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	<title>Commenti per Passioni e post-storia</title>
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	<description>Di che appassionarsi, se la nostra Storia è finita?</description>
	<lastBuildDate>Mon, 01 Feb 2010 17:44:43 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Commenti su La prima parola dell&#8217;Occidente di Paolo Massari</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/10/21/la-prima-parola-delloccidente/#comment-68</link>
		<dc:creator>Paolo Massari</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 17:44:43 +0000</pubDate>
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		<description>*riferendosi alla sentenza del 28 gennaio, si alludeva al giudizio espresso in appello che ribaltò nel febbraio 2009 l&#039;assoluzione formulata in primo grado.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>*riferendosi alla sentenza del 28 gennaio, si alludeva al giudizio espresso in appello che ribaltò nel febbraio 2009 l&#8217;assoluzione formulata in primo grado.</p>
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		<title>Commenti su La prima parola dell&#8217;Occidente di Paolo Massari</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/10/21/la-prima-parola-delloccidente/#comment-67</link>
		<dc:creator>Paolo Massari</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 15:48:28 +0000</pubDate>
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		<description>“Noi volevamo dei responsabili e ora ci sono. Volevamo giustizia e verità ed è stata fatta”. 
Si è espresso così Antonio Morelli, il presidente del comitato delle vittime della scuola di San Giuliano di Puglia, dopo la sentenza della Cassazione che ha condannato i cinque imputati per il crollo della scuola in cui persero la vita 27 bambini e una maestra. 
La lotta per la giustizia combattuta da questi genitori è iniziata immediatamente, più di sette anni fa, fin dal giorno dei funerali dei bambini quando una madre, Nunziatina Porrazzo, lanciò un appello alle istituzioni italiane perché le vittime avessero giustizia.
A San Giuliano nessun altro edificio si è sbriciolato su se stesso con la scossa del 31 ottobre 2002: solo la scuola. Ed è ancora più impressionante se si vede qualche immagina girata dall’alto, eloquente più di tutto il resto.
Era chiaro che la responsabilità di tanta morte non fosse della natura ma dell’uomo (la scuola subì una sopraelevazione a cui non poteva resistere). E se già il pensare che è stato per un evento naturale, un cataclisma, non è affatto consolante, specialmente rispetto alla morte di bambini, quando è evidente che la natura non c’entra si avverte un’ira ancora più profonda, che poi si tramuta in necessità di giustizia.
Nella sentenza di primo grado, il  15 luglio 2007, la giustizia fu negata: gli imputati per il crollo furono assolti perché “Il fatto non sussiste. Non sussiste perché non è stato sufficientemente provato”. Il giudice, dolo aver letto la sentenza, scappò quasi. 
Si verificò quello che ha scritto Sloterdijk in Ira e tempo: “così sorge il processo privo di un verdetto soddisfacente che evoca nell’accusatore la sensazione che nel procedimento gli si faccia un torto aggiuntivo ancora più grande”.
Dopo questo torto più grande, dopo che i bambini “erano morti una seconda volta”, i genitori di San Giuliano, “traditi da questo stato al punto di vergognarci di essere italiani”, hanno bruciato le loro schede elettorali. 
Un anno dopo la sentenza, il 18 settembre 2008,  a San Giuliano il Presidente del Consiglio Berlusconi ha inaugurato assieme al Ministro Gelmini la nuova scuola, che è oggi la più sicura di tutta Italia e che è stata intilotata ai bambini. Ecco come si rivolse il presidente del comitato vittime Morelli a Berlusconi: &quot;E&#039; stata strumentalizzata la morte dei nostri figli per fare arrivare milioni di euro senza che ce ne fosse bisogno. E intanto noi non abbiamo avuto giustizia&quot;. 
Il 28 gennaio la Cassazione ha confermato la condanna espressa in giudizio. Forse i bambini hanno finalmente avuto giustizia, e l’ira un po’ si è placata.
