Posts Tagged ‘desiderio’

Dispersione dell’ira nell’era di mezzo

24 dicembre 2008
Jean-Paul Marat

Jean-Paul Marat

“Né in cielo né in terra si è capaci di dare più inizio a qualcosa di giusto con la ‘giusta rabbia del popolo'”. Il riferimento a Jean Paul Marat apre il capitolo di Ira e tempo nel quale Peter Sloterdijk illustra la dispersione dell’ira nell’era di mezzo, la nostra. La rabbia cui si riferiva uno dei grandi della Rivoluzione dell’89 è grosso modo la stessa che abbiamo incontrato all’inizio di questo percorso, descritta da Pasolini nel film del 1963. Non era ancora iniziata infatti questa era in cui “sembra che l’ira non voglia più imparare”, incapace di ritrovare “la via del senno, mentre il senno non trova più lei”. Un’era in cui, insomma, l’indignazione non sa più produrre nessuna idea del mondo. E in cui molti degli indignati di un tempo hanno smesso di indignarsi, o ritengono di farlo in forme assai diverse; tanti agenti dell’impazienza estremistica di venti o trenta anni fa sono passati ad ingrossare le fila del centro, “il più informe dei mostri” lo definisce Sloterdijk [1]. E così troviamo ad esempio Paolo Mieli, ex Potere Operaio, a dirigere il “Corriere della Sera”; Paolo Liguori, direttore di un telegiornale Mediaset; Fabrizio Cicchitto, leader giovanile della corrente lombardiana del PSI negli anni Settanta, capogruppo alla Camera del Popolo delle Libertà. paolomieli

Con una botta di pessimismo, Sloterdijk arriva a sostenere allora che “nell’emisfero occidentale, la radicalità esiste ormai solo come atteggiamento estetico, forse come habitus filosofico d’importanza, non più come stile politico”. Oggi sembra si debba essere disincantati, convinti che il futuro ci sia già stato e che sia impossibile un suo ritorno, e men che meno un nuovo futuro: “Su di un fronte ampio di sono voltate le spalle all’intelligenza della critica, per votare di nuovo per il primato della religione. Ogni giorno la desecolarizzazione guadagna terreno, il bisogno di illusioni utili alla vita ha battuto la verità”[1].
Ciò segna in larga scala quel distacco dal primato della timotica, ancora attuale al tempo degli empiti rivoluzionari e socialisti, a vantaggio di un’erotizzazione senza confini, di una ri-privatizzazione delle illusioni. Se il passato timotico aveva visto il predominio assiologico dei valori combattenti, oggi – nella sfera avanzata del consumo – amare, desiderare e godere diventano il primo dovere. Cadono i precetti di astinenza e si propongono tre nuovi comandamenti morali:

  • – I, desidera e godi qualunque cosa ti sia indicata come bene degno di desiderio dagli altri che ne godono – con il che i media assurgono ad un potere crescente;
  • – II, non fare mistero del tuo desiderare e godere;
  • – III, non attribuire ad altri se non a te gli eventuali insuccessi nella competizione per l’accesso a oggetti del desiderio ed ai privilegi del godere[2].

Tuttavia, i sentimenti timotici permangono. Ed a volte si esasperano, se non si riesce ad essere felici attraverso l’erotizzazione del proprio orizzonte di attesa. Se vivo in una banlieu di Marsiglia od in una bidonville di Lagos o di Messico, al centro di un universo multicentrico che ha smarrito la periferia, surclassato dalle proposte del lusso e dell’erotica, come sposso sfogare la mia frustrazione per non avere ciò che tutti mi dicono mi spetti?
Il latore d’ira contemporaneo non ha scenari che lo orientino, non ha porte Scee o mura sotto le quali dirigersi per far scempio di nemici – anzi, a ben vedere, non sa neppure chi sono i suoi nemici. E non ha e neppure narrazioni convincenti che gli assegnino un posto conveniente negli avvenimenti mondiali di cui, comunque, è chiamato a far parte, da ogni angolo: dalla televisione, dalla cartellonistica, da Internet se vi ha accesso. Ed è allora che, “in questa situazione si raccomanda il ritorno alle invenzioni etniche e sub culturali della storia. E se queste non sono disponibili, subentrano al loro posto delle costruzioni locali noi-loro”[3]. In altri termini, “se gli insoddisfatti del postmoderno non possono sfogare le loro affezioni su altre scene, non resta loro che la fuga nella propria immagine riflessa, per come viene fornita dai mass-media”. Dallo spaesamento, la fuga in se stessi. E per trovarvi conforto, l’espulsione dalla propria immagine del sé di ogni aspetto perturbante.


[1] Ivi, pag. 225.
[2] PS, IeT, pag. 242
[3] Ivi, pag. 244.
[1] PS, IeT, pag. 218.

