Felicità tra erotica e timotica

27 gennaio 2009

I sentimenti timotici sono forti e rilevanti, ma nell’ambito delle riflessioni e delle analisi novecentesche sulla galassia sentimentale sembra sia stata riservata loro scarsa considerazione; l’attenzione si sarebbe concentrata di più sulla disposizione erotica dell’individuo, sui suoi rapporti verso gli altri e con il mondo. La mia ipotesi è che nel costituirsi della felicità individuale rientrino invece anche fattori timotici, e che il loro essere sottostimati dalla nostra cultura abbia un ruolo ai fini della sua generalizzata assenza, nella diffusa infelicità personale.
In altre parole, per esser felici sembra necessario un Sé fondato non soltanto sulle capacità erotiche del soggetto (i sentimenti-verso, come vien detto; la capacità di amare innanzitutto, e poi quella di provare compassione e pietà per gli altri, l’empatia, così rilevante per un settore degli studi cognitivisti d’oggi, ed infine il desiderio di possesso), ma è necessario probabilmente che la personalità individuale appagata poggi anche su di un sentimento di sé fatto di autostima, di orgoglio personale, di desiderio legittimo di esser riconosciuti dagli altri. Appunto, su quei sentimenti timotici oggi tendenzialmente silenziati nella cultura “progressista” o democratica che tende ad assimilarli tout court al narcisismo.
Dagli anni Settanta in poi, volendo indicare una data, ci si è gradualmente distaccati dall’antico primato della timotica, ancora attuale al tempo degli empiti rivoluzionari e socialisti, a vantaggio di un’erotizzazione senza confini, di una ri-privatizzazione delle illusioni. Se il passato timotico aveva visto il predominio assiologico dei valori combattenti, oggi – nella sfera avanzata del consumo – amare, desiderare e godere conchiudono l’orizzonte e diventano il primo dovere. Cadono i precetti di astinenza e – per esprimersi con Sloterdijk – s’impongono nuovi comandamenti morali fondati sul desiderio ed il godere pubblicamente e sulla responsabilizzazione dell’individuo nella competizione per il godimento.

Ma nonostante il primato dell’erotico, i sentimenti timotici permangono. Ed a volte si esasperano, se non si riesce ad essere felici attraverso l’erotizzazione del proprio orizzonte di attesa. Vivendo in una banlieu di Marsiglia od in una bidonville di Lagos o di Messico, al centro di un universo multicentrico che ha smarrito la periferia, surclassato dalle proposte del lusso e dell’erotica, come si può sfogare la frustrazione per non avere ciò che i media dicono ci spetti? Il latore d’ira contemporaneo non ha scenari che lo orientino, non ha porte Scee o mura sotto le quali far scempio di nemici – anzi, a ben vedere, non sa neppure chi sono i suoi nemici. E non ha neppure narrazioni convincenti che gli assegnino un posto conveniente negli avvenimenti mondiali di cui, comunque, è chiamato a far parte, da ogni angolo: dalla televisione, dalla cartellonistica, da Internet, se vi ha accesso.
Ed è allora che il drive timotico viene surrogato perseguendo illusoriamente la felicità attraverso il ritorno alle invenzioni etniche e sub culturali della storia. E se queste non sono disponibili, subentrano al loro posto delle costruzioni locali noi-loro. Dallo spaesamento, la fuga in se stessi. E per trovarvi conforto, l’espulsione dalla propria immagine del sé di ogni aspetto perturbante. Lo straniero, il diverso, il barbaro non è che il fantasma della singolarità diversa da sé che non riusciamo ad accettare senza provare paura.

happiness-1Sradicamento e felicità

Non serve pensare queste soggettività irrelate per forza a Mumbay o a Manila. E’ sufficiente abitare in val Chiavenna, o in un qualunque paesino di quella città infinita che va da Milano a Treviso. Ovunque, la dissoluzione dell’identità sociale è caratterizzata dall’instaurarsi di relazioni “più corte”, circoscritte ad un orizzonte spazio-temporale di più facile controllo. Si ricorre al già noto, alle differenze si sostituiscono criteri di uniformità spacciati per differenze.
Si fa di tutto, pur di sentirsi meno infelici, meno precari, meno dispersi, meno assediati dall’altro e dal diverso. Ci si riesce meglio se non si è soli; una ricerca inglese condotta di recente su quasi cinquemila soggetti seguiti per 20 anni attesta che la felicità è un fenomeno collettivo, come la salute. Nel senso che la felicità individuale è fortemente correlata alla felicità degli altri che ci attorniano[1].
I protagonisti atomistici di questa communitas che tale non è, una cosa importante la condividono eccome: ed è la dinamica del desiderio nei confronti delle cose, innescata da quelle che Bonomi chiama “le piccole fredde passioni” tipiche dell’attuale fase storica e che appartengono in pieno alla declinazione erotica del soggetto. Insomma, ci si deve accontentare dei beni di qua, se quelli di là non ci vengono più presentati con la stessa incisività e persuasione di una volta dalla maggiore e, in apparenza, affidabile banchiere della storia, la Chiesa, amministratore delegato dell’eternità per conto di Dio.

Oggi la fede cristiana è in crisi (non così quella musulmana, invero, almeno dal punto di vista numerico), mentre quella nel capitalismo – nonostante le profonde ferite inferte all’ambiente e le turbolenze finanziarie dei mercati – gode di una salute migliore e la felicità viene sempre più ricercata attraverso il possesso di beni materiali. Come dimostra la fenomenologia della ricchezza del Nord Italia illustrata appunto da Aldo Bonomi, vi è un vasto mercato di merci concepite proprio per soddisfare i desideri erotico-edonistici delle persone.
Ma che ne è del mercato dei desideri timotici? C’è la stessa offerta? Dopo il fallimento delle due banche universali dell’ira alle quali Sloterdijk si riferisce usualmente – il Paradiso dei Santi e quello dei Rivoluzionari – il mercato delle passioni timotiche ha subito una contrazione avvilente che ha fatto sì che, in capo ad una ventina di anni, l’offerta di Befriedigung dei desideri timotici – di soddisfazione nel senso hegeliano di appagamento, base e fondamento di ogni possibile felicità terrena, reale e non illusoria – sia stata quasi monopolizzata dalle organizzazioni politiche della Destra.
happiness-beatlesLa sottovalutazione dell’universo timotico, in politica, è propria principalmente dei progressisti democratici, che hanno probabilmente scontato più della controparte quella fiducia eccessiva – “illuministica” – nell’evidenza della ragione, prendendo le distanze sia dalle passioni timotiche “al positivo” (onore, amor proprio, orgoglio, stima, ecc.), sia da quelle troppo facilmente connotabili “al negativo” – come l’ira, la paura, la rabbia, il rancore, eccetera.

Per essere disponibili alla felicità, sosteneva Marx, è meglio essere atei ed essere attivi, avere un lavoro. Se non ci si illude su di un domani ultraterreno, si dovrebbe essere più disponibili ad apprezzare il mondo ed a cercarvi una felicità non demandabile ad un futuro escatologico. Il lavoro – se non alienato, per dirla con Marx – porta a socializzare e quindi ad incontrare – con maggiori probabilità rispetto ad una pratica di vita solipsistica – una felicità che sembrerebbe essere un fenomeno collettivo, oltre che individuale. Il lavoro inoltre è un potente collettore timotico, in grado di rafforzare l’orgoglio, l’amor proprio, l’autostima.
Sarebbe quindi il caso innanzitutto che le forze politiche democratiche tornassero a valorizzare il lavoro e le attività nelle quali ci si produce, a difenderle e promuoverle. E che inoltre non tralasciassero quelle passioni non erotiche che pure contribuiscono alla costituzione del sé e ad un processo d’identificazione in grado di soddisfare la persona senza raggelarla nel narcisismo e nella pulsione di morte. Non voglio certo riproporre una versione ammodernata del Bushidō giapponese, del codice d’onore samurai. Ma dove sta scritto che onore, orgoglio, coraggio, autostima debbano restare vuote parole d’ordine strillate dalle curve degli stadi e nei cortei della destra ultrà?

 


[1] Dynamic spread of happiness in a large social network: longitudinal analysis over 20 years in the Framingham Heart Study, BMJ 2008;337:a2338.

Elogio dell’ignavia – Come salvare Julian [di Fabio Piloni]

14 gennaio 2009

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
 

Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, canto III

Mi sono sempre chiesto perché Dante mise gli ignavi, quelli che non prendono posizione, nell’Inferno. Anzi nemmeno in quello! Il poeta s’inventò l’Antinferno per queste anime tristi, che se fossero scese nell’Ade avrebbero fatto sì che i dannati si sarebbero potuti glorificare rispetto ad essi; avendo loro almeno scelto, nella vita, da che parte stare, sia pure nel male. Io mi sentivo però una di quelle povere anime, non riuscivo a vedere l’assoluto bene da una parte e l’assoluto male dall’altra. Perché dovevo essere condannato in modo peggiore di chi aveva scelto il male? Finalmente ho avuto una piccola rivincita attraverso Sloterdjik e Lakoff che, rispettivamente, con il proclama del pensiero polivalente e del biconcettualismo, mi hanno salvato dal correre nudo per l’eternità dietro un vessillo, per di più tormentato da vespe e mosconi.

