Vendette

L’imporsi della vendetta e la sua rivalutazione, post-illuministici, hanno segnato la fine di quell’ecosistema della rassegnazione sul quale hanno prosperato le classi al potere per un millennio e mezzo abbondante. Prima, chi sentiva di aver subito un torto veniva il più delle volte incoraggiato a rassegnarsi alla sua ineluttabilità ed a versare tutt’al più il proprio risentimento nei capaci sportelli delle banche religiose dell’ira che gli avrebbero assicurato un risarcimento sia pure in futuro, appunto nel Dies irae, nel giorno del giudizio, giudizio non a caso consacrato all’ira. Si trattava solo di attendere e la giustizia sarebbe stata ripristinata, anche se non su questa terra ma in quello strano altrove, l’Aldilà, in quella grandezza eterotopica che non appartiene né all’in qualche luogo, né all’in nessun luogo e che tuttavia per il credente resisteva, e resiste, alla semplificazione banale del “da nessuna parte”[1].
Un correlato strettissimo della mancata vendetta è il perdono. Piuttosto che vendicarti, perdona: per secoli il clero cristiano ha contribuito all’omeostasi della rassegnazione attraverso questo caldo invito. Tuttavia, anche il discorso sul perdono è oltremodo complesso, e non è possibile certo affrontare qui la questione della possibilità di una sua etica.
Tornando alla vendetta, naturalmente anche l’Antichità la conosceva. La forza tremenda del sentimento di rivalsa era però connotata negativamente, come tutte le passioni al loro acme, al punto che le dee della vendetta, le Erinni, col tempo sono state educate ad assolvere al loro obbligo a risarcire colpendo solo nel campo dell’oikos, e ad assumere il carattere della giustizia avveduta, propria delle Eumenidi, loro nuovo nome, le benevolenti. Nome che conservano tuttora, in questa post-storia nella quale l’agente è stato scacciato dal Paradiso e all’etica dell’azione si sta sostituendo l’etica della retroazione. Molto più adatte, allora, delle forze benevolenti, eumenidi appunto, pronte a “ricondurre tirandoli per i capelli gli effetti alle loro cause; immerse nei calcoli, pallide di fronte alle analisi dei costi, sperdute in prospetti multifunzionali, sprofondate negli abissali contrari di karma e statistica, impegnate a bilanciare i danni provocati e a pronosticare ulteriori perdite nel caso che le cose continuino ad andare come sono cominciate”[2]. Delle Erinni pettinate e che hanno frequentato un master alla Bocconi o magari un post-graduate alla Harvard Law School, pronte a fiancheggiare responsabilmente il nuovo ordine multilaterale.

La vendetta – dal Settecento in poi, volendo fare delle date – ha quindi scosso e rotto quell’ordine della rassegnazione prima imperante. Una galleria impressionante di vendicatori percorre la modernità, sia nella realtà che in quell’altra realtà che è l’arte. Se innumerevoli sono stati i singoli che si sono presi la briga di lavare i torti e le ingiustizie, Sloterdjk ricorda però che soltanto nel Novecento uno Stato ha scelto di avocare a sé un’azione vendicativo-romantica. E’ accaduto dopo l’attacco del commando palestinese di Settembre Nero durante le Olimpiadi di Monaco nel 1972, quando il Primo Ministro israeliano, Golda Meir, incaricò il Mossad di individuare e uccidere tutti i componenti del commando. L’operazione fu denominata “Ira di Dio”, invadendo il campo – come vedremo presto – del vindice per eccellenza, Dio appunto.

Eumenidi

Eumenidi

 Ma non a caso, poiché il Governo israeliano intendeva arrogarsi quella punizione divina che popolarmente molti gradirebbero venisse appunto trasferita dal titolare del Giudizio Universale a noi uomini, o ai nostri Governi rappresentanti. Vero è che c’è chi si sente autorizzato ad agire per delega, saltando – diciamo così – alcuni passaggi nella catena delle responsabilità, colpendo in nome e per conto del suo Dio. E’ stato così per gli anarchici di fine Ottocento e primo Novecento, le cui azioni tendevano (o almeno, miravano)  ad essere interpretate dal popolo come segni entusiasmanti della vendetta contro gli oppressori. E’ in parte così per alcuni dei movimenti estremistici islamisti che giudicano il terrore strumento adeguato per vendicarsi del torto di chi ha tradito Dio, non convertendosi. Non a caso al Qaeda ha subito chiesto alla nuova amministrazione di Obama di convertirsi, unico modo per sottrarsi alla Jihad.

