La prima parola dell’Occidente

Barnett-Newman, 1952

Barnett-Newman, Ira di Achille, 1952

“All’inizio della prima frase della tradizione europea, nel verso di apertura dell’Iliade, emerge, fatale e solenne come un appello che non tollera obiezioni, la parola ‘ira’. Il nome è in accusativo come si conviene all’oggetto ben definito di una frase. ‘L’ira celebro, o Dea, di Achille, del Pelide (…)’”. Ecco, quindi: nell’Occidente antico ogni cosa iniziò con lei, l’ira.
Il che è naturale, secondo Sloterdijk, essendo l’ira «la forza fondamentale nell’ecosistema degli affetti» che anima i corpi e le menti degli europei sino, appunto, dall’Iliade. Nel corso della modernità, prima il cristianesimo, poi il comunismo, sarebbero riusciti a canalizzarla, trasformandola in energia spirituale e politica. Cristianesimo e comunismo avrebbero così aperto una serie di banche in grado di raccogliere l’ira coltivata dagli scontenti, assegnandole un valore di redenzione politica capace di rompere il cerchio dell’oppressione e di garantire una salvezza in questo o nell’altro mondo. 

Peraltro, il filosofo tedesco non è stato il primo a rimarcare questo esordio timotico della cultura europea: già Watkins (1987) ed altri lo avevano sottolineato, segnalava Remo Bodei già diversi anni fa[1].
Torniamo a quell’inizio nella piana di Troia, narrato dal poeta. Per quei casi in cui oggi si fa appello ai terapeuti o si cerca il numero della polizia, gli iniziati di allora si rivolgevano al mondo ultraterreno (vai a vedere se con minore fortuna…). Omero chiede alla divinità di legittimare il suo ricordo del sentimento che s’impadronì dell’eroe degli Achei ad un certo punto della guerra di Troia. Il poema, nella versione più antica nota ad Aristosseno, iniziava sì con l’ira, ma di Apollo, non di Achille. L’ira di Apollo fungeva da ponte tra l’ira di Zeus ricorrente nel mondo esiodeo e l’ira di Achille, pienamente omerica[2]. L’ira di Achille è, in effetti, l’ira di un uomo. La parola per dire quel sentimento è mēnis, in questo contesto traducibile con ira:

 

Menin aiede, thea, Peleiadeo Achileos
Oulomenen, he myri Achaios alge eteke (…).
[L’ira cantami, o dea, di Achille figlio di Peleo, l’ira funesta che ha inflitto agli Achei infiniti dolori, che tante anime forti ha gettato nell’Ade (…)].

Nella edizione classica a noi pervenuta, la mēnis umana di Achille è parallela all’ira divina di Apollo che decima con la peste l’esercito greco. Notiamo subito che Omero non desidera ricordare, descrivere e tramandare soltanto il sentimento di Achille, ma anche le conseguenze terribili che da quella passione derivarono: l’ira e le sue conseguenze. Ricorderete, quale anno fa, il film di Paolo Sorrentino Le conseguenze dell’amore? Ecco, le conseguenze, non l’amore stesso. Ciò che dalla passione viene innescato, le storie che ne nascono. Quindi, ira e tempo.
Quale ira? Mēnis è qui l’ira figlia dell’indignazione. Come vedremo, Omero spiega che, allorquando Achille rifiuterà i doni che Agamennone gli invia in riparazione, la sua legittima mēnis diventerà infatti qualcos’altro, cholos – cioè bile, umano rancore che avvelena l’animo. L’ira di cui qui si parla non è semplice collera: ha valore sacrale, numinoso. Secondo alcuni interpreti, non esprime l’irruzione dell’irrazionalità, quanto “il dilagare di una potenza generativa. Essa ha carattere essenzialmente morfogenetico. Produce, genera, conferisce forma”[3].
Agli esordi della tradizione culturale occidentale, viene dunque evocata una passione timotica, una passione-contro, l’ira. Che fa parte quindi di una costellazione di sentimenti distinta e diversa da quella dei sentimenti erotici, delle passioni-per. L’ira fa piuttosto parte della famiglia cui appartengono odio, melanconia, rabbia, rancore, risentimento, ma anche orgoglio, gloria, indignazione, autostima, amour propre, desiderio di riconoscimento – comunque atteggiamenti, disposizioni d’animo e comportamenti associabili appunto al thymós, termine molto complesso che indica il cuore (non l’organo, cardie, ma la sede delle passioni appunto), il principio della vitalità, e per estensione, la disposizione dell’anima a reagire energicamente, ad accendersi e quindi, in senso lato, l’ira[4].
Sentimenti forti e rilevanti, ai quali però – nell’ambito delle descrizioni psicologiche novecentesche che definiscono la natura dell’uomo – sarebbe stato riservato uno spazio relativo, poiché l’attenzione – almeno a partire dall’opera di Sigmund Freud – si sarebbe concentrata di più sulla disposizione erotica dell’individuo, nei suoi rapporti con gli altri e con il mondo.
Ira e tempo di Sloterdijk parte proprio da qui, da un presunto misconoscimento; ricostruendo l’evoluzione nella storia dell’Occidente di questa particolare passione, che per venire correttamente intesa deve essere osservata però nella relazione che intrattiene con il tempo. Nonostante sembri infatti una passione declinata al presente, all’esplosività e alla dispersione subitanea di energia, l’ira svela in realtà la sua natura e il suo ruolo politico solo se la si osserva proiettata all’indietro o in avanti nella dimensione temporale. In altri termini, è possibile cogliere la sua rilevanza sociale solo se la si osserva in rapporto con il passato e, soprattutto, con il futuro. Da subito, l’ira ha a che fare con l’intersoggettività, e già nell’Iliade si apprezza il suo rapporto stretto con il mondo delle regole sociali, particolarmente con le regole dello scambio interpersonale[5].
 