Queste salvifiche concezioni forse avrebbero anche potuto evitare a Julian la terribile morte che si procurò dandosi in pasto ai maiali. Mi sto riferendo allo spettacolo teatrale Porcile, di Pasolini, nell’edizione tenutasi al teatro Argentina nello scorso dicembre. Julian non prende posizione, come dice il padre “non è né obbediente né disobbediente“, non sta con i capitalisti e nemmeno con chi protesta. Un ignavo con tutti i crismi insomma. L’ignavia però secondo me, in accordo con Sloterdjik, significa innanzitutto l’impossibilità di essere fondamentalisti.

Alla base del fondamentalismo delle tre grandi religioni monoteiste vi è il pensiero monovalente, basato su un linguaggio che non ammette negazioni,  che deriva però dalla possibilità, data dalla logica classica bivalente, che esse vi siano: un’asserzione può essere vera o falsa, tertium non datur.
Secondo il filosofo tedesco “Il pensiero diventa rigido non appena insiste sul fatto che, tra due istanze, solo una può essere quella giusta per noi… Il fanatismo ha la sua origine logica nel non contare oltre il numero uno, il quale non sopporta niente e nessuno accanto a sé. Questo Uno è la madre dell’intolleranza: secundum non datur.”[1] Ora, non voglio dire che Dante fosse un fondamentalista, si è detto che rispettava comunque chi si schierava dalla parte del male (anche se poi lo condannava alle pene eterne), ma il suo era il pensiero bivalente che aveva permesso la nascita del fanatismo. Tuttavia, l’invenzione del Purgatorio[2] – quel terzo luogo dinamico che permetteva di mantenere il controllo sui credenti rispettandone le accresciute esigenze terrene – mostra che tale pensiero già conteneva in nuce, la possibilità del passaggio a quello che per Sloterdjik è il farmaco contro gli estremismi: il pensiero polivalente.

Mentre la logica bivalente non dà altre alternative oltre al sì e al no, “il pensiero quotidiano ha trovato da sempre delle vie verso il tertium datur. Il procedimento universalmente adottato in questo ambito consiste nel togliere radicalità alle alternative: si metta qualcuno dinanzi a un aut aut che gli risulti sgradito e si vedrà come prima o poi questi si trasformerà il compito in un “sia-sia”… Un grigio che è liberazione dal peso di dover scegliere tra bianco e nero[3].

Ecco il primo farmaco che poteva salvare Julian: il pensiero quotidiano, non logico! Ciò che gli avrebbe permesso di passare dal né-né al sia-sia. Una sorta di ignavia positiva, che, secondo Lakoff, è peculiare del cervello umano. Con ignavia innanzitutto non si stiamo parlando di una visione del mondo moderata, o la ricerca della medietà in tutte le cose (tra l’altro Sloterdjik dà un duro giudizio sulla medietà, in Ira e Tempo, cap.4, la chiama “mostro informe”). Per Lakoff non esiste un “centro”, il nostro cervello ha la capacità di tenere insieme i poli contraddittori e usarli a seconda del contesto. Questa capacità è ciò che lui chiama biconcettualismo: “Biconceptualism makes sense from the perspective of the brain and the mechanism of neural computation. The progressive and conservative worldviews are mutually exclusive. But in a human brain, both can exist side by side…[4]. Le rigide opposizioni sono tali solo per il pensiero fondamentalista, monoconcettuale, compreso quello illuminista. D’altronde già Hegel si scagliò contro quella razionalità, per lui propria dell’intelletto, che non riesce a tenere insieme gli estremi; la ragione hegeliana è invece quella che riesce a comprendere e a concettualizzare tutte le istanze umane. Si può dire, in termini moderni, una ragione multiconcettuale.
Ecco, senza questo tipo di ragione il secondo farmaco, che già Spinoza aveva teorizzato, cioè tenere insieme ragione e passioni non può funzionare. Non è sufficiente dire si alla vita se questa non acquista senso, o meglio se non c’è una ragione aperta a tutti i significati possibili. Spinoza nel porcile però tiene conto della ragione di quel tempo, illuminista, ed esorta Julian ad abbandonarla, a seguire il suo impulso, le sue passioni, perché usare solo quella ragione avrebbe sempre favorito il più forte, il tecnocrate: “…una volta che, spiegato Dio, la Ragione ha esaurito il suo compito, deve negarsi: non deve restare che Dio, nient’altro che Dio[5] . Ma negare la ragione e spostarsi solo sul sentimento porta al rifiuto totale, all’azione del santo, sacrificale. Un’azione forse inizialmente necessaria, che dovrà costringere a cercare un’alternativa al mondo dato. In effetti Julian si poteva salvare con due farmaci che potevano essere prodotti solo dopo un’azione di rottura come la sua, condotta dalla sua ignavia; questi sono appunto la ragione multiconcettuale, attraverso la quale “imparare a guardarsi sempre con gli occhi degli altri con una serie di discipline vincolanti dal punto di vista interculturale: la cultura universale[6], e il dar voce alle passioni, cioè valorizzarle come motore della nostra Storia.


[1] Peter Sloterdjik, Il furore di Dio, Raffaello Cortina Editore Milano 2008, pagg. 94-95
[2] Se già i padri della chiesa si erano preoccupati circa un terzo luogo di espiazione dei peccati minori, fu solo nel XII secolo che un teologo parigino, tal Pietro Cantore, inserì nei suoi studi il purgatorio.
[3] Id., pagg. 111-112
[4] Lakoff G., Thinking points: Communicating Our American Values and Vision, cap.2, Paperback 2006
[5] Pasolini P.P., Porcile, in Pasolini Teatro, Mondadori, Milano 2001, pag. 636
[6] Sloterdjik P., Ira e tempo, Meltemi, 2008,  ultima pagina

Liberarsi dal risentimento

24 dicembre 2008

barcone_migranti_nMa il ritorno al passato, al certo, al conchiuso, non comporta affatto un rinsaldarsi della saggezza locale, del genius loci. Anzi: tra gli sradicati riterritorializzati vi è scarsità di saggezza (Bonomi), nel senso che non vi è esperienza delle novità, esperienza che toglierebbe il carattere di nuovo assoluto – neutralizzandone il potere di choc – al migrante, all’altro, ad una politica sconosciuta perché deideologizzata e secolarizzata: “l’esperienza dovrebbe essere la risorsa attraverso cui le società locali riescono a metabolizzare la modernità; la sua mancanza espone invece queste società ai traumi della novità”[1].
Il che contribuisce a spiegare perché tante emergenze. Perché c’è l’emergenza-immigrati, l’emergenza nomadi, l’emergenza traffico, l’emergenza rifiuti? E’ proprio la mancanza di esperienza a far leggere gli eventi sempre in chiave emergenziale: tutto vien visto e vissuto come qualcosa di inedito, di sorprendente, anche se il più delle volte si tratta di eventi acuiti invece proprio dall’inesperienza nel gestire pratiche amministrative e socio-politiche assolutamente normali per una modernità che non si svegli, come Aligi, dopo un sonno di cinquant’anni.

Nel corso degli anni Novanta, si è verificato al Nord Italia un progressivo disallineamento tra livello economico e livello politico. Ancor più ciò è vero a livello di vissuto: la gente del Nord ha creduto, ha sentito di non essere adeguatamente rappresentata politicamente per quanto produceva. Com’è noto, la Lombardia fruisce dell’11% degli investimenti pubblici in Italia, a fronte di un’incidenza sul PIL del 20% e di una popolazione che rappresenta il 16% dell’intera popolazione italiana. Da qui la richiesta sempre più pressante del cosiddetto federalismo fiscale.   ap130834670106155122_big

La sensazione di contare poco in rapporto al proprio peso economico si è tradotta, con un cortocircuito, nell’accusa d’incompetenza verso le leadership nazionali. Un’accusa formulata in toni spesso astiosi, figlia del risentimento. Rancore e risentimento sono stati i sentimenti-chiave per molti degli italiani del Nord negli anni Novanta: “il rancore come forma politica di massa prolifera proprio in coincidenza con la sindrome da abbandono che i fallimenti della politica possono causare”[2].

E Bonomi a questo punto si chiede: “può una società afflitta da esaurimento esprimere ancora passioni, posto che le passioni sono una risorsa vitale per la società?”[3]
La risposta va nel segno che questo corso sta cercando fin dall’inizio di sostenere: che le grandi passioni vanno a braccetto col grande Fare (per fare solo un esempio, l’ambito che Heidegger aveva individuato nel Saggio sull’opera d’arte come proprio appunto dell’arte e della politica costituzionale), mentre al riprodurre, ai meccanismi della riterritorializzazione si addicono di più passioni piccole e fredde: “quanto basta, cioè, per ricondurre la discontinuità alla loro stessa scala e, al contempo, mantenere una riserva di affettività da investire nelle tante appartenenze della vita sociale”[4].