Certamente i bambini che sono sopravvissuti al crollo non dimenticheranno mai le maledizioni che in quel paese dilaniato venivano lanciate loro dalle nonne dei bambini morti, così irate da accusare i bambini di essere vivi, come se fosse stata la loro sopravvivenza ad aver ucciso i loro nipoti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>“Noi volevamo dei responsabili e ora ci sono. Volevamo giustizia e verità ed è stata fatta”.<br />
Si è espresso così Antonio Morelli, il presidente del comitato delle vittime della scuola di San Giuliano di Puglia, dopo la sentenza della Cassazione che ha condannato i cinque imputati per il crollo della scuola in cui persero la vita 27 bambini e una maestra.<br />
La lotta per la giustizia combattuta da questi genitori è iniziata immediatamente, più di sette anni fa, fin dal giorno dei funerali dei bambini quando una madre, Nunziatina Porrazzo, lanciò un appello alle istituzioni italiane perché le vittime avessero giustizia.<br />
A San Giuliano nessun altro edificio si è sbriciolato su se stesso con la scossa del 31 ottobre 2002: solo la scuola. Ed è ancora più impressionante se si vede qualche immagina girata dall’alto, eloquente più di tutto il resto.<br />
Era chiaro che la responsabilità di tanta morte non fosse della natura ma dell’uomo (la scuola subì una sopraelevazione a cui non poteva resistere). E se già il pensare che è stato per un evento naturale, un cataclisma, non è affatto consolante, specialmente rispetto alla morte di bambini, quando è evidente che la natura non c’entra si avverte un’ira ancora più profonda, che poi si tramuta in necessità di giustizia.<br />
Nella sentenza di primo grado, il  15 luglio 2007, la giustizia fu negata: gli imputati per il crollo furono assolti perché “Il fatto non sussiste. Non sussiste perché non è stato sufficientemente provato”. Il giudice, dolo aver letto la sentenza, scappò quasi.<br />
Si verificò quello che ha scritto Sloterdijk in Ira e tempo: “così sorge il processo privo di un verdetto soddisfacente che evoca nell’accusatore la sensazione che nel procedimento gli si faccia un torto aggiuntivo ancora più grande”.<br />
Dopo questo torto più grande, dopo che i bambini “erano morti una seconda volta”, i genitori di San Giuliano, “traditi da questo stato al punto di vergognarci di essere italiani”, hanno bruciato le loro schede elettorali.<br />
Un anno dopo la sentenza, il 18 settembre 2008,  a San Giuliano il Presidente del Consiglio Berlusconi ha inaugurato assieme al Ministro Gelmini la nuova scuola, che è oggi la più sicura di tutta Italia e che è stata intilotata ai bambini. Ecco come si rivolse il presidente del comitato vittime Morelli a Berlusconi: &#8220;E&#8217; stata strumentalizzata la morte dei nostri figli per fare arrivare milioni di euro senza che ce ne fosse bisogno. E intanto noi non abbiamo avuto giustizia&#8221;.<br />
Il 28 gennaio la Cassazione ha confermato la condanna espressa in giudizio. Forse i bambini hanno finalmente avuto giustizia, e l’ira un po’ si è placata.<br />
Certamente i bambini che sono sopravvissuti al crollo non dimenticheranno mai le maledizioni che in quel paese dilaniato venivano lanciate loro dalle nonne dei bambini morti, così irate da accusare i bambini di essere vivi, come se fosse stata la loro sopravvivenza ad aver ucciso i loro nipoti.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Spaesamento di mauro savino</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/12/24/spaesamento/#comment-66</link>
		<dc:creator>mauro savino</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 09:07:00 +0000</pubDate>
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		<description>E&#039; vero che i due concetti, di bisogno e desiderio, non vanno confusi. Tant&#039;è vero che Kant parla della facoltà di desiderare come di una facoltà dell&#039;animo guidata dalla ragione in vista della destinazione conclusiva dell&#039;uomo: desiderare, senza avere di mira l&#039;interesse contingente equivale a concepire se stessi come scopo finale della natura. Ciò che avviene e vuol avvenire nei fatti, attraverso la libertà, nome della messa in atto del concetto sovrasensibile di moralità. Con tutto ciò, è chiaro, il bisogno non c&#039;entra un ette. 
Ora, Simona ha certamente ragione quando critica l&#039;affezione per i beni di consumo dell&#039;uomo post-storico, o dell&#039;uomo &#039;dentro il capitale&#039;, per dirla con Sloterdijk, e ciò nel senso non marionettistico che da alla cosa tanto partigianesimo di sinistra, di buone intenzioni ma che finisce con l&#039;alimentare perlopiù i sogni missionari di una gioventù senza entusiasmo e senza un riferimento. Ma a ciò si lega, con forza pari e contraria, un altro genere di bisogno, quello che ha a che fare con la sopravvivenza bruta. Si ha bisogno sempre più beni di consumo di cui non si può fare a meno, essendo divenuto un lusso, per la maggioranza, e specie in questo quartierino chiamato Italia, dedicarsi a diletti maggiori. Dal bisogno di beni alla necessità di beni. Sempre più, pur continuando a sentire il bisogno di quel che non si ha, si diffonde il bisogno di quel che si dovrebbe avere e che viene negato. Oltre che per ragioni culturali, è, credo, soprattutto per quest&#039;ultima ragione che, per esempio, il desiderio di studiare Filosofia susciti perplessità. Non si tratta soltanto della domanda dell&#039;uomo della strada, ma non solo, ovviamente, che si chiede: &quot;A che serve la Filosofia?&quot;. Si tratta anche, e soprattutto, della domanda: &quot;Come vivere con la Filosofia?&quot;. La prima questione vorrei qui lasciarla alla buona volontà d&#039;ognuno. Alla seconda questione risponde a sufficienza l&#039;Italia. 