 
 

 


[1] Remo Bodei. Geometria delle passioni, cit., pag. 189 e segg.

[2] Omerica certo, ma quasi confinata nell’Iliade, poiché dell’ira – in questi termini – nell’Odissea quasi non vi è traccia. Su questo aspetto insiste molto Leonard Charles Muellner nel suo The Anger of Achilles: Menis in Greek Epic, Cornell University Press, 2005, in particolare vedi pag. 96 e segg.

[3] Cfr. Umberto Curi, Pensare la guerra. L’Europa e il destino della politica, Edizioni Dedalo, 1999, pag. 13.

[4] Nelle Rime, parte seconda, XXV, Dante canta: “Un dì si venne a me Malinconia e disse: «Io voglio un poco stare teco»; e parve a me ch’ella menasse seco Dolore e Ira per sua compagnia”.

[5] Anche su questo aspetto insiste molto Muellner, op. cit.

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2 Risposte to “La prima parola dell’Occidente”

  1. Paolo Massari Says:

    “Noi volevamo dei responsabili e ora ci sono. Volevamo giustizia e verità ed è stata fatta”.
    Si è espresso così Antonio Morelli, il presidente del comitato delle vittime della scuola di San Giuliano di Puglia, dopo la sentenza della Cassazione che ha condannato i cinque imputati per il crollo della scuola in cui persero la vita 27 bambini e una maestra.
    La lotta per la giustizia combattuta da questi genitori è iniziata immediatamente, più di sette anni fa, fin dal giorno dei funerali dei bambini quando una madre, Nunziatina Porrazzo, lanciò un appello alle istituzioni italiane perché le vittime avessero giustizia.
    A San Giuliano nessun altro edificio si è sbriciolato su se stesso con la scossa del 31 ottobre 2002: solo la scuola. Ed è ancora più impressionante se si vede qualche immagina girata dall’alto, eloquente più di tutto il resto.
    Era chiaro che la responsabilità di tanta morte non fosse della natura ma dell’uomo (la scuola subì una sopraelevazione a cui non poteva resistere). E se già il pensare che è stato per un evento naturale, un cataclisma, non è affatto consolante, specialmente rispetto alla morte di bambini, quando è evidente che la natura non c’entra si avverte un’ira ancora più profonda, che poi si tramuta in necessità di giustizia.
    Nella sentenza di primo grado, il 15 luglio 2007, la giustizia fu negata: gli imputati per il crollo furono assolti perché “Il fatto non sussiste. Non sussiste perché non è stato sufficientemente provato”. Il giudice, dolo aver letto la sentenza, scappò quasi.
    Si verificò quello che ha scritto Sloterdijk in Ira e tempo: “così sorge il processo privo di un verdetto soddisfacente che evoca nell’accusatore la sensazione che nel procedimento gli si faccia un torto aggiuntivo ancora più grande”.
    Dopo questo torto più grande, dopo che i bambini “erano morti una seconda volta”, i genitori di San Giuliano, “traditi da questo stato al punto di vergognarci di essere italiani”, hanno bruciato le loro schede elettorali.
    Un anno dopo la sentenza, il 18 settembre 2008, a San Giuliano il Presidente del Consiglio Berlusconi ha inaugurato assieme al Ministro Gelmini la nuova scuola, che è oggi la più sicura di tutta Italia e che è stata intilotata ai bambini. Ecco come si rivolse il presidente del comitato vittime Morelli a Berlusconi: “E’ stata strumentalizzata la morte dei nostri figli per fare arrivare milioni di euro senza che ce ne fosse bisogno. E intanto noi non abbiamo avuto giustizia”.
    Il 28 gennaio la Cassazione ha confermato la condanna espressa in giudizio. Forse i bambini hanno finalmente avuto giustizia, e l’ira un po’ si è placata.
    Certamente i bambini che sono sopravvissuti al crollo non dimenticheranno mai le maledizioni che in quel paese dilaniato venivano lanciate loro dalle nonne dei bambini morti, così irate da accusare i bambini di essere vivi, come se fosse stata la loro sopravvivenza ad aver ucciso i loro nipoti.

  2. Paolo Massari Says:

    *riferendosi alla sentenza del 28 gennaio, si alludeva al giudizio espresso in appello che ribaltò nel febbraio 2009 l’assoluzione formulata in primo grado.

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