Peter Sloterdijk

Peter Sloterdijk

La società del Nord, quindi, tra la fine degli anni Novanta ed oggi ha espresso passioni che, nello schema suggerito da Sloterdijk, potremmo intanto definire timotiche, e non erotiche, e poi – valutandone il gradiente – considerare con Bonomi “piccole e fredde”: l’ira di Borghezio non è paragonabile all’ira di Achille…
Bonomi ritiene che al centro vada posto il nesso tra passioni e interessi. E che il Nord non abbia semplicemente optato per gli interessi contro le passioni, ma abbia dislocato queste ultime dalla sfera politica a quella economica. Ma è proprio questo dislocamento che depotenzia le passioni e, soprattutto, le vira verso il bordo erotico, escludendo il timotico: le grandi passioni timotiche, appunto, sono legate alla Politica e si ridimensionano molto quando devono esprimere la vis economica, anche degli stessi soggetti.
Tuttavia, c’è chi è riuscito ad intercettare la carica emotiva delle passioni timotiche forti prima che scadessero nell’economico, depotenziandosi. Il movimento che meglio ha saputo farlo – come abbiamo visto – è stata la Lega Lombarda, poi Lega Nord.
meno_tasse_piu_soldiOggi la Lega, nonostante i suoi consistenti risultati elettorali, appare in trincea. Non esprime più la novità dei distretti produttivi del Nord, non rappresenta più la politica gregaria dello sviluppo autoregolato dalla società civile, come negli anni Novanta. Il localismo non appare più sufficiente a sostenere la sfida della globalizzazione, la necessità di dar vita ad euroregioni a cavallo delle frontiere. Inutile illudersi di rispondere localisticamente allo spiazzamento generato dall’irrompere della globalizzazione sul territorio ed al contemporaneo affievolirsi dello Stato-nazione. Occorrerebbe piuttosto elaborare quelle strategie di accettazione della sfida globale che Bonomi definisce “lobal“, coniugando localismo e globalità.
Per fare un esempio, un’azienda della Valsassina – Premana – respinge la concorrenza cinese ed è leader nella produzione di forbici e coltelli. Altri esempi potrebbero essere l’Aem e la Sondel, nate per costruire dighe ed ora “padrone” dell’oro bianco alpino, cioè delle acque. Un altro esempio ancora è Ducati, nata e cresciuta nel distretto emiliano e passata di mano un paio di volte, ma che al di là di Stoner e delle vittorie nel Mondiale Moto GP ha imposto un modello ricco di componenti immateriali (di marketing, valoriali ed emotive) oltre che tecnologiche. Tutte realtà economiche ma non in senso asfittico, capaci di utilizzare al meglio i beni competitivi territoriali (le risorse locali per i quali non si paga un prezzo aggiuntivo) e le fabbriche del capitale umano e della conoscenza, come le università e gli uffici-studi.
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Come Sloterdijk titola il suo ultimo capitolo in Ira e tempo, occorrerebbe andare al di là del risentimento. Certo, è difficile, perché l’ira non può più condensarsi in raccolte universali di tipo comunistico, e sarebbe meglio non cedere al ricatto antisecolare delle religioni monoteistiche ed alle loro pretese di universalità che piuttosto che una soluzione costituiscono esse stesse una parte rilevante del problema.
Possibile allora che l’ira si faccia strada soltanto in raccolte di tipo local-regionalistico? Sloterdijk propone piuttosto di far nostro il programma igienico nicciano di liberazione dallo spirito del risentimento. Una intelligenza che si sia nuovamente riappropriata delle proprie legittime motivazioni timotiche; che sia insomma orgogliosa di sé, forte di un amor proprio scevro da propositi di vendetta, potrebbe aspirare a delineare progetti meno asfittici, capaci di accompagnare il mondo nel cambiamento, senza dare per perse le battaglie contro la distruzione dell’ambiente e contro la demoralizzazione strisciante. Per riuscirci, dovremmo sempre guardarci con gli occhi degli altri – propone Sloterdijk[5]. L’obbiettivo resta classico: estendere la civilizzazione, così come la intendeva Thomas Mann, promuovere insomma una cultura il più possibile universale. Una cultura che sfugga all’alternativa attuale tra una proposta occidentale ipererotizzata ed una medioorientale ipertimotica, devastata dal risentimento.


[1] Aldo Bonomi, Il rancore, cit., pag. 29.
[2] Ivi, pag. 63.
[3] Aldo Bonomi, Il rancore, cit., pag. 31.
[4] Ibidem.
[5] PS, IeT, pag. 273.

Nuove e vecchie paure

24 dicembre 2008

La paura è stato l’altro sentimento-principe della svolta degli anni Novanta: paura del nuovo e paura dello straniero. Straniero soprattutto in riferimento a norme, regole, stili di vita consolidati dalla comunità (il più delle volte fittizia). Ai Leghisti, per fare un esempio, non fa tanto scandalo lo straniero di provenienza; che anzi viene spesso integrato nel distretto produttivo, a patto si adegui alle regole. Lo straniero avversario è invece, piuttosto, colui che – per dirla con Marx citato da Bonomi – svolge un’attività senza opera, cioè colui che lavora nelle filiere della conoscenza. Rientrano in questa categoria anche i lavoratori del pubblico impiego, peraltro spesso meridionali. La terziarizzazione viene percepita come parassitismo: come diceva Goebbels, quando sento la parola intellettuale metto mano alla pistola.
lega-nordI connotati e le spiegazioni della Nuova Paura sono molteplici. Innanzitutto, va distinta appunta dalla Vecchia Paura. Il timore diffuso nella nostra società occidentale ed in particolare in Italia dagli anni Ottanta in poi non ha niente a che vedere in prima battuta con la paura del comunismo e con la paura del conflitto atomico che avevano invece dominato la sfera timotica reattiva degli anni Cinquanta-Settanta. Dopo la caduta del Muro, questa paura si sgonfia rapidamente. Non si ha più paura che i cosacchi abbeverino i loro cavalli in piazza San Pietro, né che si rompa l’equilibrio atomico fondato sulla deterrenza tra USA ed URSS.
Su questi sentimenti essenzialmente timotici, che delineano la questione settentrionale come questione pre-politica, si innesta il messaggio politico prima delle Leghe, che occupano lo spazio lasciato vuoto dalla crisi dei grandi partiti di massa del Novecento, DC e PCI in testa, e poi di Berlusconi. Sono infatti le leghe, poi confluite nella Lega Nord, a quotare le paure del Nord al mercato politico, agli inizi attraverso il messaggio della secessione hard.
In questo quadro si inserisce di lì a poco il fenomeno Berlusconi, che interpreta pienamente il dispiegarsi di un individualismo competitivo di carattere essenzialmente antisociale ed aperto ad accogliere un altro punto caratterizzante il berlusconismo, la personalizzazione della leadership; Berlusconi come “presidente della moltitudine“. mondella-bavaglioLa forza di Berlusconi, il suo messaggio, si basa sul potere del chiunque che dà identità al molteplice.
Intanto, emergono sempre più evidenti le difficoltà della maggioranza della sinistra politica, che non riesce a cogliere la specificità del fenomeno leghista, avendo perso capacità interpretativa del cambiamento delle forze produttive e che non comprende appieno il mutamento della composizione sociale nel Nord del Paese, ed è quindi incapace di interpretarne politicamente la domanda. Dentro una crisi verticale di legittimità ed efficacia decisionale della politica, le pulsioni modernizzanti e quelle difensive tornano a divaricarsi e, orfane di una mediazione unitaria, tendono contemporaneamente a corporativizzarsi, a restringere il loro orizzonte. Oppure, sempre più spesso, a tramutarsi in una sorta di guerra civile molecolare tra chi chiede alla politica di accompagnare il proprio desiderio di partecipare alla nuova dimensione globale e chi invece le chiede di (ri)perimetrare il territorio per puntellare una comunità locale che si sente sotto scacco. L’intuito politico di Berlusconi e di Bossi ed il loro gioco di sponda hanno fatto sì che convivessero all’interno del centro-destra entrambe le pulsioni, sia le modernizzanti che le difensive, in un continuo ed efficacissimo gioco delle parti.
Due nuove grandi paure si sono sostituite alle antiche. E la carica della minaccia è divenuta tanto più persecutoria, in quanto in passato il nemico sovietico restava distante. I nuovi nemici, i nuovi altri sono minacciosi come le epidemie medioevali, perché marcino sui nostri confini. Il che produce una nuova geografia dell’immaginario politico, come ha scritto Escobar[1] più di dieci anni fa, che passa dalla metafora materiale, molto materiale del fronte tra Ovest ed Est a quella del limes tra Nord e Sud. L’effetto perturbante dipende dal fatto che il Sud non resta a sud. I nuovi barbari vengono dal Terzo e Quarto mondo e penetrano fin nel Primo. Insomma, da Sud – ma anche da Est – un esercito è in marcia sull’Europa, e – più concretamente – verso i nostri campi e le nostre piazze.
Torna qui il paradosso rilevato da Sloterdijk circa la falsa comunità di soggetti irrelati. Perché lo straniero, il diverso, il barbaro non è che il fantasma della singolarità diversa da sé che non riusciamo ad accettare senza provare paura: “Lo straniero è – o potrebbe rivelarsi – la smentita vivente dell’ovvio, il testimone del fatto che lo spazio domestico ha dei limiti oltre i quali non s’estende la sua rete di significati, il suo ordine. Non solo: suggerisce che quello stesso spazio domestico è pericolosamente abitato da singolarità irriducibili, la cui diversità dimenticata è evocata e portata allo scoperto per analogia con la sua. Ancora: ci fa nascere il dubbio che il banale, già al proprio interno, possa smentirsi e capovolgersi, e che possano smentirsi e capovolgersi la ‘comunità’ e le abitudini che su di esso si fondano. Tutto ciò noi vediamo in lui, che ci appare qualcuno: forse per questo lo riduciamo a qualcosa?”[2].