Le &quot;espressioni facciali alquanto imbarazzanti&quot; in cui s&#039;imbatte Simona quando osa dire che studia Filosofia, provengono, parlando, ma non solo, di questo Paese, da questo sentimento diffuso d&#039;indigenza incombente, da una cancrena culturale e politica, che avanza inghiottendo le passioni e le intelligenze, e, anche, da un sistema di valori (la vulgata dell&#039;assenza di valori è una panzana: ce ne sono semplicemente di diversi) che predilige il soddisfacimento di se nel godimento immediato. Di fronte a tutto questo, pur riscaldandomi al fuoco di Abelardo o Erasmo, mi viene da dire quello che pare abbia detto Socrate a proposito di Eraclito: &quot;Alcune cose le ho capite, altre no. Ci vorrebbe un tuffatore delio.&quot; Io capisco il desiderio e la passione. E capisco il bisogno come urgenza vitale. Non capisco chi amputa il primo, uccide la seconda, e si fa beffe del terzo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; vero che i due concetti, di bisogno e desiderio, non vanno confusi. Tant&#8217;è vero che Kant parla della facoltà di desiderare come di una facoltà dell&#8217;animo guidata dalla ragione in vista della destinazione conclusiva dell&#8217;uomo: desiderare, senza avere di mira l&#8217;interesse contingente equivale a concepire se stessi come scopo finale della natura. Ciò che avviene e vuol avvenire nei fatti, attraverso la libertà, nome della messa in atto del concetto sovrasensibile di moralità. Con tutto ciò, è chiaro, il bisogno non c&#8217;entra un ette.<br />
Ora, Simona ha certamente ragione quando critica l&#8217;affezione per i beni di consumo dell&#8217;uomo post-storico, o dell&#8217;uomo &#8216;dentro il capitale&#8217;, per dirla con Sloterdijk, e ciò nel senso non marionettistico che da alla cosa tanto partigianesimo di sinistra, di buone intenzioni ma che finisce con l&#8217;alimentare perlopiù i sogni missionari di una gioventù senza entusiasmo e senza un riferimento. Ma a ciò si lega, con forza pari e contraria, un altro genere di bisogno, quello che ha a che fare con la sopravvivenza bruta. Si ha bisogno sempre più beni di consumo di cui non si può fare a meno, essendo divenuto un lusso, per la maggioranza, e specie in questo quartierino chiamato Italia, dedicarsi a diletti maggiori. Dal bisogno di beni alla necessità di beni. Sempre più, pur continuando a sentire il bisogno di quel che non si ha, si diffonde il bisogno di quel che si dovrebbe avere e che viene negato. Oltre che per ragioni culturali, è, credo, soprattutto per quest&#8217;ultima ragione che, per esempio, il desiderio di studiare Filosofia susciti perplessità. Non si tratta soltanto della domanda dell&#8217;uomo della strada, ma non solo, ovviamente, che si chiede: &#8220;A che serve la Filosofia?&#8221;. Si tratta anche, e soprattutto, della domanda: &#8220;Come vivere con la Filosofia?&#8221;. La prima questione vorrei qui lasciarla alla buona volontà d&#8217;ognuno. Alla seconda questione risponde a sufficienza l&#8217;Italia.<br />
Le &#8220;espressioni facciali alquanto imbarazzanti&#8221; in cui s&#8217;imbatte Simona quando osa dire che studia Filosofia, provengono, parlando, ma non solo, di questo Paese, da questo sentimento diffuso d&#8217;indigenza incombente, da una cancrena culturale e politica, che avanza inghiottendo le passioni e le intelligenze, e, anche, da un sistema di valori (la vulgata dell&#8217;assenza di valori è una panzana: ce ne sono semplicemente di diversi) che predilige il soddisfacimento di se nel godimento immediato. Di fronte a tutto questo, pur riscaldandomi al fuoco di Abelardo o Erasmo, mi viene da dire quello che pare abbia detto Socrate a proposito di Eraclito: &#8220;Alcune cose le ho capite, altre no. Ci vorrebbe un tuffatore delio.&#8221; Io capisco il desiderio e la passione. E capisco il bisogno come urgenza vitale. Non capisco chi amputa il primo, uccide la seconda, e si fa beffe del terzo.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Spaesamento di Simona Giancola</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/12/24/spaesamento/#comment-65</link>
		<dc:creator>Simona Giancola</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 19:17:10 +0000</pubDate>
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		<description>&quot;Al suo interno l’uomo è prima di tutto un essere che desidera. Non in senso materialistico, ma edonistico: dall’epoca moderna in poi, l’uomo occidentale cerca la felicità tramite il possesso di oggetti e consumo di merci”.

