocializzazione e/o risocializzazione (ad esempio, proibizione e/o imposizione delle lingue), cittadinanza di seconda classe (l’essere costretti ad esprimere la cultura dominante e non la propria, almeno non negli spazi pubblici), repressione, detenzione, espulsione; la seconda assumerebbe le forme di penetrazione (“impiantare, per così dire, la mente di chi sta in alto dentro quella di chi sta in basso”), segmentazione (“dare a chi sta in basso una visione molto parziale di quel che succede”), marginalizzazione, frammentazione (“mantenere coloro che stanno in basso separati gli uni dagli altri”).  I tipi di violenza strutturale, perpetrata ai danni del ‘desiderio di riconoscimento’, impedirebbero la formazione della consapevolezza e della mobilità, due condizioni per la lotta efficace contro lo sfruttamento.(5) 
Ma interessante è anche quanto Galtung scrive a proposito del tempo, nell’ottica della de-drammatizzazione post-storica che osserviamo: il tempo, nella cosmologia occidentale, sarebbe “iperdrammatico”.  C’è il khronos, flusso del tempo fisico, oggettivamente, dalla Genesi all’Apocalisse, ovvero limitato. Ma ci sono anche le “bolle (!, esclamativo mio) temporali del kairos” (6), il tempo organico, soggettivo. Successi e fallimenti, salvezze e dannazioni, secondo incertezza, saranno  seguiti certamente, senza fine, eternamente, da beatitudine o sofferenza. “E tutto ciò nel breve intervallo tra nascita e morte della biografia … di una persona, della storia di una società … o dell’intero mondo, dalla Genesi all’Apocalisse. Cosa potrebbe esserci di più drammatico”? (7) In altre cosmologie, come quelle indica, nipponica, sinica, il tempo sarebbe illimitato.

(1)  “Pace con mezzi pacifici” di J. Galtung, esperia edizioni, Milano, 2000.
(2)  Ibidem, pag. 132-132.
(3)  Ibidem, 178.
(4)  Galtung scrive “bisogni di identità” e “bisogni di libertà”, ibidem, pag. 359.  
(5)  Ibidem, pag. 359-362. 
(6)  Ibidem, pag. 390. 
(7)  Ibidem, pag. 390.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie, Adrian, per il riferimento a Galtung.<br />
Risulta interessante anche per me, sia in merito alla violenza perpetrata ai danni del ‘desiderio di riconoscimento’ che in merito al ‘tempo’. Nella sua introduzione agli studi sulla pace, scritta nel 1996 (1), Galtung propone di affrontare i conflitti in modo non violento e creativo, sulla base della conoscenza relativa ai conflitti. Esempi di formazioni conflittuali elementari sono la disputa tra due persone, che perseguono lo stesso scopo scarsamente disponibile, ed il dilemma, per cui una persona persegue due scopi incompatibili. Sono conflitti che generano energia:<br />
“Il problema è come incanalare quell’energia costruttivamente.” (2)<br />
I conflitti, che sono evidentemente anche espressione di passioni timotiche, non possono né devono essere evitati, scongiurati, dissolti: essi sono pericolose occasioni, da cogliere, nelle quali la rinuncia, apaticamente, od il compromesso, con moderazione, non sono esiti necessari in alternativa alla risoluzione della questione con la forza e la violenza. I conflitti si possono anche trasformare creativamente (3), ma non in senso risolutivo, finale, una volta per tutte. Galtung propone una tipologia della violenza che si articolerebbe, secondo mia lettura, in ragione del ‘desiderio di riconoscimento’(4), potendosi distinguere tra violenza diretta e violenza strutturale. La prima assumerebbe le forme di desocializzazione e/o risocializzazione (ad esempio, proibizione e/o imposizione delle lingue), cittadinanza di seconda classe (l’essere costretti ad esprimere la cultura dominante e non la propria, almeno non negli spazi pubblici), repressione, detenzione, espulsione; la seconda assumerebbe le forme di penetrazione (“impiantare, per così dire, la mente di chi sta in alto dentro quella di chi sta in basso”), segmentazione (“dare a chi sta in basso una visione molto parziale di quel che succede”), marginalizzazione, frammentazione (“mantenere coloro che stanno in basso separati gli uni dagli altri”).  I tipi di violenza strutturale, perpetrata ai danni del ‘desiderio di riconoscimento’, impedirebbero la formazione della consapevolezza e della mobilità, due condizioni per la lotta efficace contro lo sfruttamento.(5)<br />
