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Stadi e arene

21 ottobre 2008

In un intervento sulla “Neue Zürcher Zeitung”[1], Sloterdijk è tornato sullo sport, riprendendo alcuni concetti trattati con ampiezza già nel primo excursus di Sfere II, dal titolo Morire più tardi, nel quale si era concentrato sull’anfiteatro e sull’arena, luogo dei giochi romani. In Sfere III ha esposto le sue considerazioni in merito invece allo stadio greco, luogo assai diverso dall’arena – come stiamo per vedere.
Nel Novecento, avremmo assistito ad una doppia rinascita della storia dello sport: da una parte, ad una rinascita dello spirito Greco, sotto il segno dello stadio, dall’altra dello spirito romano, nel segno invece dell’arena. Il trend generale della cultura sportiva del ventesimo secolo avrebbe sancito la vittoria del principio dell’arena su quello dello stadio, il che direbbe anche qualcosa della tendenza generale della cultura di massa del Novecento. Ancora una volta, è lo spazio a rivestire un ruolo centrale nella visione del mondo proposta.
Se gettiamo uno sguardo all’antichità greca, vediamo che lo sport nasce già ai suoi albori. Si data infatti l’inizio dei giochi olimpici intorno al 780 avanti Cristo e durano fino al 400 dopo Cristo. Per dodici secoli quindi i Greci hanno scandito il tempo ed il calendario secondo i giochi. Ogni quattro anni i giovani dell’ecumene greca marciavano verso Olimpia, attraversando pianure brulle e colline aride fino ad arrivare nella valle della città sacra dello sport. Poi, per cinque giorni festeggiavano di fronte al tempio di Zeus i loro giochi. Erano uomini, alle donne le Olimpiadi erano precluse: si narra che la madre di un atleta si vestì da uomo per dare il suo contributo di allenatrice al figlio. Ma fu scoperta, perché le regole olimpiche imponevano che anche gli allenatori, come gli atleti, stessero nudi…

La regola decisiva è che solo il vincitore sarà ricordato: non erano previsti secondi e terzi posti. Si potrebbe anzi edificare un’intera storia culturale sul fatto che la scoperta della medaglia d’argento ha comportato un’umanizzazione della vittoria, e che la medaglia di bronzo ha infine introdotto il sentimentalismo nello sport.
Gli antichi non ne sapevano nulla, erano solo protesi a vincere. Il vincitore aveva il diritto di veder collocata la sua statua sul viale di Olimpia; il che comportò che, nei secoli, ci fossero più o meno tante statue quanti abitanti. La Grecia era una terra abitata da due popolazioni: una di statue ed una di viventi. Le statue mostravano sempre un vincitore ed il vincitore sembrava sempre un po’ un dio. Un po’ più grande del formato vivente, la statua comportava sempre un innalzamento, in linea con la cultura del corpo greca.
Qualcosa di molto diverso si è compiuto in campo romano. Al tempo dell’impero, inizia un nuovo modo di costruire che non ha nulla a vedere con la cultura greca dello stadio.

Lo stadio di Atene

Lo stadio di Atene

Com’è noto,lo stadio è a forma di U, con un lato aperto, davanti al quale si trovava il tempio. L’idea era che il campo di battaglia si trovasse aperto agli dei e che i contendenti portassero a termine i loro esercizi, appunto, coram Deis.
Del tutto diversa è la concezione romana. L’arena romana è un tipo di costruzione che sottolinea lo spazio circolare: vi domina il pathos dell’immanenza, un verdetto senza uscite e fatale. Il modello delle arene, il Colosseo, è una macchina del fato in grande stile. Qui venivano generati destini davanti al grande pubblico – sconfitte con esito mortale e vittorie nel nimbo della tristezza, coram populo. Ecco perché la cultura moderna si è incamminata su di un cammino pericoloso, ricollegandosi maggiormente nello sport ai Romani che ai Greci.
Dal torso arcaico di Apollo del Louvre, Rilke aveva colto il messaggio: di fronte a quel busto senza testa, “là non c’è punto / che non veda te. Devi cambiare la tua vita”[2].