Avendo seguito il corso sul desiderare nella post-storia queste parole di Sloterdijk mi hanno immediatamente colpita.

L’autore all’inizio del suo discorso descrive il desiderio come qualcosa proprio dell’uomo, come qualcosa che è l’uomo, come qualcosa che, appunto, è indiscutibilmente la natura dell’uomo. 
Questa credo sia un’opinione ampiamente condivisibile. Le scuole di pensiero si dividono infatti sul che del desiderio e sul processo che questo innesca all’interno di ogni individuale coscienza. 
Leggendo questo piccolo tratto dell’intervista a Sloterdijk mi viene subito in mente quello che Deleuze specifica parlando del desiderio; egli infatti ha subito chiarito come questo non derivi da una mancanza, ma sia proprio un attività: il desiderio, e quindi il desiderare, è un processo in cui risulta sempre molto difficile, persino impossibile, individuare delle parti immutabili, qualcosa che rimane lo stesso nonostante il movimento.
Questo può spiegare il motivo per il quale il desiderio non può derivare da una mancanza, perché se così fosse dovremmo avere un oggetto, una sostanza, un elemento preciso e definito in grado di eliminare il desiderio. 
Questo magari potrebbe valere per il bisogno, ma la situazione si complica non appena pensiamo a quello che sosteneva Freud : il bisogno, una volta soddisfatto, ritornerà prima o poi a bussare alla nostra porta; soddisferà solo momentaneamente una mancanza. E bisognerebbe inoltre riflettere sul fatto che se il bisogno viene soddisfatto solo momentaneamente forse è anche azzardato parlare di soddisfazione, dovremmo piuttosto dire che una semplice azione, o un oggetto, riusciranno a Sospendere quel bisogno.
Sloterdijk si rende conto di come nella post-storia il bisogno si sia sostituito al desiderio, ma il problema non è neanche questo; la cosa più grave è che la nostra epoca  abbia scambiato i termini, e che chiama col nome di desiderio quello che invece è bisogno, e che proponga, travestendolo, un concetto vuoto e inumano di felicità, appunto quello che proviene dal possesso degli oggetti. 
Il problema è capire quanta responsabilità abbia l’uomo in quanto individuo quando cerca felicità negli oggetti, nel consumo. Io credo che ne abbia abbastanza. Per quanto un’epoca, un contesto storico, possano cercare di stravolgere l’uomo e il suo desiderare, penso che l’individuo, ad un certo punto, si accorgerà che quei beni materiali non danno la felicità, e neanche la serenità, e dovrà, a quel punto, cercare di andare oltre.
 Ma ora pochi hanno voglia di farlo. O forse qualcuno si convince di stare bene. In ogni caso la questione è difficile da sciogliere, e qui mi permetto solo di accennarla, probabilmente perché la sento molto vicina, probabilmente perché ogni volta che dico di essere iscritta alla facoltà di filosofia mi imbatto in espressioni facciali alquanto imbarazzanti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Al suo interno l’uomo è prima di tutto un essere che desidera. Non in senso materialistico, ma edonistico: dall’epoca moderna in poi, l’uomo occidentale cerca la felicità tramite il possesso di oggetti e consumo di merci”.</p>
<p>Avendo seguito il corso sul desiderare nella post-storia queste parole di Sloterdijk mi hanno immediatamente colpita.</p>
<p>L’autore all’inizio del suo discorso descrive il desiderio come qualcosa proprio dell’uomo, come qualcosa che è l’uomo, come qualcosa che, appunto, è indiscutibilmente la natura dell’uomo.<br />
Questa credo sia un’opinione ampiamente condivisibile. Le scuole di pensiero si dividono infatti sul che del desiderio e sul processo che questo innesca all’interno di ogni individuale coscienza.<br />
Leggendo questo piccolo tratto dell’intervista a Sloterdijk mi viene subito in mente quello che Deleuze specifica parlando del desiderio; egli infatti ha subito chiarito come questo non derivi da una mancanza, ma sia proprio un attività: il desiderio, e quindi il desiderare, è un processo in cui risulta sempre molto difficile, persino impossibile, individuare delle parti immutabili, qualcosa che rimane lo stesso nonostante il movimento.<br />
Questo può spiegare il motivo per il quale il desiderio non può derivare da una mancanza, perché se così fosse dovremmo avere un oggetto, una sostanza, un elemento preciso e definito in grado di eliminare il desiderio.<br />
Questo magari potrebbe valere per il bisogno, ma la situazione si complica non appena pensiamo a quello che sosteneva Freud : il bisogno, una volta soddisfatto, ritornerà prima o poi a bussare alla nostra porta; soddisferà solo momentaneamente una mancanza. E bisognerebbe inoltre riflettere sul fatto che se il bisogno viene soddisfatto solo momentaneamente forse è anche azzardato parlare di soddisfazione, dovremmo piuttosto dire che una semplice azione, o un oggetto, riusciranno a Sospendere quel bisogno.<br />