La seconda, nuova paura degli abitanti del nord è divenuta quella di dover con-dividere con lavoratori “improduttivi” i livelli di benessere acquisiti. La Lega è stata il più formidabile imprenditore politico della paura del Nord, oltre che la sua più efficiente banca dell’ira. Alle centinaia di migliaia di lavoratori spaesati e impauriti, leghismo e berlusconismo hanno rivolto un messaggio semplice ed efficace. Bossi ha promesso identità, sottolineando che il loro riscatto iniziava dall’essere lombardi – dando così un paese a tanti spaesati. Berlusconi invece ha accolto nella sua grande casa tutti gli sfollati dalle fabbriche fordiste dismesse, gli impauriti dagli stranieri in arrivo. La casa delle libertà ha inglobato tutti i capannoni, gli ipermercati, i centri commerciali dell’area pedemontana ed è di fatto divenuta un luogo politico per gli italiani impauriti e rancorosi.

La dissoluzione dell’identità sociale è stata caratterizzata dall’istaurarsi di relazioni “più corte”, circoscritte ad un orizzonte spazio-temporale di più facile controllo. Si ricorre al già noto, alle differenze si sostituiscono criteri di uniformità spacciati per differenze. Ma – come diceva Simone Weil citata da Bonomi – “chi è sradicato sradica“. Il baluardo contro la diaspora delle soggettività, minacciata dallo spaesamento e dall’insensatezza, restava il recupero e la valorizzazione di elementi del passato. Agli inizi degli anni Novanta nel territorio pedemontano italiano e lungo l’arco alpino è tutto un fiorire di sagre, di feste, nel segno di quello che già Eric Hobsbawm aveva definito “l’invenzione della tradizione“: una serie di pratiche nelle quali sia implicitamente automatica la continuità con il passato. L’esperienza di sentirci in qualche modo ‘discendenti’ (dei Celti, dei Druidi, di Federico Barbarossa o dei suoi avversari “comunali”) ci fa sentire meno provvisori (Bonomi, 27). 7La celebrazione del passato (di un passato, scelto ad arte) ci dice che non siamo il prodotto del caso, ma di una storia, quella che ci siamo scelti.
La celebrazione della comunità stessa è al centro di queste ricorrenze fittizie: nel senso che gli elementi del passato, ed altri tratti da tradizioni apparentabili a volte non senza qualche forzatura, solo apparentemente sono l’oggetto della celebrazione, laddove in realtà costituiscono il veicolo di una ritualità che mette al centro la comunità celebrante.
Quest’estate passavo per la Marca trevigiana, uno dei distretti produttivi più ricchi del nord-est. Nella piazza di un paese non piccolo, l’ingresso della sede della Lega era coperto da manifesti di pellerossa. Lo slogan era qualcosa del tipo: loro li hanno rinchiusi nelle riserve, con noi non ci riusciranno. Loro sono evidentemente lo Stato sprecone simboleggiato da Roma ladrona. I nuovi pellerossa sono le genti produttive della Padania veneta, angariate dal centralismo. E’ interessante quindi che la riterritorializzazione -tipico prodotto della volontà nordestina- venga vissuta per converso come se fosse lo Stato a ghettizzare le laboriose comunità padane. Il che spiega in modo non banale quanto il rancore sia un sentimento reattivo, giocato di rimessa. Si nutre rancore (lo si alimenta a rabbia, gli si dà da mangiare risentimento) verso chi ci ha ridotti così: a monte c’è dunque un sentimento di spaesamento e di inadeguatezza ad affrontare un nuovo presente fatto di ruoli incerti, di funzionalità nascenti, di soggetti sociali economici e politici di nuovo conio. Un nuovo presente nei confronti del quale ci si sente inadeguati e che ha un responsabile, che però non siamo mai noi.


[1] Roberto Escobar, Metamorfosi della paura, Il Mulino, Bologna 1997, pag. 26 e segg.
[2] Roberto Escobar, op. cit., pagg. 14-15.

Radici del rancore

24 dicembre 2008

Alla fine degli anni Ottanta, nelle fabbriche italiane si inizia a registrare una forma di sordo rancore quale reazione alla frustrazione di un ruolo sociale perduto ed al risentimento nei confronti di quel sistema politico considerato responsabile del disfacimento sociale entro cui si era consumata la perdita di ruolo. Il ceto operaio del Nord, motore dell’economia italiana per un trentennio, smarrisce parte della propria centralità: Cipputi non si sente più protagonista dell’evoluzione socio-politica e sa di non esserlo.cipputi_stress
Avveniva così anche in Italia il tramonto della fabbrica fordista come luogo-chiave nella costruzione della società: se fino allora ci si aggregava per uguaglianza, ora si era chiamati semmai ad aggregarsi per differenza. Nasceva la figura sociale (come la definì in quegli anni Pietro Barcellona) dell’ individuo proprietario, di un microsoggetto caratterizzato da un desiderio quasi illimitato di possesso e chiamato ad un compito quasi aporetico: dar vita ad una comunità fatta di singoli in tanto definiti proprio in quanto proprietari. Una comunità fatta di singolarità monadiche, sganciando così i ruoli sociali da un ethos millenario che fin lì aveva inquadrato le individualità in quanto parti di un soggetto che li eccedeva e li comprendeva: la fabbrica, la cellula, il partito, la chiesa, lo Stato.
L’unica realtà sovraindividuale superstite era la famiglia, per quanto ridisegnata.
La famiglia in quanto luogo fisico, emotivo, sociale, economico con un preciso significato immediato e strategico. Il nucleo familiare costituisce la radice del localismo, fenomeno che al Nord assume connotati economici di prima rilevanza, ed al Sud anche, sia pure in misura ed in termini assolutamente diversi. Se al Nord il capofamiglia metteva al lavoro la propria famiglia dando vita a quel capitalismo molecolare che ha fatto la fortuna economica specie del Nord-est d’Italia, al Sud il ricorso alla rete corta delle alleanze familiari ha continuato ad avere i connotati arcaici dell’economia domestica sommersa, quando non direttamente afferente al reseau mafioso-malavitoso.
Nasceva al Nord un capitalismo fatto di piccole e medie imprese in cui lavoravano mamma, papà, figli e cugini, in un processo di esaltazione dell’autosfruttamento (così lo definisce Bonomi) tipico del codice dell’individualismo proprietario. La moltitudine di piccole e medie imprese veniva a costituire quella “città infinita” dell’area pedemontana, estesa senza soluzione di continuità da Milano a Treviso.
Lo sguardo con il quale Bonomi affronta l’analisi di questa trasformazione nel laboratorio del Nord vuole evidenziarne l’impatto antropologico su alcune figure emblematiche di questa apocalisse culturale: la “paura” dell’operaio della fabbrica fordista di matrice metropolitana, lo “stress” del piccolo imprenditore della pedemontana lombardo-veneta schiacciato dall’apertura dell’economia internazionale, lo “spaesamento” dei componenti delle comunità alpine e pre-alpine di fronte allo sgretolamento dei tradizionali dispositivi di coesione sociale.
L’effetto più cospicuo dello spaesamento, imputabile al crollo delle grandi appartenenze ed al confronto con la modernità globalizzata, comportava per il soggetto tonalità emotive connotate dall’incertezza e nel segno del ritorno all’abituale: “il processo di riterritorializzazione può essere sintetizzato con il ‘ritorno dell’abituale’. La modernità produceva un irreversibile spaesamento e il ritorno ai luoghi noti dell’abitare e del produrre. Ma questo ritorno nelle società locali generava inevitabilmente un disincanto, derivato dal non ritrovare più quelle condizioni locali da cui pure si era partiti. Ecco spiegati i sentimenti di frustrazione e rabbia che nelle società locali trovavano la loro base territoriale”[1].
Questi sentimenti, e le spinte reattive che la politica ha interpretato tra gli anni Ottanta ed i Novanta, non sono stati beninteso un fenomeno solo italiano.

Jorg Haider

Jorg Haider

Basti ricordare quel che è accaduto in contemporanea nella cintura alpina, in Austria con Jörg Haider, in Svizzera con Cristopher Blocher ed in Baviera, con Edmund Stoiber. Nelle valli alpine, l’accresciuto sentimento di marginalità ha promosso prima e più virulentemente che nelle città una serie di tentativi politici di riportare ad unità quel mondo dell’Heimat che si stava sgretolando sotto la pressione della competizione economica globale.
Sullo sfondo dei comportamenti compariva anche un sordo rancore che coniugava arcaismi ed etnoecologia, le ampolle ed il Dio-Po ed il rifiuto dell’alta velocità alle porte di Torino, in Val di Susa.


[1] Aldo Bonomi, Il rancore. Alle radici del malessere del nord, Feltrinelli, Milano 2008.