Torso arcaico di Apollo, Louvre

Torso arcaico di Apollo, Louvre

Quel che il poeta aveva compreso, è l’imperativo estetico che ha illuminato tutto il Novecento. Dove questo imperativo viene rispettato – dice Sloterdijk – siamo culturalmente nel giusto, perché restiamo nello spazio greco, nel quale lo sport viene praticato come un’opportunità di bellezza. Lo sport romano, al contrario, significa tutt’altro, è uno sport del prevalere, della tristezza – il preludio alla pericolosa cultura di massa che si rifà ad un voyeurismo della forza. A Roma, è notevole ciò che richiama l’uomo alla sua finitezza e ciò che dimostra la necessità di piegarsi di fronte ad una forza soverchiante.
Non è un caso che il filosofo romano paradigmatico del primo secolo dopo Cristo sia Seneca (autore peraltro di uno dei più famosi trattati timotici, il De Ira) e che egli abbia scelto l’arena, il teatro delle battaglie gladiatorie, come simbolo universale. Nella XXVII lettera a Lucilio, Seneca scrive: la vita umana non è nient’altro che una grande battaglia tra gladiatori, nella quale bisogna combattere sine missione.
In ogni caso, l’arena è un luogo di verità. L’attimo della verità irrompe quando un gladiatore minacciato è all’angolo, solo dinnanzi alla morte. L’unica cosa che quindi conta agli occhi di un filosofo romano è la domanda se nel morire si fa bella figura o meno. Per Seneca vale solo una distinzione tra gli uomini: che uno solo resta in piedi, mentre gli altri giacciono a terra e che quell’uno sopporta più di tutti. Non ci si sbaglia ritenendo che stia pensando proprio alla situazione dei gladiatori. Essi rappresentano in actu la sola distinzione che in una metafisica fatale fa la differenza: la differenza tra chi vive e esce dall’arena e chi, a terra morto o ferito viene portato via.

l'arena romana

l'arena romana

In piedi o a terra: questa è la questione di cui in ogni arena si tratta. In ogni sport agonistico viene citato in qualche modo questo giudizio divino tra il soccombere o il sopravvivere. Il fascino dello sport anche al mondo d’oggi che si rappresenta in una scena pacificata consiste proprio nell’offrire all’uomo di prender parte in tempo reale a questa scelta primaria. Nessun può sapere in anticipo chi vincerà il match. Si segue con i propri occhi come lavora il destino. Inoltre, gli antichi non avevano sport di squadra, i Greci conoscevano solo contese individuali ed i Romani avevano giochi collettivi solo sottoforma di battaglie tra gladiatori. Solo la modernità ha introdotto giochi cooperativi, giochi di squadra, sviluppando così una nuova idea di socialità.
L’anfiteatro era una sintesi della mentalità fatalista, ed insieme antropocentrica, dei Romani. Nell’arena tutto era deciso dagli uomini; erano uomini quelli che si fronteggiavano e uomini erano coloro che morivano, ma al contempo vi aleggiava un elemento di casualità, di dipendenza dal Fato che oltrepassava le possibilità del singolo.

Eroi degli stadi
È la forma rotonda, senza possibilità di uscita, a fare dell’arena l’emblema della concezione romana dell’esistenza. Come da esso non vi è uscita, se non vittoriosi o morti, così non vi è uscita diversa dalle situazioni della vita: o soccombiamo ad esse, oppure ne usciremo vincenti, ma nella consapevolezza che alla fine si soccomberà comunque, senza possibilità di grazia.

Antonio Lucci ha notato con acume che le analisi sloterdijkiane sull’importanza della figura dell’arena sono sì centrali per comprendere la mentalità romana, ma anche per comprendere un altro modo tipico dei romani di rapportarsi al mondo: la conoscenza della situazione. Solo chi si rende velocemente conto di dove si trova, e di quali punti può sfruttare a proprio favore, riesce ad uscire vittorioso dall’arena. E Lucci richiama la prima scena di combattimento ambientata nel Colosseo del film Il gladiatore di Ridley Scott, in cui Massimo, il protagonista, riesce a sopravvivere insieme ai suoi compagni solo usando le armi presenti nell’arena per creare una formazione difensiva, poco spettacolare ma efficace, su di cui si infrangono le ruote delle bighe deputate ad ucciderlo. Sloterdijk glossa: “Se il motto greco recitava: conosci te stesso, quello romano dice: conosci la situazione”.