Sloterdijk si rende conto di come nella post-storia il bisogno si sia sostituito al desiderio, ma il problema non è neanche questo; la cosa più grave è che la nostra epoca  abbia scambiato i termini, e che chiama col nome di desiderio quello che invece è bisogno, e che proponga, travestendolo, un concetto vuoto e inumano di felicità, appunto quello che proviene dal possesso degli oggetti.<br />
Il problema è capire quanta responsabilità abbia l’uomo in quanto individuo quando cerca felicità negli oggetti, nel consumo. Io credo che ne abbia abbastanza. Per quanto un’epoca, un contesto storico, possano cercare di stravolgere l’uomo e il suo desiderare, penso che l’individuo, ad un certo punto, si accorgerà che quei beni materiali non danno la felicità, e neanche la serenità, e dovrà, a quel punto, cercare di andare oltre.<br />
 Ma ora pochi hanno voglia di farlo. O forse qualcuno si convince di stare bene. In ogni caso la questione è difficile da sciogliere, e qui mi permetto solo di accennarla, probabilmente perché la sento molto vicina, probabilmente perché ogni volta che dico di essere iscritta alla facoltà di filosofia mi imbatto in espressioni facciali alquanto imbarazzanti.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La mente politica di Kataweb.it - Blog - TUSITALA &#187; Blog Archive &#187; La mente politica</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/12/12/260/#comment-62</link>
		<dc:creator>Kataweb.it - Blog - TUSITALA &#187; Blog Archive &#187; La mente politica</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 11:42:42 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://passionipoststoria.com/?p=260#comment-62</guid>
		<description>[...] http://passionipoststoria.com/2008/12/12/260/ [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] <a href="http://passionipoststoria.com/2008/12/12/260/" rel="nofollow">http://passionipoststoria.com/2008/12/12/260/</a> [...]</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Spaesamento di Mauro Savino</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/12/24/spaesamento/#comment-60</link>
		<dc:creator>Mauro Savino</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2009 11:31:06 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://passionipoststoria.com/?p=310#comment-60</guid>
		<description>Il sostanziale fallimento di quello che Sloterdijk chiama &#039;fascismo di sinistra&#039; - gli scarponi chiodati di Lenin e la ferraglia bucolica di Mao - ma va ricordato che un Sartre fece finta di non sapere - lascia aperto l&#039;interrogativo sulla fatticità di certe avventure timotiche. Il rancore incapsulato nei partiti-persona, ma anche l&#039;ira antipolitica e liberatoria di cui si è già detto più volte, falliscono nel momento del passaggio all&#039;atto. Ma questo è già di pertinenza degli storici. Domando: il fallimento delle egoità al potere non intercetta forse, già a monte, una impossibilità storica a-venire? Guardiamo, ad esempio, alla genealogia di certe riproposizioni carnascialesche del momento timotico &#039;forte&#039; quale fu incarnato dal Fascismo. Ci sarebbe molto da dire su questo momento trascendentale dell&#039;ira, su questa &#039;purezza&#039; metafisica dell&#039;ira, e non a caso voglio prendere in considerazione l&#039;estremismo fascista, che nel suo essere &#039;definitivo&#039; fa ben comprendere questo movimento timotico ante factum. Nei &#039;Taccuini mussoliniani&#039; De Begnac riporta queste parole di Mussolini: &quot;Avevamo indotto la base a credere nella santità del sacrificio dei nostri morti. L&#039;aver stabilito una continuità tra l&#039;epos della guerra e il dramma della rivoluzione aveva rotto ogni soluzione di continuità tra interventismo e fascismo.&quot; Mussolini parla di base, di epos, di dramma della rivoluzione. L&#039;idea rivoluzionaria fascista deve essere indotta nella &#039;base&#039;, nei suoi &#039;realizzatori&#039; proletari a cui bisogna offrire un orizzonte di senso mitico-religioso per ottenerne la dedizione e l&#039;eventuale sacrificio di sé. Quale la sostanza di questa unio mystica? Cosa rappresentano qui Mussolini e la &#039;base&#039;? Cacciari, attento lettore di Weber, si chiede: &quot;attraverso quali mezzi si costituisce questo &#039;potere del capo&#039;?