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	<title>Commenti a: Memoria, oblio, vendetta</title>
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	<description>Di che appassionarsi, se la nostra Storia è finita?</description>
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		<title>Di: Silvia</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/11/18/memroia-oblio-vendetta/#comment-23</link>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2008 12:55:11 +0000</pubDate>
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		<description>La memoria, a volte,  può essere fautrice di angosce perenni, un rimuginare castrante che porta il soggetto a coltivare dentro di sé sensi di colpa e contorsionismi mentali che spesso e volentieri sono causa di azioni pre-meditate per lungo – troppo -  tempo – ma anche pregne di un’impulsività imprescindibile. Soprattutto se tutto questo viene inserito nell’ambito di sentimenti vendicativi. L’impulso ritardato. Il progetto di vendetta trascinato sino alla perfetta minuziosità del particolare.  Ma il tempo è complice in tutto questo? Il rimuginare e ricordare continuamente non fanno altro che delimitare il campo della nitidezza del ricordo. La memoria è “distrattiva e fuorviante”. Con lo scorrere degli attimi, uno dietro l’altro, ci dimentichiamo di ricordare ciò che è stato reale. Modifichiamo e modelliamo il ricordo a nostro piacimento. Le intenzioni vendicative rimangono le stesse. Ma, il rancore e le motivazioni finalizzate alla vendetta aumentano a dismisura. Interiorizzazione del rancore e tempo che scorre: cause entrambe di una crescita “patetica” dell’animale che è in ognuno di noi. Serbare, nascondere, rintuzzare, dissotterrare cadaveri di cattiveria e ingiustizia subiti da ciascuno, ci fa essere sempre più violenti. E ci fa anche comodo “ritardare” la vendetta, in qualche modo. Cito Borges, il quale incide uno schizzo fugace sulla nostra condizione di esseri umani che si “adagiano” sui comodi guanciali del tempo: “il fatto è che viviamo ritardando tutto il ritardabile; forse sappiamo tutti profondamente che siamo immortali e che, presto o tardi, ogni uomo farà tutte le cose e saprà tutto”. E, aggiungerei, legandomi al discorso sopramenzionato, che “ritardando il ritardabile” e crogiolandoci nella possibilità di un domani remunerativo, che separi i giusti dai meno giusti, cresce in noi quella sicurezza palpabile di vedere, una volta per tutte, rivendicati i nostri diritti di uomini che agiscono giustamente. 
Dunque sarà necessario dosare equamente la nostra capacità di oblio e memoria. Come abbiamo visto la nostra memoria non è mai totalmente veritiera: semplicemente modificabile e modificata. Il tempo si trova al suo servizio perché lascia che modifichi i ricordi a suo piacimento, ingrandendoli (nel caso di propositi vendicativi) e svelando l’animalità inconscia dell’uomo. Sarà meglio obliare del tutto e lasciare che le immagini dei torti subiti svaniscano completamente o rinvangare quotidianamente il passato e diventare fautori di vendette che surclassino il motivo che le ha scatenate? Nel primo caso ci sentiremo responsabili della nostra leggerezza di giudizio. Saremmo colti da sentimenti di colpa inauditi. Pigrizia in bilico. Azione mancata. Nel secondo caso saremmo pressati da quella “condizione di eterno prigioniero” tipica del Funès borgesiano. Ma un Funès cattivo e “mediocre”, quello che non raccoglie passivamente tutto nella sua memoria enciclopedica, incapace di agire perché paralizzato su una sedia dopo essere stato travolto da un cavallo selvaggio. Un Funès che ha recuperato la mobilità e perso parzialmente la capacità minuziosa di ricordare tutto. E che, presuntuoso, crede di essere sempre nel giusto nel vendicare i torti subiti. Ma saranno davvero quelli? 
Forse, la cosa migliore è trovare nella “via di mezzo” la soluzione. Dosare, calibrare e controllare – regolando a volte – oblio e memoria. Per non rischiare di diventare automi superficiali che si adeguano alle regole dell’ipocrisia odierna. Per non rischiare di retrocedere a quello stato di primitività selvaggia qualificata solo negli eccessi. 
Questa piccola intrusione nel rapporto memoria e tempo legata al rancore che crescendo si fa vendetta, vuole essere semplicemente solo uno dei tanti punti di vista legati a questo immenso tema dell’ira e della vendetta. Punti di vista. Soggettività che agiscono. Non è, però, qualcosa che possa essere generalizzato. Forse sarebbe meglio dimenticare per non adirarsi. Ma è inevitabile sviluppare del rancore. Il tempo può solo aiutarci a metterlo da parte (definitivamente ?) o coltivarlo fino alle sue conseguenze più estreme: la vendetta. 