Spaesamento

24 dicembre 2008

Lo spaesamento è un concetto fondamentale nel sistema di Peter Sloterdijk. A monte, e ad esso riconducibile, vi è un nodo cruciale. Il concetto stesso di umanità sarebbe gravido di un paradosso attivo, esprimibile nella formula seguente: noi tutti formiamo una comunità con gente con cui non abbiamo nulla in comune. Gente non in quanto soggetto sovra individuale, ma puro agglomerato di unità singole e irrelate. Dopo Castoriadis, Claessens e Luhmann, dovrebbe esserci chiaro che le società sono società, fin quando riescono ad immaginarsi tali.
L’innesco di questa bomba logica a scoppio ritardato sarebbe nel concetto stesso di specie, perché concepito a carattere inclusivo[1]. La deflagrazione continua di questo ordigno scuote la possibilità stessa della Politica e ne mina le fondamenta. Come fare comunità con i diversi? E chi sono costoro e da chi ed in che sono diversi da noi? Ma soprattutto, date le premesse, chi siamo noi? è possibile individuare appunto una comunità che non sia virtuale, o fittizia? Se, come scriveva Camus, oggi la disgrazia è la patria comune, se lo spirito di desolidarizzazione privata, locale, nazionale, multinazionale, imperiale giunge così in profondità, non ci attenderanno forse – sostiene Sloterdijk – decenni futuri pieni di pericoli, nel segno della nuova situazione multi-egoistica?
Proveremo a rispondere, giovandoci delle interessanti riflessioni svolte su di un piano sociologico da Aldo Bonomi, in una pubblicazione recente.

Aldo Bonomi

Aldo Bonomi

Ma il fondatore ed animatore del consorzio A.A.STER, da più di dieci anni sta tracciando una mappa avvincente del lavoro e dei conflitti italiani, soprattutto al Nord. Era del 1997 Il capitalismo molecolare, La società al lavoro nel Nord Italia (Einaudi, Torino) che mostrava come nel nord Italia ci fossero 67,9 imprese per ogni 1000 abitanti, con una media di 4,9 addetti, di cui solo il 18,5% costituito da imprese manifatturiere. Il libro rilevava un dato ormai evidente: grande fabbrica e pubblica amministrazione occupavano  una parte ormai ridotta del “popolo dei produttori” del Nord, e ancor più oggi, dieci anni dopo. Composto da situazioni difformi, il Nord si presentava già allora come un arcipelago di contraddizioni e conflitti fra territori e sistemi produttivi, diviso tra aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla globalizzazione e “zone tristi”, escluse dalla modernizzazione.

Ma il Nord non è solo erotizzazione attraverso l’acquisto di beni. Il libro del 2000,  Il distretto del piacere, esplorava l’altra faccia della medaglia, il territorio sempre al Nord nel quale prosperano le filiere dell’impulso, dell’emozione e del desiderio. E come per la fabbrica fordista o per il capitalismo molecolare si danno città e distretti produttivi in cui è possibile osservare le forme dei lavori e dei conflitti, così in quel territorio che va da Gardaland a Rimini e a Cattolica, includendo anche la città-regione di Bologna e Venezia, si dispiega la “fabbrica libertina” che può essere indagata e raccontata come il distretto del piacere. Qui il corpo diviene moneta vivente nel circuito produttivo della “liberazione” fisica e sessuale: fitness, body trance, massaggi, meditazione, rilassamento, tatuaggi, danza. aquafanQui mettono al lavoro la loro “nuda vita” le cubiste, i DJ, i PR e i tanti nuovi “attivi senz’opera” nel ciclo del “tempo libero” fatto di parchi-gioco e villaggi-vacanze.
Ma il distretto del piacere, oltre a essere un nonluogo delle emozioni, dello spettacolo e del turismo, è anche un iperluogo della produzione dove lavorano – per lo più in forma precaria, saltuaria, stagionale – 150.000 addetti: quanti ne aveva un tempo la FIAT a Torino.

Prima di continuare a riflettere sui sentimenti degli italiani di oggi, Bonomi alla mano,  vorrei tornare un attimo a Sloterdijk e correggerlo con Sloterdijk stesso, facendo notare che almeno una cosa importante i protagonisti atomistici di questa communitas che tale non è, la condividono eccome: ed è quella dinamica del desiderio nei confronti delle cose, innescata da quelle che Bonomi chiama “le piccole fredde passioni“, tipiche dell’attuale fase storica e che appartiene in pieno, secondo il nostro autore, alla declinazione erotica delle passioni del soggetto. Rispondendo ad un’intervista su “L’Espresso” un anno fa, Sloterdijk diceva: “Siccome le agenzie celesti sono fallite, non ci rimane che il capitale, in cui ripongono le speranze sei miliardi di fedeli consumatori. Il capitalismo è un progetto di antropologia universale. Al suo interno l’uomo è prima di tutto un essere che desidera. Non in senso materialistico, ma edonistico: dall’epoca moderna in poi, l’uomo occidentale cerca la felicità tramite il possesso di oggetti e consumo di merci”.
Insomma, ci si deve accontentare dei beni di qua, se quelli di là non ci vengono più presentati con la stessa incisività e persuasione di una volta: “Il più grande e, in apparenza, affidabile banchiere della storia resta Dio, l’amministratore delegato dell’eternità. E il suo istituto di credito è il Paradiso. Miliardi di fedeli hanno investito nei secoli le speranze in Dio, attendendo il riscatto della vita eterna…”[2]. Oggi la fede cristiana è in crisi, mentre quella nel capitalismo – nonostante le profonde ferite inferte all’ambiente e le turbolenze finanziarie dei mercati – gode di una salute migliore e la felicità viene sempre più ricercata attraverso il possesso di beni materiali. Come dimostra la breve fenomenologia della ricchezza del Nord Italia illustrata appunto da Aldo Bonomi nel suo più recente lavoro. In altri termini, vi è un vasto mercato di merci concepite per soddisfare i desideri erotici delle persone. Che ne è del mercato dei desideri timotici? C’è la stessa offerta? A mio avviso, dopo il fallimento delle due banche universali dell’ira alle quali Sloterdijk si riferisce usualmente – il Paradiso dei Santi e quello dei Rivoluzionari – il mercato delle passioni timotiche ha subito una contrazione avvilente che ha fatto sì che, in capo ad una ventina di anni, l’offerta di Befriedigung – di soddisfazione nel senso hegeliano di appagamento – dei desideri timotici sia stata quasi monopolizzata dalle organizzazione politiche di Destra. la-tua-rabbia
La sottovalutazione dell’universo timotico, in politica, sarebbe quindi imputabile principalmente alla parte progressista e deomocratica, la quale ha probabilmente scontato più della controparte quella fiducia eccessiva – “illuminista” direbbe Lakoff – nell’evidenza della ragione, prendendo le distanze sia dalle passioni timotiche “al positivo” (onore, amor proprio, orgoglio, ecc.), sia da quelle troppo facilmente connotabili “al negativo” – come l’ira, la paura, la rabbia, il rancore, eccetera.


[1] Peter Sloterdijk (1993), Dans le même bateau. Essai sur l’hyperpolitique, ed.fr. Éditions Payot & Rivages, Paris 2003, pag. 12.
[2] Intervista a Peter Sloterdijk, “L’Espresso”, 20 settembre 2007.

Dispersione dell’ira nell’era di mezzo

24 dicembre 2008
Jean-Paul Marat

Jean-Paul Marat

“Né in cielo né in terra si è capaci di dare più inizio a qualcosa di giusto con la ‘giusta rabbia del popolo'”. Il riferimento a Jean Paul Marat apre il capitolo di Ira e tempo nel quale Peter Sloterdijk illustra la dispersione dell’ira nell’era di mezzo, la nostra. La rabbia cui si riferiva uno dei grandi della Rivoluzione dell’89 è grosso modo la stessa che abbiamo incontrato all’inizio di questo percorso, descritta da Pasolini nel film del 1963. Non era ancora iniziata infatti questa era in cui “sembra che l’ira non voglia più imparare”, incapace di ritrovare “la via del senno, mentre il senno non trova più lei”. Un’era in cui, insomma, l’indignazione non sa più produrre nessuna idea del mondo. E in cui molti degli indignati di un tempo hanno smesso di indignarsi, o ritengono di farlo in forme assai diverse; tanti agenti dell’impazienza estremistica di venti o trenta anni fa sono passati ad ingrossare le fila del centro, “il più informe dei mostri” lo definisce Sloterdijk [1]. E così troviamo ad esempio Paolo Mieli, ex Potere Operaio, a dirigere il “Corriere della Sera”; Paolo Liguori, direttore di un telegiornale Mediaset; Fabrizio Cicchitto, leader giovanile della corrente lombardiana del PSI negli anni Settanta, capogruppo alla Camera del Popolo delle Libertà. paolomieli

Con una botta di pessimismo, Sloterdijk arriva a sostenere allora che “nell’emisfero occidentale, la radicalità esiste ormai solo come atteggiamento estetico, forse come habitus filosofico d’importanza, non più come stile politico”. Oggi sembra si debba essere disincantati, convinti che il futuro ci sia già stato e che sia impossibile un suo ritorno, e men che meno un nuovo futuro: “Su di un fronte ampio di sono voltate le spalle all’intelligenza della critica, per votare di nuovo per il primato della religione. Ogni giorno la desecolarizzazione guadagna terreno, il bisogno di illusioni utili alla vita ha battuto la verità”[1].
Ciò segna in larga scala quel distacco dal primato della timotica, ancora attuale al tempo degli empiti rivoluzionari e socialisti, a vantaggio di un’erotizzazione senza confini, di una ri-privatizzazione delle illusioni. Se il passato timotico aveva visto il predominio assiologico dei valori combattenti, oggi – nella sfera avanzata del consumo – amare, desiderare e godere diventano il primo dovere. Cadono i precetti di astinenza e si propongono tre nuovi comandamenti morali:

  • – I, desidera e godi qualunque cosa ti sia indicata come bene degno di desiderio dagli altri che ne godono – con il che i media assurgono ad un potere crescente;
  • – II, non fare mistero del tuo desiderare e godere;
  • – III, non attribuire ad altri se non a te gli eventuali insuccessi nella competizione per l’accesso a oggetti del desiderio ed ai privilegi del godere[2].