&quot; Non attraverso la &quot;prudenza diplomatica&quot;, non attraverso &quot;l&#039;abilità amministrativa&quot;, ma attraverso &quot;la potenza del discorso demagogico&quot;. &quot;Il demagogo, ricorda Cacciari, sfrutta &#039;la natura sentimentale delle masse&#039; (L&#039; Arcipelago, Milano, 1997, p. 108). Ora: non &#039;quanto&#039; può durare questo, ma se sia concepibile come durata, ci si chiede. E se si con quali esiti. Siamo qui di fronte ad un&#039;etica della convinzione, ma la Leidenschaft deprivata dell&#039;etica della responsabilità (e Cacciari mostra come le due cose viaggino insieme) non può che deflagrare, perché le mancherà il &#039;distacco&#039; e vivrà di solo &quot;romanticismo politico&quot; come lo chiamava Schmitt. La demagogia mussoliniana, era mancante di fatticità a priori. Il momento timotico senza distacco, senza &#039;freddezza responsabile&#039;, senza etica della responsabilità, si traduce in un parossismo degli intenti, in un &#039;vuoto viaggio allegro&#039; per dirla con Kafka. Ecco perché le chiamate alle armi di certo neo-fascismo non possono che fallire: ripetono l&#039;errore del loro mentore. Si schierano - non so quanto consapevolmente, visto che per lo più si tratta di borgatari ansiosi di menar le mani - per una metafisica della presenza. Per un trascendentalismo della forza, impolitica perché sottratta ai fatti. Un vuoto immane, nero ed impotente. La volontà di potere è in sé, in apicibus, infondata. Le occorrono apparati, lungimiranza e, malgré bongré, vettovaglie burocratiche. Senza questo, ogni passione timotica è, perafrasando Campana, un cader di parole nella sera. Concludo riportando un passo dal diario di un giovane squadrista, che mostra, secondo me, come una dottrina della forza &#039;pura&#039; si traduca, in acto, in una gioia ruspante, in una guitteria paga di sé, che non cambia niente, che non rivoluziona niente, che si s-progetta come storia e lascia, in ultima analisi, un senso d&#039;amarezza, di malinconia, di indecisione, in fondo, di inazione, a destra come a sinistra. Ecco le parole di Mario Piazzesi, squadrista toscano nell&#039;anno del signore 1921: &quot;Al ritorno da Arezzo [dopo una spedizione punitiva] le fanciulle ci hanno preparato vin brulé e frittelle dolci. E li tutti intorno, a stripparci, a ridere e a far casino. Ho pensato al tè dei nostri salotti, alle tartine trifolate, ai baciamano e li raffronto con questo vinaccio, che rode la gola, con queste frittelle che puzzano di moccolaia, con questi sederi unti delle patrone.&quot; (M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano, 1919-1922, Roma, 1980, p. 165.).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il sostanziale fallimento di quello che Sloterdijk chiama &#8216;fascismo di sinistra&#8217; &#8211; gli scarponi chiodati di Lenin e la ferraglia bucolica di Mao &#8211; ma va ricordato che un Sartre fece finta di non sapere &#8211; lascia aperto l&#8217;interrogativo sulla fatticità di certe avventure timotiche. Il rancore incapsulato nei partiti-persona, ma anche l&#8217;ira antipolitica e liberatoria di cui si è già detto più volte, falliscono nel momento del passaggio all&#8217;atto. Ma questo è già di pertinenza degli storici. Domando: il fallimento delle egoità al potere non intercetta forse, già a monte, una impossibilità storica a-venire? Guardiamo, ad esempio, alla genealogia di certe riproposizioni carnascialesche del momento timotico &#8216;forte&#8217; quale fu incarnato dal Fascismo. Ci sarebbe molto da dire su questo momento trascendentale dell&#8217;ira, su questa &#8216;purezza&#8217; metafisica dell&#8217;ira, e non a caso voglio prendere in considerazione l&#8217;estremismo fascista, che nel suo essere &#8216;definitivo&#8217; fa ben comprendere questo movimento timotico ante factum. Nei &#8216;Taccuini mussoliniani&#8217; De Begnac riporta queste parole di Mussolini: &#8220;Avevamo indotto la base a credere nella santità del sacrificio dei nostri morti. L&#8217;aver stabilito una continuità tra l&#8217;epos della guerra e il dramma della rivoluzione aveva rotto ogni soluzione di continuità tra interventismo e fascismo.&#8221; Mussolini parla di base, di epos, di dramma della rivoluzione. L&#8217;idea rivoluzionaria fascista deve essere indotta nella &#8216;base&#8217;, nei suoi &#8216;realizzatori&#8217; proletari a cui bisogna offrire un orizzonte di senso mitico-religioso per ottenerne la dedizione e l&#8217;eventuale sacrificio di sé. Quale la sostanza di questa unio mystica? Cosa rappresentano qui Mussolini e la &#8216;base&#8217;? Cacciari, attento lettore di Weber, si chiede: &#8220;attraverso quali mezzi si costituisce questo &#8216;potere del capo&#8217;?