A questo proposito vorrei consigliare la visione di Memento. Rende chiaramente l’idea del rapporto tra oblio (come vera e propria amnesia) e vendetta (giusta o ingiusta?).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La memoria, a volte,  può essere fautrice di angosce perenni, un rimuginare castrante che porta il soggetto a coltivare dentro di sé sensi di colpa e contorsionismi mentali che spesso e volentieri sono causa di azioni pre-meditate per lungo – troppo &#8211;  tempo – ma anche pregne di un’impulsività imprescindibile. Soprattutto se tutto questo viene inserito nell’ambito di sentimenti vendicativi. L’impulso ritardato. Il progetto di vendetta trascinato sino alla perfetta minuziosità del particolare.  Ma il tempo è complice in tutto questo? Il rimuginare e ricordare continuamente non fanno altro che delimitare il campo della nitidezza del ricordo. La memoria è “distrattiva e fuorviante”. Con lo scorrere degli attimi, uno dietro l’altro, ci dimentichiamo di ricordare ciò che è stato reale. Modifichiamo e modelliamo il ricordo a nostro piacimento. Le intenzioni vendicative rimangono le stesse. Ma, il rancore e le motivazioni finalizzate alla vendetta aumentano a dismisura. Interiorizzazione del rancore e tempo che scorre: cause entrambe di una crescita “patetica” dell’animale che è in ognuno di noi. Serbare, nascondere, rintuzzare, dissotterrare cadaveri di cattiveria e ingiustizia subiti da ciascuno, ci fa essere sempre più violenti. E ci fa anche comodo “ritardare” la vendetta, in qualche modo. Cito Borges, il quale incide uno schizzo fugace sulla nostra condizione di esseri umani che si “adagiano” sui comodi guanciali del tempo: “il fatto è che viviamo ritardando tutto il ritardabile; forse sappiamo tutti profondamente che siamo immortali e che, presto o tardi, ogni uomo farà tutte le cose e saprà tutto”. E, aggiungerei, legandomi al discorso sopramenzionato, che “ritardando il ritardabile” e crogiolandoci nella possibilità di un domani remunerativo, che separi i giusti dai meno giusti, cresce in noi quella sicurezza palpabile di vedere, una volta per tutte, rivendicati i nostri diritti di uomini che agiscono giustamente.<br />
Dunque sarà necessario dosare equamente la nostra capacità di oblio e memoria. Come abbiamo visto la nostra memoria non è mai totalmente veritiera: semplicemente modificabile e modificata. Il tempo si trova al suo servizio perché lascia che modifichi i ricordi a suo piacimento, ingrandendoli (nel caso di propositi vendicativi) e svelando l’animalità inconscia dell’uomo. Sarà meglio obliare del tutto e lasciare che le immagini dei torti subiti svaniscano completamente o rinvangare quotidianamente il passato e diventare fautori di vendette che surclassino il motivo che le ha scatenate? Nel primo caso ci sentiremo responsabili della nostra leggerezza di giudizio. Saremmo colti da sentimenti di colpa inauditi. Pigrizia in bilico. Azione mancata. Nel secondo caso saremmo pressati da quella “condizione di eterno prigioniero” tipica del Funès borgesiano. Ma un Funès cattivo e “mediocre”, quello che non raccoglie passivamente tutto nella sua memoria enciclopedica, incapace di agire perché paralizzato su una sedia dopo essere stato travolto da un cavallo selvaggio. Un Funès che ha recuperato la mobilità e perso parzialmente la capacità minuziosa di ricordare tutto. E che, presuntuoso, crede di essere sempre nel giusto nel vendicare i torti subiti. Ma saranno davvero quelli?<br />
Forse, la cosa migliore è trovare nella “via di mezzo” la soluzione. Dosare, calibrare e controllare – regolando a volte – oblio e memoria. Per non rischiare di diventare automi superficiali che si adeguano alle regole dell’ipocrisia odierna. Per non rischiare di retrocedere a quello stato di primitività selvaggia qualificata solo negli eccessi.<br />
Questa piccola intrusione nel rapporto memoria e tempo legata al rancore che crescendo si fa vendetta, vuole essere semplicemente solo uno dei tanti punti di vista legati a questo immenso tema dell’ira e della vendetta. Punti di vista. Soggettività che agiscono. Non è, però, qualcosa che possa essere generalizzato. Forse sarebbe meglio dimenticare per non adirarsi. Ma è inevitabile sviluppare del rancore. Il tempo può solo aiutarci a metterlo da parte (definitivamente ?) o coltivarlo fino alle sue conseguenze più estreme: la vendetta. </p>
<p>A questo proposito vorrei consigliare la visione di Memento. Rende chiaramente l’idea del rapporto tra oblio (come vera e propria amnesia) e vendetta (giusta o ingiusta?).</p>
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		<title>Di: Antonio Lucci</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/11/18/memroia-oblio-vendetta/#comment-20</link>
		<dc:creator>Antonio Lucci</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2008 10:43:29 +0000</pubDate>
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		<description>Una segnalazione cinematografica:
Il regista coreano Park Chan-Wook ha dedicato alla vendetta una trilogia; Mr. Vendetta, Old boy, Lady Vendetta.
In particolare Old Boy (che nel 2004 ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes) ripende i temi dell&#039;oblio e del suo legame con la giustizia e la vendetta, fino ad arrivare al tema della traccia mnestica.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Una segnalazione cinematografica:<br />
Il regista coreano Park Chan-Wook ha dedicato alla vendetta una trilogia; Mr. Vendetta, Old boy, Lady Vendetta.<br />
In particolare Old Boy (che nel 2004 ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes) ripende i temi dell&#8217;oblio e del suo legame con la giustizia e la vendetta, fino ad arrivare al tema della traccia mnestica.</p>
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