E’ del tutto evidente allora che chi è impiegato in una di queste banche dell’ira ha da tempo affogato quel furor che – con Seneca – legava ira e tempo nell’attimo, nello scoppio, nel divampare della rabbia. Lo avevamo visto già in Achille, la cui ira si trasforma presto in risentimento e rancore, irrigidendolo nella non-azione, prima che l’ansia di vendetta non lo farà tornare ad incontrare il suo destino davanti alle Porte Scee. L’ira dunque può bloccare, cristallizzare nell’inazione, mentre la vendetta – anche se coltivata a lungo nel cuore, come in Odisseo – è lei la forza agente, il vettore che trascina fuori di sé e che spinge il rivoluzionario-funzionario della banca dell’ira a dare espressivo rumore ai propri sentimenti timotici repressi.

Castello d'If, prigione del Conte di Montecristo

Castello d'If

Tra le mille trasposizioni letterarie e cinematografiche della vendetta, Sloterdijk ne sceglie due: Il Conte di Montecristo, di Alexandre Dumas, tra i romanzi e C’era una volta il west, di Sergio Leone, tra i film. Edmond Dantès è il prototipo del vendicatore, di chi si fa giustizia da sé, travolgendo con la propria ira pianificata i suoi nemici, ira resa efficace grazie alla sua accurata procrastinazione che infine schiaccia i suoi antichi persecutori. Un’ira che si mantiene, anzi: che cresce e si sostanzia nel tempo, e che al dunque diviene maglio infallibile.
Armonica (Charles Bronson)

Armonica (Charles Bronson)

Armonica (Charles Bronson)

vota anch’egli la propria vita ad una nemesi privata, per vendicarsi dell’Ingiusto, Frank (Henri Fonda)

Frank (Henry Fonda)

Frank (Henry Fonda)

che gli aveva messo sulle spalle il fratello col cappio al collo, fino al non poter più sostenerlo e colpevolizzandolo così per l’assassinio del fratello maggiore. Ma gli esempi sono innumerevoli: Sloterdijk ne cita di cinematografici, come Black Mamba (Uma Thurman), la protagonista di Kill Bill, e ovviamente John Rambo, oltre a Ben Hur. Tutti giustizieri per cause patentemente giuste e ultra-private. Ma la tentazione giustizialista alligna soprattutto tra le singolarità: dal piccolo borghese interpretato dal Sordi al quale hanno ucciso il figlio in una rapina, al Michael Douglas di Falling down (Un giorno di ordinaria follia), fino alla schiera di machos tutti di un pezzo (tra i quali il Governatore Schwarzenegger e il secondo Clint Eastwood) pronti a vendicarsi per  torti subiti in prima persona, o dai loro cari.
“E’ capitato anche a persone civili di tirare contro un muro un libro che odiano. Ma per chi non riesce a frenarsi, c’è solo un piccolo passo da lì all’atto di caricare una pistola. Oppure, forse loro odiano sinceramente quello che uno è, il mondo in cui lo percepiscono… come sappiamo dai moventi dei terroristi delle Torre Gemelle. C’è un bel po’ di rabbia là fuori.
LEI  Sì, c’è rabbia, una rabbia pazzesca e senza pari.
LUI  E questa rabbia la sta facendo morire di paura”.
Questo breve dialogo è tratto dal penultimo romanzo di Philip Roth, Il fantasma esce di scena (Exit Ghost) [3]. C’è un bel po’ di rabbia lì fuori. Ed il percepire la rabbia spaventa. La rabbia degli altri è specchio della nostra, ed entrambe producono paura. La tentazione oscilla allora tra il vendicarsi direttamente, oppure demandare la vendetta al risentimento, sentimento reazionario, a suo modo altamente produttivo, diretto contro tutto ciò che si autopone e che in ultimo conduce al nihilismo. Vedremo presto quanto frutti il rancore in termini politici, se bene investito.

 


[1] Peter Sloterdijk (2007), Il furore di Dio. Sul conflitto dei tre monoteismi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, pag. 14. Da ora, citato come PS, FdD.
[2] Peter Sloterdijk (2005), Il mondo dentro il capitale, Meltemi Editore, Roma 2006, pag. 243.
[3] Philip Roth (2007), Il fantasma esce di scena, Einaudi, Torino 2008, pag. 107.