&#8221; Non attraverso la &#8220;prudenza diplomatica&#8221;, non attraverso &#8220;l&#8217;abilità amministrativa&#8221;, ma attraverso &#8220;la potenza del discorso demagogico&#8221;. &#8220;Il demagogo, ricorda Cacciari, sfrutta &#8216;la natura sentimentale delle masse&#8217; (L&#8217; Arcipelago, Milano, 1997, p. 108). Ora: non &#8216;quanto&#8217; può durare questo, ma se sia concepibile come durata, ci si chiede. E se si con quali esiti. Siamo qui di fronte ad un&#8217;etica della convinzione, ma la Leidenschaft deprivata dell&#8217;etica della responsabilità (e Cacciari mostra come le due cose viaggino insieme) non può che deflagrare, perché le mancherà il &#8216;distacco&#8217; e vivrà di solo &#8220;romanticismo politico&#8221; come lo chiamava Schmitt. La demagogia mussoliniana, era mancante di fatticità a priori. Il momento timotico senza distacco, senza &#8216;freddezza responsabile&#8217;, senza etica della responsabilità, si traduce in un parossismo degli intenti, in un &#8216;vuoto viaggio allegro&#8217; per dirla con Kafka. Ecco perché le chiamate alle armi di certo neo-fascismo non possono che fallire: ripetono l&#8217;errore del loro mentore. Si schierano &#8211; non so quanto consapevolmente, visto che per lo più si tratta di borgatari ansiosi di menar le mani &#8211; per una metafisica della presenza. Per un trascendentalismo della forza, impolitica perché sottratta ai fatti. Un vuoto immane, nero ed impotente. La volontà di potere è in sé, in apicibus, infondata. Le occorrono apparati, lungimiranza e, malgré bongré, vettovaglie burocratiche. Senza questo, ogni passione timotica è, perafrasando Campana, un cader di parole nella sera. Concludo riportando un passo dal diario di un giovane squadrista, che mostra, secondo me, come una dottrina della forza &#8216;pura&#8217; si traduca, in acto, in una gioia ruspante, in una guitteria paga di sé, che non cambia niente, che non rivoluziona niente, che si s-progetta come storia e lascia, in ultima analisi, un senso d&#8217;amarezza, di malinconia, di indecisione, in fondo, di inazione, a destra come a sinistra. Ecco le parole di Mario Piazzesi, squadrista toscano nell&#8217;anno del signore 1921: &#8220;Al ritorno da Arezzo [dopo una spedizione punitiva] le fanciulle ci hanno preparato vin brulé e frittelle dolci. E li tutti intorno, a stripparci, a ridere e a far casino. Ho pensato al tè dei nostri salotti, alle tartine trifolate, ai baciamano e li raffronto con questo vinaccio, che rode la gola, con queste frittelle che puzzano di moccolaia, con questi sederi unti delle patrone.&#8221; (M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano, 1919-1922, Roma, 1980, p. 165.).</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Felicità tra erotica e timotica di Ariemma</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2009/01/27/felicita-tra-erotica-e-timotica/#comment-58</link>
		<dc:creator>Ariemma</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 22:44:07 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://passionipoststoria.com/?p=404#comment-58</guid>
		<description>Trovo questo corso davvero molto interessante. Utilissimo per le mie ricerche, dato che mi occupo di filosofia dell&#039;esposizione</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Trovo questo corso davvero molto interessante. Utilissimo per le mie ricerche, dato che mi occupo di filosofia dell&#8217;esposizione</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L&#8217;ira di Achille di Antonio Lucci</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/10/21/63/#comment-57</link>
		<dc:creator>Antonio Lucci</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 12:23:54 +0000</pubDate>
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		<description>più timotico di così...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>più timotico di così&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L&#8217;ira di Achille di alessandro</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2008/10/21/63/#comment-56</link>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 15:46:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://lucianodf.wordpress.com/?p=63#comment-56</guid>
		<description>vaffanculo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>vaffanculo</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Felicità tra erotica e timotica di Francesco Santosuosso</title>
		<link>http://passionipoststoria.com/2009/01/27/felicita-tra-erotica-e-timotica/#comment-55</link>
		<dc:creator>Francesco Santosuosso</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 08:15:46 +0000</pubDate>
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		<description>&lt;strong&gt;Il caso Englaro e la post-storia (Francesco Santosuosso)&lt;/strong&gt;

“Strani giorni, viviamo strani giorni”, canta Franco Battiato in una celebre canzone e in effetti, nelle ultime settimane, davvero la società civile davanti al caso Englaro si è trovata di fronte a quel “vuoto dell’essere”  heideggeriano, mettendo quindi sulla piazza un surplus emotivo con cui la stessa collettività si sta ubriacando.