Tuttavia, i sentimenti timotici permangono. Ed a volte si esasperano, se non si riesce ad essere felici attraverso l’erotizzazione del proprio orizzonte di attesa. Se vivo in una banlieu di Marsiglia od in una bidonville di Lagos o di Messico, al centro di un universo multicentrico che ha smarrito la periferia, surclassato dalle proposte del lusso e dell’erotica, come sposso sfogare la mia frustrazione per non avere ciò che tutti mi dicono mi spetti?
Il latore d’ira contemporaneo non ha scenari che lo orientino, non ha porte Scee o mura sotto le quali dirigersi per far scempio di nemici – anzi, a ben vedere, non sa neppure chi sono i suoi nemici. E non ha e neppure narrazioni convincenti che gli assegnino un posto conveniente negli avvenimenti mondiali di cui, comunque, è chiamato a far parte, da ogni angolo: dalla televisione, dalla cartellonistica, da Internet se vi ha accesso. Ed è allora che, “in questa situazione si raccomanda il ritorno alle invenzioni etniche e sub culturali della storia. E se queste non sono disponibili, subentrano al loro posto delle costruzioni locali noi-loro”[3]. In altri termini, “se gli insoddisfatti del postmoderno non possono sfogare le loro affezioni su altre scene, non resta loro che la fuga nella propria immagine riflessa, per come viene fornita dai mass-media”. Dallo spaesamento, la fuga in se stessi. E per trovarvi conforto, l’espulsione dalla propria immagine del sé di ogni aspetto perturbante.


[1] Ivi, pag. 225.
[2] PS, IeT, pag. 242
[3] Ivi, pag. 244.
[1] PS, IeT, pag. 218.

Linguaggio, narrazioni e politica

12 dicembre 2008

barack-obama-al-mare

Il modo di pensare ed il linguaggio dei conservatori, negli ultimi trent’anni, si sarebbe largamente imposto tra i media americani. Al punto che il  democratico  Barack Obama ha dovuto denunciare e scontare inizialmente un deficit di empatia,  una mancanza di attenzione. Prestare attenzione non significa soltanto provare empatia, ma assumere responsabilità, agire con forza e con coraggio. Per prestare attenzione, occorrono le forze per farlo e ancor più per farlo con successo. Nello schema lakoffiano, empatia e responsabilità sono al cuore del pensiero progressista. E, potenzialmente, insediate nei circuiti cerebrali di ogni americano. Per il politico progressista, si tratta dunque di risvegliare e di richiamare questi valori, senza cadere nei trabocchetti dei media conservatori: questo è quel che è riuscito, dopo tanti anni di predominio repubblicano, al democratico Obama.
Una trappola classica per il politico progressista  sarebbe consistita nell’accettare di parlare degli interessi dei propri elettori, invece che parlare con loro in termini empatici e responsabili. Quel che si doveva evitare era questo ragionamento: è nel nostro interesse politico aiutare la gente a raggiungere i propri interessi materiali. Se lo faremo, ci voteranno. Di qui programmi come tasse ridotte per la piccola borghesia, affitti calmierati per gli studenti fuori-sede, buoni-casa per i senzatetto, carta verde per gli immigrati clandestini, pensioni migliori per il pubblico impiego, assistenza sanitaria gratuita per i bambini poveri. Programmi che s’ispirano all’empatia, ma fondati sull’argomento dell’interesse dei gruppi, un argomento che – secondo Lakoff – non paga a sinistra. D’interesse economico, parla assai più convincentemente la destra.
Accade lo stesso nell’utilizzo del linguaggio: non è vincente adoperare un contesto linguistico conservatore per proporre valori progressisti. Se i conservatori parlano di “guerra al terrore”, un neoliberale potrebbe riprendere l’espressione  per contrastarla, accettando però così di fatto il contesto conservatore. Il “neoliberale” potrà anche argomentare contro la politica conservatrice, ma se permarrà all’interno del contesto, attiverà e rinforzerà quel contesto, invece che sfidarlo o cambiarlo.
porta-a-portaSecondo Lakoff, le prove a sostegno di questa tesi sono innumerevoli; tuttavia, la tesi non fa breccia tra i politici neoliberali [neppure a  politici progressisti che, magari partecipando a “Porta a Porta” o a “Mixer”, cadono nelle maglie della trappola nei confronti della quale Lakoff mette in guardia. Un politico di sinistra a “Porta a Porta” rischia di essere comunque funzionale al contesto conservatore]. Non avrà successo neppure esporre le crude cifre, sostenendo che i numeri parlano da soli: non è vero affatto, i numeri parlano all’interno di contesti e dicono cose diverse a secondo dei contesti diversi. Accentuare il lato negativo o quello positivo,per esempio, sposta la bilancia da una parte o dall’altra – come nel caso del famoso bicchiere. Un esempio è dato da un esperimento condotto da Kahneman.

Facciamo finta che vi dicano che siete seriamente malati e che occorre decidiate se sottoporvi ad un’operazione chirurgica: ne va della vostra vita. Nel caso A, vi dicono che avete il 10% di possibilità di morire nel corso dell’intervento. Nel caso B, vi dicono che avete il 90% di possibilità di sopravvivere all’intervento. Il caso A contestualizza la decisione in termini negativi. Il caso B, la contestualizza in termini positivi, di salvezza. Letteralmente, le percentuali in termini di probabilità sono identiche. Nell’esperimento,  molte più persone hanno scelto di sottoporsi all’intervento se si è posta loro la scelta in termini di salvezza, piuttosto che nel contesto negativo. Questo non è razionale dal punto di vista della razionalità economica classica, ma è quel che avviene.
Come contrastare questo imporsi dei contesti richiamati dai media e dalle forze politiche? Quel che non deve essere fatto, è accettare lo stesso agone, controbattere con gli stessi mezzi semantici sia pure con argomentazioni diverse od opposte. Secondo Lakoff, infatti, quello che stiamo imparando sulla frame semantics è molto importante in campo politico proprio perché si è scoperto che se si usa lo stesso linguaggio degli oppositori politici, anche se si stanno in realtà sostenendo opinioni contrarie, si finisce per aiutarli, poiché ogni parola è definita rispetto ad un contesto, e ogni contesto è caratterizzato all’interno di un sistema di contesti. Perciò quando si attiva la parola, automaticamente si attiva il suo contesto, il loro intero sistema di contesti e quindi il loro intero sistema di valori. Dunque, quando si usano i contesti di altre persone – anche se per contrastare le loro opinioni – si sta in realtà accettando il loro sistema di valori e di conseguenza li si sta favorendo.

In positivo, cosa dovrebbe fare un neoliberale americano avvertito? “In primo luogo, la cosa più difficile: pensare al di fuori dall‘illuminismo – in termini di visioni del mondo, contesti, metafore, narrazioni eccetera. Imparare ad argomentare con forza ed emotivamente partendo dalla prospettiva morale empatica e responsabile, valorizzando sempre le idee di protezione e rafforzamento. Aver chiaro che queste sono le basi della democrazia. Rinunciare allo schema destra-sinistra ed all’idea di spostarsi a destra per prendere più voti. Cercare punti in comune tra argomenti diversi. Favorire lo sviluppo di pensatoi su questioni cruciali – nei fatti, sviluppare temi dal sistema morale utili al governo ed ai casi specifici. Mai accettare per i suoi temi contesti conservatori, anche argomentando contro, ma offrire del proprio. Smettere di aiutare l’economia neoliberale a livello globale. Se ci si deve compromettere coi conservatori, iniziare la negoziazione dalla propria posizione morale – empatia e responsabilità, non dall’argomento dell’interesse proprio”[1].

Un esempio concreto di come un politico riesca, se vuole, a non farsi imprigionare in contesti che lo sfavorirebbero, è offerto da una partecipazione di Barack Obama ad un programma della CNN, agli inizi della sua campagna, il 2 giugno 2007. Lo intervistava Wolf Blitzer, un lupo travestito da pecora, un commentatore conservatore travestito da osservatore neutrale. barack-obamaLakoff riporta il batti e risposta:
Blitzer: Vorrei alzasse la mano se ritiene che l’inglese dovrebbe essere la lingua ufficiale degli Stati Uniti.
Obama rifiuta di alzarla, si alza in piedi, fa un passo avanti e dice:
Obama: “Questo è il genere di domande fatto apposta per dividerci. Lo so, lei ha ragione. Tutti dovrebbero imparare l’inglese se vivono in questo Paese. Ma la questione non è se le future generazioni di immigranti impareranno o meno l’inglese. La questione è: come possiamo proporre una politica dell’immigrazione al contempo legale e sensibile? E se veniamo distratti da quel tipo di domande, credo che facciamo un cattivo servizio agli Americani”.