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Timotica ed erotica

5 novembre 2008

Difficile, se non impossibile, discutere di passioni mettendo tra parentesi il contributo dell’analisi del profondo. Sloterdijk non vi sfugge. Anzi, pende decisamente posizione. E pur riconoscendo l’importanza delle acquisizioni dovute alla psicoanalisi, le muove una critica decisa, proprio sul terreno che ci interessa: “Ai nostri giorni prende sempre più corpo il sospetto che la psicoanalisi – che è servita al XX secolo come guida alla scienza psicologica – non abbia riconosciuto la natura del suo oggetto in un aspetto essenziale”. Quale? “Il punto di origine del principale malinteso a cui si era dedicata la psicoanalisi si trovava nella sua intenzione, cripto-filosofica e ammantata di naturalismo, di spiegare con la dinamica della libido, quindi con l’erotismo, la conditio humana nel suo complesso”. In altri termini, la psicoanalisi non avrebbe considerato, “con la stessa ricchezza di dettagli e di profondità, la timotica degli uomini di entrambi i sessi: il loro orgoglio, la loro audacia, il loro coraggio, la loro voglia di affermarsi, la loro domanda di giustizia, il loro senso della dignità e dell’onore, la loro indignazione e le loro energie guerriero-vendicatrici”[1].

Albrecht Durer, Melencholia

Albrecht Durer, Melencholia

Mentre si architetta una scala rampante dal narcisismo all’amore maturo per un oggetto, si dimentica o elude di edificare un analogo percorso per la produzione di adulti orgogliosi, di guerrieri e di latori di ambizione. Per gli psicoanalisti, la parola orgoglio apparterrebbe anzi ormai al lessico dei nevrotici. D’altra parte, “chi vuole trasformare gli uomini in pazienti – cioè, in persone senza orgoglio – non può fare niente di meglio che promuovere figure come queste [Edipo e Narciso] a emblemi della conditio humana[2]. Viceversa, Sloterdijk propugna un ritorno all’opinione di base della psicologia filosofica greca, secondo cui l’anima non si manifesta solo nell’eros e nelle sue intenzioni, ma piuttosto nei moti del thymós: “Mentre l’erotica mostra delle vie verso ‘gli oggetti’ che ci mancano, e il cui possesso o vicinanza ci fa sentire completi, la timotica apre agli uomini la strada sulla quale essi fanno valere ciò che hanno, possono, sono e vogliono essere”. Ma in questo modo, attraverso l’oscuramento del timotico, il comportamento umano si rende per molti versi incomprensibile. Gli psicoanalisti osservanti, di rito freudiano, sarebbero in scia agli antichi moralisti cristiani. Per i quali l’amor proprio e l’orgoglio costituiscono un errore, al punto che l’orgoglio, alias superbia, apre la lista dei peccati cardinali (chiusa peraltro proprio dall’ira). Anche se, in una nota, Sloterdijk nota che il catalogo classico dei peccati cardinali offre ancora un’immagine in equilibrio tra peccati erotici e timotici, attribuendo avaritia (avidità), luxuria (voluttà) e gula (ingordigia) al polo erotico, e superbia (orgoglio), ira e invidia al polo timotico. Resta l’acedia (melanconia, tetraggine, e – aggiungerei – noia), che si sottrarrebbe per Sloterdijk a questa suddivisione perché senza soggetto e senza oggetto. La noia accidiosa, invece, credo sia una delle passioni più potenti ed efficaci della post-Storia, come già attestano intuizioni e capolavori del Novecento, da Sartre a Moravia.
Come che sia, Sloterdijk propone di correggere quella che gli appare come l’immagine erotologicamente dimezzata dell’uomo propria dell’orizzonte dei due ultimi secoli. D’altra parte, ha chiaro che tra impulso alla completezza e esigenza espressiva non c’è opposizione in termini di alternativa; la prospettiva erotica e quella timotica devono piuttosto venire integrate per non perdere completamente ogni capacità analitica nei contesti politici: orgoglio, risentimento ed egoismo non possono venire ridotti a complessi nevrotici, a meno che non si voglia lasciare che cristianesimo e psicoanalisi continuino ad esercitare il loro «monopolio per la definizione della condizione umana mediante una carenza costitutiva, che una volta era meglio conosciuta come peccato», perché «dove la carenza è al potere, l'”etica della mancanza di dignità” guida la conversazione» (p. 28).
Arrestiamo un attimo la ricostruzione. Sloterdijk nota  che in sostanza l’uomo moderno cerca il proprio appagamento quasi esclusivamente attraverso la soddisfazione dei desideri; per di più, oggigiorno, senza differimenti. L’homo oeconomicus è quell’utente postmoderno che non conosce più altri desideri se non quelli che, già in Platone, provengono dalla parte dell’anima desiderante, o erotica. De-siderium, secondo un’etimologia incerta, ciò che si vuole una volta che si è volto lo sguardo dai sidera, dagli astri, una volta quindi che si è presi da una dimensione tutta orizzontale, mondana. Il soggetto non cerca più soddisfazione dalla sua parte timotica, ormai bollata dal peccato di superbia-egoismo-narcisismo. Parte (o funzione di sé preferirei dire) che sappiamo avere invece a che fare sì con l’ira, ma anche con l’onore, l’ambizione, l’orgoglio, l’amor proprio. E con il riconoscimento.


[1] Peter Sloterdijk, Ira e tempo, cit., pag. 21.
[2] Ivi, pag. 23.