L’arena romana è una città di culto della mestizia, che al contempo è soggetta alla dea Fortuna. Non si deve dimenticare che la fortuna debutta proprio come patrona dei gladiatori. Ci meravigliamo perché è la dea che ci insegna a giocare con ciò con cui siamo giocati [Wir bewundern sie, weil sie die Göttin ist, die uns lehrt, mit dem zu spielen, was mit uns spielt..] Per questo la palla è il simbolo centrale dei moderni. L’uomo contemporaneo deve giocare con ciò che gioca con lui e la più grande di tutte le sfere è la Terra stessa. Questo è il senso profondo di ogni globalizzazione: la modernità è essenzialmente tempo del globo. La nuova sfera non affonda le sue radici soltanto nel XVI secolo in quanto simbolo imperiale nelle mani dell’Imperatore, oggi si vedono re che allungano le loro mani sul globo terrestre. Questo gioco con una palla che non si può tener ferma è l’autentico gioco con la sfera della modernità. Il calcio moderno, col suo fascino per l’oggetto rotolante, è un culto della Fortuna tipico dell’età moderna. Il pallone sta per ogni ingiustizia che non vogliamo portare alla luce: l’ingiustizia della Fortuna [Der Ball steht für eine Ungerechtigkeit, die wir nicht entbehren wollen: die Ungerechtigkeit des Glücks].
D’altra parte, il calcio è anche un gioco atavico, che rappresenta al meglio un momento portante dell’antropologia umana, quello della caccia. Anche gli stadi più moderni, come l’Allianz Arena di Monaco, sono sempre il Colosseo. Sloterdijk guarda volentieri il calcio, anche se non si sente un vero tifoso. I suoi interventi sul football sono comunque molto numerosi, anche in rete. Ricordo qui soltanto una sua riflessione sul calcio, legata agli aspetti di fondo del gioco.

Totti, gol!

Totti, gol!

Perché i calciatori esultano tanto, dopo aver segnato? Perché quelle scene che possono risultare perfino oscene – chiede Sloterdijk? Una pornostar sfigurerebbe, a petto degli orgasmi inscenati dai giocatori dopo una rete. La gioia del gol fa capire cosa si svolge davvero sul prato verde del campo: la rappresentazione della più antica sensazione umana di successo, per essere riusciti a colpire una preda con un oggetto balistico, preda che cercava di sottrarsi con ogni mezzo. E’ un sentimento prettamente maschile, dal momento che le donne – secondo Sloterdijk – sarebbero principalmente raccoglitrici, mentre l’uomo – si sa – è cacciatore. Motivo per cui le donne portano sempre una borsa – aggiunge Sloterdijk tra il serio ed il faceto. Per tornare ai maschi, abbiamo sostituito oggi agli eroi le star. L’eroe muore giovane (“Gli eroi son sempre giovani e forti” cantava Francesco Guccini ne La locomotiva), mentre la star sopravvive a se stessa: ma mentre l’eroe antico cadeva sul campo di battaglia, la star degli stadi muore simbolicamente al suo rientro nella vita civile. Vedremo prossimamente quanta ira possa comunque esser spesa anche e soprattutto fuori dagli stadi.


[1] Peter Sloterdijk, Spielen mit dem, was mit uns spielt. Über die physischen und metaphysischen Wurzeln des Sports zwischen griechischem Stadion und römischer Arena, in “Neue Zürcher Zeitung”, 14 giugno 2008.

[2] Rainer Maria Rilke, Torso arcaico di Apollo, in Nuove poesie:

Non conoscemmo il suo capo inaudito,
e le iridi che vi maturavano. Ma il torso
tuttavia arde come un candelabro
dove il suo sguardo, solo indietro volto,

resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti
la curva del suo petto e lungo il volgere
lieve dei lombi scorrere un sorriso
fino a quel centro dove l’uomo genera.

E questa pietra sfigurata e tozza
vedresti sotto il diafano architrave delle spalle,
e non scintillerebbe come pelle di belva,

e non eromperebbe da ogni orlo come un astro:
perché là non c’è punto che non veda
te, la tua vita. Tu devi mutarla.

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