Ma interessante è anche quanto Galtung scrive a proposito del tempo, nell’ottica della de-drammatizzazione post-storica che osserviamo: il tempo, nella cosmologia occidentale, sarebbe “iperdrammatico”.  C’è il khronos, flusso del tempo fisico, oggettivamente, dalla Genesi all’Apocalisse, ovvero limitato. Ma ci sono anche le “bolle (!, esclamativo mio) temporali del kairos” (6), il tempo organico, soggettivo. Successi e fallimenti, salvezze e dannazioni, secondo incertezza, saranno  seguiti certamente, senza fine, eternamente, da beatitudine o sofferenza. “E tutto ciò nel breve intervallo tra nascita e morte della biografia … di una persona, della storia di una società … o dell’intero mondo, dalla Genesi all’Apocalisse. Cosa potrebbe esserci di più drammatico”? (7) In altre cosmologie, come quelle indica, nipponica, sinica, il tempo sarebbe illimitato.</p>
<p>(1)  “Pace con mezzi pacifici” di J. Galtung, esperia edizioni, Milano, 2000.<br />
(2)  Ibidem, pag. 132-132.<br />
(3)  Ibidem, 178.<br />
(4)  Galtung scrive “bisogni di identità” e “bisogni di libertà”, ibidem, pag. 359.<br />
(5)  Ibidem, pag. 359-362.<br />
(6)  Ibidem, pag. 390.<br />
(7)  Ibidem, pag. 390.</p>
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		<title>Di: Roberto Punzo</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/11/11/de-drammatizzazione-post-storica/#comment-8</link>
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Punzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 18:37:27 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://lucianodf.wordpress.com/?p=158#comment-8</guid>
		<description><![CDATA[In ragione della tesaurizzazione dell’ira nel tempo, mappe del tempo fungerebbero da preziose mappe del tesoro. Può essere interessante notare come una ‘topografia sociomentale del tempo passato’ (i)  sia stata proposta per descrivere la costruzione sociale del passato e gettare luce sulle battaglie mnemoniche, come quella  sul Kosovo. Per una politica della de-drammatizzazione post-storica, al di fuori quindi di teleologismo e di unilateralismo, occorre forse una certa disponibilità a considerare narrazioni storiche molteplici, poiché la selettività mnemonica motivata socialmente o politicamente porta al mancato riconoscimento di una narrazione storica diversa dalla propria. Non è questione di falsificazione, distorsione od omissione di fatti reali. Le pretese storiche dei serbi sul Kosovo possono essere relative all’occupazione della Serbia nel 1912, ma la narrazione albanese ricorda la ‘grande migrazione’ dei serbi nel 1690, che rese la comunità etnica degli albanesi quella principale in Kosovo; i serbi tuttavia ricordano che prima dell’albanizzazione indotta dagli ottomani, gli slavi avevano invaso la regione nel 547; la narrazione albanese ricorda allora che il Kosovo è abitato da tribù illiriche ‘indigene’ (ii). D’altra parte, per filogenesi e cuginanza, il nostro senso di parentela non andrebbe limitato agli ominidi: solo una qualche miopia genealogica ci impedisce di risalire nel tempo, al punto in cui le relative linee di discendenza divergono, per  dichiararci finalmente lontani cugini dell’uva (iii). Nelle comunità mnemoniche, ovvero comunità di individui dal passato comune che tutti gli individui sembrano ricordare, tale costruzione si realizza attraverso la strutturazione in narrazioni storiche coerenti di stringhe di eventi fondamentalmente non strutturate (iv). La punteggiatura sociale del passato è tale per cui la discontinuità temporale sarebbe una forma di discontinuità mentale  ed eventi come il polverizzarsi del World Trade Center sarebbero assunti come punti di partenza storici, secondo una pratica  sociomnemonica del resettare a zero il cronometro storico di una comunità menmonica, come se fosse da non ricordare quanto di ‘irrilevante’ avvenuto prima: apparentemente innocua ma certo brutale ‘decapitazione mnemonica’. Così, nel 2001, gli USA ‘retaliate’ (v), si vendicano, vendetta originariamente denominata ‘Operation Infinite Justice’ (vi).  Per la tesaurizzazione del sentimento del torto subito è utile mantenere ‘aggiornato’ il proprio passato per renderlo congruente con la propria immagine attuale, ad esempio sincronizzare tempo storico e calendario, per una timotologia ritualizzata. In Francia, alla luce di un rapporto del Parlamento, qualcuno pensa che non sia sano il moltiplicarsi delle giornate di pentimento per soddisfare un gruppo di vittime, perché ciò significherebbe indebolire la coscienza nazionale (vii).  