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2 Risposte to “Vendette”

  1. Silvia Says:

    Brecht e la sua Jenny dei Pirati. Qui splendidamente interpretata da una vendicativa Milva. Una cameriera. Sfruttata. Che sogna l’attesa apocalittica. Che sogna di poter riacquistare la sua dignità. Una passività subita quotidianamente in attesa del riscatto. Della vendetta. Auspicata. Fortemente voluta. Accumuli di scorie, tra sfruttamenti e fondi di bicchieri. Asciugare. Sottostare. Rimuginare. Ciò che le si addice. Sogna i suoi Pirati. La città distrutta dal fuoco e dalle fiamme. E finalmente la sua libertà. Il suo poter ridere a viso aperto. Quel ghigno celato inizialmente si allargherà in una risata scomposta, di chi finalmente “può volere”. Può decidere. A chi mozzare la testa. Chi dovrà morire. Con il suo “opplà” saltellante e perentorio.

    Questa è la canzone di jenny:

    Miei signori, lo vedono come asciugo oggi i bicchieri,
    e son io che fo il letto a chiunque.
    E mi danno qualche soldo e mi spiccio a dire grazie,
    e li vedono, i miei stracci, quest’albergo così lurido,
    ma non sanno però con chi parlano.
    E una sera un urlio verso il porto ci sarà,
    e “chi grida?”, la gente dirà.
    Mi vedranno che sorrido, io, in mezzo ai miei bicchieri,
    e diranno: “Che ha, quella, da ridere?”
    E una nave a otto vele
    e cinquanta cannoni
    dentro il porto entrerà.
    2
    Loro dicono: “Vai, piccola, va’ a lavare i tuoi bicchieri”,
    qualche soldo mi danno, lo prendo.
    Faccio i letti (ma nessuno quella notte dormirà),
    ed ancora non sanno chi sono.
    Ma la sera gran rumore verso il porto ci sarà,
    “che succede”, la gente dirà.
    Mi vedranno mentre guardo, io, dai vetri dell’albergo,
    e diranno: “Ma come ride strana!”.
    E la nave a otto vele
    coi cinquanta cannoni
    su di noi tuonerà.
    3
    Miei signori, allora basta, ci sarà poco da ridere
    quando i muri cascheranno giù
    e sarà tutta distrutta, rasa al suolo, la città.
    Me nemmeno un colpo solo avrà preso quell’albergo:
    “chi ci vive – diranno – là dentro?”.
    Quella notte ci sarà un urlio verso l’albergo
    e “perché non è distrutto?”, si dirà.
    E sull’alba mi vedranno farmi avanti sulla soglia
    e diranno: “c’era lei che stava là?”.
    E la nave a otto vele
    e cinquanta cannoni
    1
    il pavese alzerà.
    4
    E più tardi, a mezzogiorno, sbarcheranno cento uomini
    e avanti nell’ombra verranno,
    e li prenderanno tutti, una porta dopo l’altra,
    e in catene tutti quanti, per portarli innanzi a me.
    “Chi si deve ammazzare?”, diranno.
    E quel giorno ci sarà gran silenzio al porto, quando
    chiederanno chi deve morire.
    E così mi sentiranno dire: “Tutti!” [**]
    e ad ogni testa mozza farò: Opplà!”.
    E la nave a otto vele
    e cinquanta cannoni
    via con me salperà.