Ecco un bell’esempio di come si rifiuta in politica il ricorso a contesti che ci obbligherebbero ad accettare il contesto dell’avversario. E’ ben fatto: lo so, lei ha ragione, ma… e qui si dice quel che dobbiamo dire noi, dal nostro punto di vista, senza contestare l’argomento addotto dall’avversario. Anche adottando questa nuova strategia, Barack Obama ha vinto le elezioni alla Presidenza degli Stati Uniti. E, con ogni probabilità, anche incarnando una serie di narrazioni credibili per la maggioranza degli elettori che alla fine lo hanno scelto, prima nella contesa con Hillary Clinton e poi in quella con John McCain.
In sostanza, oltre che il programma e la delusione diffusa nei confronti dell’Amministrazione uscente, per Obama hanno giocato anche narrazioni vincenti ormai acquisite dagli americani che avevano avuto ed hanno per protagonisti cittadini afro-americani. Negli anni Duemila, molte volte Oprah Winfrey si è confermata come la personalità televisiva più amata.

Jamie Foxx in Ray

Jamie Foxx in Ray

Nel 2005, la scelta popolare tra i film candidati all’Oscar cadde su Ray, la storia di Ray Charles, mentre l’attore più amato fu Jamie Foxx, proprio nel ruolo del cantante. Nel 2006 un altro nero, Tiger Woods, fu nominato Sportivo dell’anno, mentre secondo era Michael Jordan. Tra le donne, Venus e Serena Williams erano prima e seconda.williams-2
E da noi? Possibile che da così tanti anni all’esigenza di Nanni Moretti in Aprile (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra? Anzi, dì qualcosa…”) non si riesca a dare risposta? La nuova Destra italiana è stata capace di sfruttare un sistema di frame creato con razionale pervicacia grazie soprattutto alla televisione, per far breccia nell’elettorato e spostare a destra l’asse della politica italiana.

 


[1] Ivi, pag. 60.

Narrazioni, biconcettualismo e politica

12 dicembre 2008
11.9.2001 Ground Zero

11.9.2001 Ground Zero

Nell’immaginare e nel vivere una determinata esperienza si attiva la stessa struttura neuronale. L’11 settembre 2001 è stato un evento che ha causato un’enorme paura. Ovviamente, innanzitutto per chi lo ha vissuto in prima persona, ma poi anche per chi lo ha seguito in televisione, o su internet, migliaia di chilometri lontano da NY. Eppure, in migliaia di spot elettorali i Repubblicani hanno ripetuto le immagini delle due torri che si sbriciolavano al suolo, continuando a causare e a diffondere paura. Lo stesso linguaggio adottato negli spot (minaccia, attacco, terroristi) e nella retorica dei Repubblicani può continuare ad evocare paura una volta che i circuiti neuronali si sono fissati nel nostro cervello. In questo modo, c’è chi può fare un uso politico della paura.
Alcuni modelli narrativi, dicevamo,si sono manifestati più capaci di altri di suscitare consenso ed immedesimazione. La narrazione che vede un salvatore accorrere in aiuto di una vittima innocente, si è dimostrato per esempio negli ultimi anni un contesto vincente. Tanto è vero che due Presidenti americani, padre e figlio, vi hanno fatto ricorso a distanza di una decina d’anni.
Nella prima Guerra del Golfo, il primo Presidente Bush ha tentato inizialmente la strada della narrazione autodifensiva: Saddam Hussein stava minacciando gli Stati Uniti, strozzando i suoi oleodotti. I dimostranti pacifisti controbbatterono con lo slogan “No Blood for Oil” [Niente sangue per il petrolio], e funzionò. Un sondaggio tre mesi prima dell’inizio della guerra attestava che gli americani non si sarebbero battuti per il petrolio. Ma che lo avrebbero fatto per salvare qualcuno. Subito dopo il sondaggio, la narrazione presidenziale cambiò, divenendo una narrazione salvifica: bisognava accorrere in aiuto del Kuwait stuprato. La figlia di un diplomatico dell’emirato fu fatta testimoniare di esser stata vittima di uno stupro perpetrato dall’esercito invasore di Saddam. Saddam diveniva così il Bruto, il Kuwait e le sue donne le vittime innocenti e gli Stati Uniti l’Eroe Buono che accorre in difesa.
Inutile dire qui delle realtà che si celavano dietro la narrazione. Ognuno ha le proprie idee politiche.
US-IRAQ-POLITICS-BUSH-SPEECHE’ interessante che lo stesso spostamento accade dieci anni dopo in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Prima, George W. Bush tenta la carta della narrazione dell’auto-difesa: Saddam avrebbe avuto armi di distruzione di massa. Ma dato che gli osservatori ONU non le trovano, la narrazione cambia e diviene ancora una volta una narrazione salvifica: le vittime sono i popoli iracheni, angariati e bombardati dal Bruto Saddam, popoli da salvare portando loro la democrazia e liberandoli dalle torture, dagli stupri, dalla corruzione e dagli omicidi.

La struttura profonda della narrazione resta la medesima: in due guerre diverse (?), con due Presidenti diversi osserviamo lo stesso spostamento narrativo: se un contesto narrativo non funziona, se ne adotta un altro che ha già funzionato. bush-abdullah-holding-handsCiò è stato possibile perché nei cervelli degli americani – secondo la teoria di Lakoff – si danno le strutture limbiche profonde in grado di accogliere casi diversi ma analoghi: “i legami neuronali permanenti permettono che queste strutture narrative generali siano applicate ad ogni nuovo caso particolare”[1].
Nella teoria dello studioso di Berkeley, conservatori e progressisti quindi non hanno solo fini e valori diversi, ma anche differenti modi di pensare. E’ per noi curioso che esista un modo di pensare conservatore ed uno progressista: e come pensa Casini? Secondo Lakoff, quelli che si sentono di centro usano a volte il modo di pensare progressista ed altre quello conservatore. La teoria cognitivista non ammette moderati: non esiste una visione del mondo moderata, nessuno ha un set di idee che caratterizza un “centro” o la “moderazione”: “chi si definisce moderato usa il pensiero conservatore in alcuni ambiti e quello progressista in altri, senza con ciò rientrare in una scala lineare sinistra-destra”[2]. Non solo: secondo Lakoff, il fine ultimo dell’utilizzo della metafora della scala destra-sinistra serve a favorire i conservatori radicali ed a marginalizzare i progressisti. Almeno nei cervelli degli americani ci sono solo due modi di pensare, uno fondamentalmente progressista ed uno fondamentalmente conservatore. Chi è in mezzo, usa entrambi. E’ quello che Lakoff definisce biconcettualismo; vale a dire la capacità del nostro cervello di funzionare secondo una logica in certe occasioni e in altre secondo un’altra. Non si tratterebbe di ipocrisia, ma della reale capacità – frutto ancora una volta dell’organizzazione cerebrale – di separare ambiti diversi.
A lungo ho pensato che l’essere umano moderno occidentale fosse essenzialmente “di destra”. Cioè che i suoi desideri profondi fossero guidati da quel potente motore che è l’istinto di sopravvivenza. Per superare le ragioni del quale ritenevo fossero necessarie mediazioni culturali, un’opera di addomesticamento degli istinti. Al dilemma tradizionale: due uomini davanti ad una mela, se la contenderanno o la spartiranno?, pensavo fosse lecito rispondere: dipende dal loro interesse in quel momento, se converrà loro, la divideranno, altrimenti se la contenderanno. In altri termini, ritenevo prevalesse l’interesse proprio, ancorché modulabile.
Oggi, la scoperta dei neuroni-specchio e la semantica cognitivista potrebbero indurre a modificare la risposta. Empatia e cooperazione sembrerebbero altrettanto naturali dell’argomento dell’interesse proprio[3]. D’altra parte, come proviamo paura nel vedere un delitto o un incidente ad altri, come fosse capitato a noi, allo stesso modo proviamo piacere, facendo cose che risultano gradite agli altri.

neurone

neurone

A questo proposito, Lakoff si sofferma sull’importanza della scoperta (che si deve essenzialmente ad un’équipe italiana) dei neuroni-specchio. È grazie ai neuroni specchio che capiamo intuitivamente se qualcuno è arrabbiato, spaventato o felice. E questo permette di immedesimarsi nelle altre persone, il che suggerisce che l’empatia sia qualcosa di connaturato, e che quindi non sia affatto vero che l’unico istinto “naturale” dell’uomo sia la ricerca e il conseguimento dell’interesse personale. Tutto ciò avrebbe conseguenze morali, politiche ed economiche molto importanti. Sono molte le teorie delle scienze politiche incentrate sulla ricerca dell’interesse personale. Ma non sono vere, e hanno pesanti ripercussioni politiche.
I neuroni specchio hanno anche importanti conseguenze per una teoria del significato. Essi si attivano quando si compie una certa azione, oppure quando si vede qualcun altro compierla. Questo loro comportamento mostra che sono in un qualche modo neutrali tra azione e percezione. E questo è esattamente ciò che il linguaggio è. Ciò significa che è molto probabile che i neuroni specchio siano coinvolti nel significato di tali azioni. Il che sembra dare origine a una teoria del significato secondo cui questo è basato sulla simulazione mentale. In ogni caso, secondo Lakoff è evidente il debito nei confronti degli studi recenti nel campo delle neuroscienze.