(i) In ‘Mappe del tempo’ di E. Zerubavel, il Mulino, Bologna, 2005 
(ii) Ibidem, pag. 186
(iii) Ibidem, pag. 128
(iv) Ibidem, pag. 29
(v) http://www.september11news.com/October.htm
(vi) http://www.globalsecurity.org/military/ops/infinite-justice.htm
(vii) ‘Così la Francia riscrive il suo calendario’, articolo nel quotidiano la Repubblica del 11/11/08, pag. 34]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In ragione della tesaurizzazione dell’ira nel tempo, mappe del tempo fungerebbero da preziose mappe del tesoro. Può essere interessante notare come una ‘topografia sociomentale del tempo passato’ (i)  sia stata proposta per descrivere la costruzione sociale del passato e gettare luce sulle battaglie mnemoniche, come quella  sul Kosovo. Per una politica della de-drammatizzazione post-storica, al di fuori quindi di teleologismo e di unilateralismo, occorre forse una certa disponibilità a considerare narrazioni storiche molteplici, poiché la selettività mnemonica motivata socialmente o politicamente porta al mancato riconoscimento di una narrazione storica diversa dalla propria. Non è questione di falsificazione, distorsione od omissione di fatti reali. Le pretese storiche dei serbi sul Kosovo possono essere relative all’occupazione della Serbia nel 1912, ma la narrazione albanese ricorda la ‘grande migrazione’ dei serbi nel 1690, che rese la comunità etnica degli albanesi quella principale in Kosovo; i serbi tuttavia ricordano che prima dell’albanizzazione indotta dagli ottomani, gli slavi avevano invaso la regione nel 547; la narrazione albanese ricorda allora che il Kosovo è abitato da tribù illiriche ‘indigene’ (ii). D’altra parte, per filogenesi e cuginanza, il nostro senso di parentela non andrebbe limitato agli ominidi: solo una qualche miopia genealogica ci impedisce di risalire nel tempo, al punto in cui le relative linee di discendenza divergono, per  dichiararci finalmente lontani cugini dell’uva (iii). Nelle comunità mnemoniche, ovvero comunità di individui dal passato comune che tutti gli individui sembrano ricordare, tale costruzione si realizza attraverso la strutturazione in narrazioni storiche coerenti di stringhe di eventi fondamentalmente non strutturate (iv). La punteggiatura sociale del passato è tale per cui la discontinuità temporale sarebbe una forma di discontinuità mentale  ed eventi come il polverizzarsi del World Trade Center sarebbero assunti come punti di partenza storici, secondo una pratica  sociomnemonica del resettare a zero il cronometro storico di una comunità menmonica, come se fosse da non ricordare quanto di ‘irrilevante’ avvenuto prima: apparentemente innocua ma certo brutale ‘decapitazione mnemonica’. Così, nel 2001, gli USA ‘retaliate’ (v), si vendicano, vendetta originariamente denominata ‘Operation Infinite Justice’ (vi).  Per la tesaurizzazione del sentimento del torto subito è utile mantenere ‘aggiornato’ il proprio passato per renderlo congruente con la propria immagine attuale, ad esempio sincronizzare tempo storico e calendario, per una timotologia ritualizzata. In Francia, alla luce di un rapporto del Parlamento, qualcuno pensa che non sia sano il moltiplicarsi delle giornate di pentimento per soddisfare un gruppo di vittime, perché ciò significherebbe indebolire la coscienza nazionale (vii).  </p>
<p>(i) In ‘Mappe del tempo’ di E. Zerubavel, il Mulino, Bologna, 2005<br />
(ii) Ibidem, pag. 186<br />
(iii) Ibidem, pag. 128<br />
(iv) Ibidem, pag. 29<br />
(v) <a href="http://www.september11news.com/October.htm" rel="nofollow">http://www.september11news.com/October.htm</a><br />
(vi) <a href="http://www.globalsecurity.org/military/ops/infinite-justice.htm" rel="nofollow">http://www.globalsecurity.org/military/ops/infinite-justice.htm</a><br />
(vii) ‘Così la Francia riscrive il suo calendario’, articolo nel quotidiano la Repubblica del 11/11/08, pag. 34</p>
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