    Non è forse ciò che farà anche Grace a Dogville? Il dono regalato. La grazia ricevuta da un orrido paese terribilmente umano. L’inferno dell’ambigua realtà umana. Un non esistere attraverso l’alienazione e la menzogna. Attraverso la capacità di infliggere sofferenza gratuitamente, liberando le proprie pulsioni sessuali davanti ad un pubblico che osserva ma tace. Un silenzio distorto. Mutato in chiacchiericcio sottobanco. Giustificato dall’ipocrisia di una piccola grande società che mantiene in libertà contraddizioni e costrizioni. Che va a braccetto con i propri fantasmi e tiene per mano gli orrori quotidiani. Orrori che Grace subisce. In silenzio. Sapendo che si può sempre perdonare. Che si può dare una seconda chance: “non posso che giustificarli, perché se fossi nata e cresciuta qui, sicuramente mi sarei comportata allo stesso modo”. Continuando a recitare il ruolo della vittima. Colei che sapeva che si poteva vedere del buono negli animi umani. Colei che si era allontanata da un milieu di carnefici familiari per ridestare il buono nella gente. Prestandosi ai lavori più umili. A quei lavori di cui non si ha necessariamente bisogno ma che, alla fine, si scoprono profondamente utili. Persevera nel dedicarvisi. Nell’aiutare con disponibilità sempre presente. Perdona. Gli stupri. Le violenze psicologiche. Gli sguardi deliranti di mesta furbizia e di falsa cortesia. I ricatti. Accumula. Nel frattempo accumula e colleziona anche delle bamboline di porcellana dipinte a mano che aveva visto per la prima volta nella vetrina di un negozio. Il negozio. L’unico. Insieme all’unicità, ma anche passabile ripetitività, delle singole attività di ognuno dei pochi, ma tantissimi, abitanti di Dogville. Forse quelle bamboline erano il suo unico scopo di delizia. Pura delizia. Ingenua e spontanea. Si sentiva rinfrancata. Dal poterne comprare una per una e riuscire ad averle tutte. Quasi come poter riuscire a ricavare, poco alla volta, il buono da quelle persone. Ma le bamboline vengono distrutte. Una per una. Davanti ai suoi occhi. Da un’irata moglie che aveva scoperto l’adulterio. Del marito. Ma le aveva relegato la colpa. Che si vendica. Dannatamente. Una dopo l’altra. Se Grace fosse riuscita a trattenere le lacrime si sarebbe fermata. Ma non ce la fece. Grace si legò al dito quell’immagine. Quel gesto. Quei gesti. Ma venne legata. Ancora una volta.
    Adesso ha un collare che le stringe il collo. Un campanello che tintinna ad ogni suo passo. Non può più scappare. Come aveva tentato. Perché le era stata promessa la libertà. Fatua. Vana. Eccola lì. Ancora in quel luogo. Segregata e controllata. Senza via di scampo. Non aveva parlato. Si era trattenuta. Avrebbe potuto benissimo denunciare le putride scorribande che avvenivano sotto gli occhi ciechi di tutti, ma non lo fece. Si lasciò legare. Dominare. “Era caduta in una specie di trans – non andava avanti con l’orgoglio – tipo quella che cala sugli animali quando le vite sono minacciate, uno stato in cui il corpo reagisce meccanicamente, con una marcia bassa e dura, senza troppi riflessi dolorosi, come un paziente che permette alla propria malattia di dominare”. Ma li avrebbe dominati di lì a poco “rivelando” la menzogna che ovattava l’atmosfera di quella città così meschinamente finta.
    Il suo amore. Tom. Un amore platonicamente auspicato. Creduto fino alla fine. Per colui che si dimostrerà essere il più infimo di tutti. Perché, come tutti se non di più, legato ad un desiderio sessuale che non poteva più essere trattenuto. Ricatto. Inerte “come un ragno quando rimane aggrovigliato alla sua ragnatela per il vento”. Attivo. Entrambi i casi. Accanto a lei fino alla fine. Ma la fine è quando avrebbe potuto esserci un vero e proprio inizio. Colui che sarebbe ricorso ad un’argomentazione persino sul punto di morte. Sostenendo che l’argomentazione di Grace batteva di gran lunga la sua. L’amico fidato che l’aveva tradita. L’innamorato che l’aveva tradita. Chiamando i suoi persecutori per farla portare via. Incarcerare. Rinchiudere. Lei, fuggitiva. Aveva commesso dei reati. E l’avrebbe commesso di lì a poco. Puntando su di lui un’arma e premendo con fermezza sul grilletto.
    Il reato di allontanarsi dal padre. Che l’aveva accusata di arroganza. Di arrogarsi il diritto di poter perdonare le persone. Perdonare gli altri con delle scuse che mai perdonerebbe a se stessa. Una “Messia” redenta? O redentrice? Che agisce per pietà? Tutto ci si aspetterebbe da un Messia, fuorché lo sterminio impavido. Di umani animali creati a sua immagine e somiglianza. Esseri umani responsabili delle proprie azioni? O volutamente cattivi e infimi fino al midollo? Anche lei, in fondo lo era. Si era data una chance. Aveva dato una chance. Per testare il cambiamento. Mai avvenuto.
    Nella macchina. Con il padre. Che la ama davvero. Che è colui che può donarle un potere “malvagio”, di predominio sui molti. Il padre, un gangster. Lei se ne riappropria. Decide. Consapevolmente. Il suo iter finale/finalizzato era stato concluso. Con pessimi risvolti.
    Non le rimane che “ordinare”. Esplodere. Insieme e fuori dalle fiamme che incendieranno la città che ha abusato di lei. Ordinare che sia fatta “vendetta”. La giustizia. La vendetta. La strage. Il giudizio. I paradossi della doppia natura umana. Che si crede divina? O viceversa? Lei, un ibrido. Un umano. Un dio. Cosa? Chi? Ha osservato e accumulato per disperdere giustizia, forse? E la sua vendetta può essere definita giustizia?
    “Padre, uccidi tutti e brucia la città”. Anche lei, come Jenny, riderà, finito tutto? Nel sarcasmo di chi finalmente si trova appagato nel “farla pagare” a chi l’ha costretta a pagare – qualcosa che non aveva mai commesso – ? “C’è una famiglia con dei bambini. Uccidi i figli prima, e fa che la madre guardi. Dille che ti fermerai se riuscirà a trattenere le lacrime. Questo glielo devo. Temo che pianga con troppa facilità”. Grace. Le luccicano gli occhi mentre assiste all’esecuzione del suo ordine. Barbarie totale. Gratuita. Troppo facile. Le rimane ancora un senso di pietà. Anche se la vendetta dovrebbe essere assaporata senza pietà. Il padre vuole portarla via. Ha paura che la figlia abbia già imparato troppo. Un’apocalisse dell’eterno ritorno. Forse perché l’umanità crede di essere divina e di poter sostenere qualsiasi “argomentazione” per giustificare l’amoralità pregnante dell’animale umano. Che gode nella vendetta. Ma può anche commuoversi nel ricordare il torto subito e che, finalmente, nell’ “adesso” fa scontare a chi gliel’ha procurato. Un’altra bambolina di porcellana distrutta. Non ne è rimasta nemmeno una.