[1] G. Lakoff, The Political Mind, cit., pag. 38.
[2] Ivi, pagg. 44-5.
[3] Ivi, vedi pag. 202 e segg.

Il caso ANS

12 dicembre 2008

ap101330310604084252_bigForse, adesso dovremmo essere in grado di capire qualcosa del senso mitico della vita e della morte di Anna Nicole Smith e di come mai ciò abbia a che fare con la politica.
Nel caso della Smith, si danno molte semplici narrazioni ed emozioni ready-made. Mettendo insieme il tutto, si ottengono delle montagne russe di emozioni complesse, ed un intreccio complesso.
La prima narrazione che la sua storia ripropone è quella del poveraccio-che-diventa-ricco. La narrazione stessa è un’icona americana, una versione dell’american dream: l’americano che parte povero e che arriva in alto. Che poi è una versione particolare della narrazione della reinvenzione del sé: in America, reinventarsi è premiante (vedi i casi di Richard Nixon e di Al Gore, recentemente). Anche Vickie Lynn Hogan, una ballerina di topless, si reinventò, dandosi un nuovo nome ed una nuova identità: appunto quella di Anna Nicole Smith.
ans_playboycoverLa catena dei primi fatti: una ragazza qualsiasi, certamente bella, come Anna Nicole viene scelta per apparire nuda su “Playboy”, diventa Playmate of the Year, le viene offerto un contratto miliardario dai jeans Guess? e sposa infine un miliardario vero, anche se vecchio, J. Howard Marshall. E’ più della narrazione del povero-che-diventa-ricco. E’ l’incarnazione dell’americano redento, dell’eroe prima a terra e che sembra un perdente e che poi si rialza e con le proprie forze (ehm…) si strappa dalla condizione subalterna di cameriera, poi di ragazza-madre senza una lira e infine di ballerina di topless. Diviene una celebrità in quanto celebrità, non perché sappia far qualcosa. Secondo tempo: Anna Nicole appare sempre più spesso in televisione, ha perfino un suo programma. Intanto ingrassa a dismisura e a dismisura dimagrisce, fa uso di droghe, ama e sbeffeggia contemporaneamente l’anzianissimo coniuge; perde il figlio adolescente avuto da adolescente per un overdose di metadone, ed infine muore anche lei, sembra per un cocktail di droghe.

Marilyn Monroe

Marilyn Monroe

Perfino la sua morte incarna quindi una delle principali narrazioni standard, simile a quella di Marilyn Monroe, di Jayne Mansfield, di Janis Joplin, per restare alle signore: vivi in fretta, muori giovane. Cosa rende allora ANS una figura tipica? Il fatto di incarnare contemporaneamente tutte queste narrazioni fatte da luoghi comuni ed una serie di contesti tipicamente americani. Quasi come un’icona pop o un personaggio dei fumetti. Come questi ultimi, ANS non aveva una propria realtà indipendente, ha vissuto solo nelle narrazioni e nei contesti nei quali ha trovato spazio.

Jane Mansfield

Jane Mansfield

Le donne dell’America profonda si sono riconosciute nella povera ragazza dal buon cuore e con poca educazione, disposta a giocare le uniche carte che aveva: il proprio corpo e la propria determinazione per diventare famosa e far fortuna.
Anche i suoi difetti rientrano perfettamente in altre narrazioni standard: il suo egoismo straripante, la sua avidità, il suo scarso talento, il suo arrivismo che la indusse a sposare e perfino a fare sesso con un novantenne, la fanno rientrare nella narrazione tipica della “donna avida d’oro”: senza cuore, manipolatrice, disposta a sposare un uomo più vecchio di lei di sessant’anni per denaro, divoratrice di carte di credito in gioielli e vestiti, lontana da lui al momento della sua morte, poi impegnata in un durissimo contenzioso legale col figlio di lui per l’eredità, fino alla Corte Suprema.

Anche la narrazione della “vita spericolata” le si addice. Diciannovenne con un figlio, viene piantata dal compagno e si ritrova a dover usare il proprio corpo per guadagnare, facendo la spogliarellista nei topless bar di Houston. Fa uso di droghe e beve. Viene arrestata per guida in stato di ubriachezza e per rapina. E’ bisessuale, viene anche denunciata da una donna per molestie sessuali.
anna_nicole10_300La sua storia rientra anche nella narrazione di “come sposo un milionario”. Come Marilyn Monroe e Julia Roberts nei loro ruoli famosi, ANS è una ragazza ingenua dal cuore d’oro che un miliardario capisce e rispetta, ed il suo rispetto gli fa vincere il suo cuore.
Insomma, una serie di storie le calzano a pennello. Tutte narrazioni e contesti nei quali gli americani non fanno alcuna fatica ad immedesimarsi.
Ma a proposito della narrazione del redento, ecco il ponte con la politica. Nell’agosto scorso, John McCain e Barack Obama, in quanto candidati alla Presidenza degli Stati Uniti, si sono offerti in pubblico ad una confessione delle proprie colpe passate. McCain ha confessato di sentirsi in colpa per il fallimento del suo primo matrimonio. In effetti, il Senatore repubblicano lasciò la prima moglie dopo che, a causa di un incidente, lei si era imbruttita. Il Senatore dell’Illinois ha confessato invece una colpa giovanile: essersi fatto delle canne da ragazzo.
Già in passato il rito espiatorio aveva visto protagonisti Bill Clinton, infine reo confesso di aver praticato sesso orale con altri dalla propria moglie – colpa lieve questa specialmente, divenuta però gravissima perché lo indusse a mentire di fronte al Congresso; George W. Bush, ha dichiarato i suoi trascorsi di ex alcolista anonimo per affezione al bourbon e di renitente alla leva. In ogni caso, confessare significa per gli Americani dimostrare che non si ha più paura di un passato imbarazzante. Smettere di bere significa allora, per esempio, accreditarsi agli occhi del pubblico come appunto un Redento, colui che non pecca più ma che è passato attraverso il peccato. Ed ogni insuccesso passato diviene testimonianza del suo contrario, della forza di carattere.

Amy Winehouse

Amy Winehouse

Il primo grande successo di Amy Winehouse, di suo piuttosto incline al bere ed alle droghe, si chiamava Rehab, che stava proprio per rehabilitation: anche nel mondo inglese si fa strada la narrazione del peccatore che si redime.
Ma il fatto che si faccia così tanto affidamento sulla capacità del pubblico di riconoscere istantaneamente questi contesti – in questo caso, autoassolutori – e queste narrazioni prova quanto essi siano fisicamente insediati nei nostri cervelli. Secondo Lakoff, non che ci sia nati, ma certo siamo cresciuti esposti a loro e li abbiamo acquisiti come strutture narrative profonde, al punto da conformare una serie di nostre sinapsi. Non riusciamo a capire gli altri se non ricorrendo a queste narrazioni culturali. Ma, il che è più rilevante, non possiamo neppure capire noi stessi, chi siamo, chi siamo stati e dove vogliamo arrivare, senza riconoscere e vedere come ci adattiamo a questi modelli narrativi culturali. Capiamo le figure pubbliche calandole in questi modelli narrativi complessi insediati nei circuiti neuronali del nostro cervello. Ma dobbiamo sapere che essi possono essere attivati e funzionare inconsciamente, automaticamente, in modo riflesso. E vediamo e consideriamo ANS o George W. Bush senza pensare al fatto che il modo in cui li consideriamo non dipende solo e tanto dalle nostre scelte consce, quanto dalle scelte narrative operate dal nostro cervello al di là della nostra consapevolezza conscia.
E allora? Cosa possiamo fare? Secondo Lakoff, dobbiamo sforzarci di rendere l’inconscio cognitivo il più possibile conscio, così da far diventare le decisioni da riflesse, riflettute. Pur sapendo che in un certo senso non possiamo sfuggire al dato; le narrazioni culturali sono nel nostro cervello e ci appartengono, ed è illusorio pensare di valutare qualcuno o qualcosa al di fuori di loro.
Nel che scorgo l’affacciarsi di una contraddizione: dopo aver criticato aspramente, e con ottime ragioni, la razionalità pura del modello di mente illuminista, Lakoff indulge in un tentativo anch’esso tipicamente “illuministico”, come quello di portare a consapevolezza quel che non lo è. Che è poi una critica ormai di scuola rivolta anche alla psicoanalisi: se l’inconscio è tale, come è possibile “dirlo” consciamente? O, più terra terra: se Freud non incorse in un lapsus paragonando l’inconscio allo Zuiderzee, il mare interno degli olandesi da bonificare, possibile che il compito delle forze che si pongono dalla parte della ragione sia sempre quello di dover sottrarre spazio e campo alle emozioni ed alle passioni? D’altra parte, ed in un luogo ben più rilevante della sua opera, Freud ha spiegato di concepire l’inconscio come la parte emersa dell’immenso iceberg costituito dall’inconscio. Immagine che vale assai più della precedente e più in sintonia con questo nostro corso, che intende spinozianamente non creare discontinuità tra ragioni e passioni.

Il fatto è che la politica, ed il campo conservatore soprattutto, ha capito benissimo il ruolo ed il peso dei contesti narrativi: Anna Nicole Smith ne è la prova. Ha capito perfettamente quanto pesante sia il ruolo delle narrazioni e quanto alcune funzionino meglio di altre.


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