Utilizzando le categorie di Sloterdijk, Eluana Englaro potrebbe rappresentare se non direttamente una banca dell’ira, almeno un tesoriere di quest’ultima; i diciassette anni di stato vegetativo sono a mio avviso proprio quel tempo necessario per accumulare ira e scatenare la rivoluzione, infatti  per  Lenin ”chi rinuncia all’omicidio del principe un giorno otterrà la sua salma”.
La morte della Englaro ha creato un precedente da cui ormai è impossibile tornare indietro: l’intrusione del mondo politico ha inoltre evidenziato una  precaria e inadeguata conoscenza del terreno in cui ci si muove.
I provvedimenti del governo hanno le radici in sentieri erotici già percorsi, l’opposizione invece  ha tentato di muoversi su binari timotici senza però offrire soluzione pragmatiche  o pseudo tali come quelle  offerte dal premier; a fermarsi non è stato solo il cuore e il respiro della Englaro, ma anche la storia della società civile.
Ci ritroviamo ora nella post-storia  ed è inutile cercare risposte e soluzioni se non in questo terreno; la rivoluzione potrebbe essere già avvenuta e potrebbe essere rappresentata dal fatto che in uno stato  solo formalmente  laico come l’Italia, dove la morale cristiana a lungo ha imposto dogmi  e silenzio circa questioni etiche, ora si inizia a discutere ad esempio del  testamento biologico, nel tentativo di restituire in tal modo il libero arbitrio all’individuo almeno sulle scelte ultime.

Francesco Santosuosso</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il caso Englaro e la post-storia (Francesco Santosuosso)</strong></p>
<p>“Strani giorni, viviamo strani giorni”, canta Franco Battiato in una celebre canzone e in effetti, nelle ultime settimane, davvero la società civile davanti al caso Englaro si è trovata di fronte a quel “vuoto dell’essere”  heideggeriano, mettendo quindi sulla piazza un surplus emotivo con cui la stessa collettività si sta ubriacando.<br />
Utilizzando le categorie di Sloterdijk, Eluana Englaro potrebbe rappresentare se non direttamente una banca dell’ira, almeno un tesoriere di quest’ultima; i diciassette anni di stato vegetativo sono a mio avviso proprio quel tempo necessario per accumulare ira e scatenare la rivoluzione, infatti  per  Lenin ”chi rinuncia all’omicidio del principe un giorno otterrà la sua salma”.<br />
La morte della Englaro ha creato un precedente da cui ormai è impossibile tornare indietro: l’intrusione del mondo politico ha inoltre evidenziato una  precaria e inadeguata conoscenza del terreno in cui ci si muove.<br />
I provvedimenti del governo hanno le radici in sentieri erotici già percorsi, l’opposizione invece  ha tentato di muoversi su binari timotici senza però offrire soluzione pragmatiche  o pseudo tali come quelle  offerte dal premier; a fermarsi non è stato solo il cuore e il respiro della Englaro, ma anche la storia della società civile.<br />
Ci ritroviamo ora nella post-storia  ed è inutile cercare risposte e soluzioni se non in questo terreno; la rivoluzione potrebbe essere già avvenuta e potrebbe essere rappresentata dal fatto che in uno stato  solo formalmente  laico come l’Italia, dove la morale cristiana a lungo ha imposto dogmi  e silenzio circa questioni etiche, ora si inizia a discutere ad esempio del  testamento biologico, nel tentativo di restituire in tal modo il libero arbitrio all’individuo almeno sulle scelte ultime.</p>
<p>Francesco Santosuosso</p>
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