  2. Mauro Savino Says:

    Mi sembra che il discrimine tra ira e vendetta possa essere ricondotto al discorso di Deleuze, commentatore di Nietzsche, su forze attive e reattive: il risentimento dell’ira è una forza reattiva, si deposita nella coscienza come traccia mnestica (risentimento introdotto dal prete ebreo e interiorizzato da quello cristiano: “Tu sei cattivo, quindi io sono buono”), mentre la vendetta agisce, elaborandole, le forze reattive, le forze che ci connettono al circostante. L’ira, dunque, in quanto risentimento e rancore, si tramuta in odio, in ultima analisi, contro tutto e tutti (il titolo italiano “Gioventù bruciata” non rende giustizia all’intuizione presente in quello inglese: “Rebel without a cause”). Chi è Armonika? Non sappiamo il suo nome (“Chi sei? Chi sei?” gli grida Frank e Armonika, significativamente, fa i nomi di quelli che Frank ha ucciso): la vendetta e il vendicatore sono uno nell’intento, uno nel tempo che separa il bambino dall’uomo dall’espressione sfingea: la vendetta non strepita, dunque non ha espressione, è solo azione lucida, terribile e senza nome. Del risentimento sappiamo che cessa di essere se non dura. La vendetta ha un’ esito finale. Mi viene da chiedere: “dopo” cosa succede? La vendetta è compiuta. E il vendicatore? Provo a ricordare a memoria le parole del bandito Cheyenne a Jill, che spera che Armonika resti con lei. Cheyenne:”Non hai capito Jill…quelli come lui hanno dentro qualcosa…qualcosa che sa di morte…Quello, se è ancora vivo, entra da quella porta, prende la sua roba e dice addio.” Armonika ora è un individuo dimidiato. Ha perso l’altra metà di sè, la vendetta. Quel che resta è un vendicatore senza più scopo. Armonika non può restare perchè non ha alcun posto dove andare. E non gliene importa nulla. Prima di uscire dalla porta della casa di Jill, Armonika si arresta per un secondo. Ma è solo un attimo. Armonika promette vagamente di tornare (“Un giorno o l’altro…”) ma sa benissimo che non tornerà: la vendetta è un viaggio di sola andata.

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