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Seneca, De Ira

3 novembre 2008

Nel mondo latino, parlando d’ira il riferimento obbligato è Lucio Anneo Seneca, autore di un De ira, dedicato al fratello maggiore e composto sotto il principato di Caligola, probabilmente nel 41. Come nell’ordine sovvertito delle sue tragedie, anche in questo scritto giovanile di colui che diverrà prima il precettore e poi il principale consigliere di Nerone domina la logica del rovesciamento, dell’inversione speculare. Seneca, all’esordio del libro secondo, dice qualcosa di essenziale della sua patogenesi: “ira quin species oblata iniuriae moveat non est dubium”, “non vi è dubbio che l’ira muova dalla percezione di un’offesa ricevuta”. In altri termini, l’ira mostra ancora una volta la sua radice nell’indignazione. Seneca ritiene però che essa non riesca a spingere all’azione se non riceve l’assenso dall’animo tutto. Quando ancora è reazione, l’ira non è ancora una passione: è come quando qualcuno ci bagna con un getto di acqua fredda, dice Seneca, la nostra reazione è naturale e subitanea e involontaria. L’ira autentica, quella da cui guardarsi, “consiste non nel turbamento che arriva all’improvviso, ma nel lasciarsi prendere e trascinare da quella sensazione, assecondando un impulso casuale (fortuitum)”.

Peter Paul Rubens, Seneca

Peter Paul Rubens, Seneca

La vera ira è dunque quella che scavalca la ragione, che è incapace di contenere il moto del proprio animo e che anzi – dice Seneca – si trascina dietro la ragione. L’ira provoca l’attacco, stacca i freni inibitori, anche se si  è uomini pacifici: l’ira non ha nulla a che vedere con la ferocia.
Ed ecco un passaggio interessante: ma allora, l’interlocutore obietta a Seneca all’inizio del sesto capitolo, l’uomo virtuoso deve adirarsi di fronte alle azioni disoneste. No, risponde Seneca, perché altrimenti il saggio sarebbe perennemente adirato, data l’ingiustizia del mondo, e sprofonderebbe nella tristezza, cattiva compagna dell’ira. Se il saggio dovesse adirarsi nella misura richiesta dall’infamia dei delitti, impazzirebbe (IX).

In ogni caso, ed in polemica diretta con Aristotele del quale cita in proposito il passo dell’Etica Nicomachea che abbiamo riportato in precedenza, l’ira -come le altre affezioni dell’animo- è da rigettare comunque: assurdo lasciarsi guidare da essa come dalle altre passioni, ma illusorio anche pensare di poterle piegare alla propria disposizione, in quanto restano pessime aiutanti, oltre che cattive consigliere. Già Livio aveva detto che “ira e speranza sono guida ad errori” [Livio, Hist., 7, 40]. Lo studio del saggio stoico si trasforma in una camera operatoria, dove cercare di imparare a vivere e a morire stemperando le passioni. Si diviene signori di se stessi conformandosi all’armonia del cosmo, abituandosi all’idea della morte: la meditatio mortis sconta ratealmente e in anticipo la paura della morte, la diluisce lungo l’arco di una vita [1]: “timor mortis, dominus sapientiae”. Di una vita nella quale le passioni non debbono avere voce. Thanatos ha avuto ragione di Eros, del binomio platonico con Seneca si perde il secondo fondamentale corno.
Rispetto alle altre passioni, l’ira senechiana è contraddistinta dal suo carattere pubblico; è un passione evidente agli occhi di tutti, l’irato ha una fisionomia caratteristica: “l’espressione risoluta e minacciosa, la fronte aggrottata, la faccia scura, il passo concitato, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro frequente e affannoso”.

Anche se chi è fremente d’ira tenta di nasconderla, non riesce a dissimulare il suo stato: “cetera licet ascondere et in abdito alere; ira se profert et in faciam exit, quantoque maior, hoc effervescit manifestius” [2].

Che l’ira si legga sul viso resta un topos per un paio di millenni, se è vero che anche Darwin ricorda come la rabbia si esprima con gesti “minacciosi e frenetici e con l’arrossamento della pelle”, mentre un altro segno – l’aggrottarsi delle sopracciglia – sembrerebbe essersi perso con l’evoluzione [3].
Quali che siano i segni, nel comportamento dell’irato si manifesta un rovesciamento, l’inversione delle stesse inclinazioni individuali.
Martino di Braga, nell’altomedioevo, descrive con efficacia questo contrappasso: “ira omnia ex optimo et iustissimo in contrarium mutat. Quemcumque obtinuerit, nullium eum meminisse officii sinit; da eam patri, inimicus est; da filio, parricida est; da matri, novarca est; da civi, hostis est; da regi, tyrannus est”.
L’ira perverte insomma le stesse intenzioni. Come già per Achille, il fiume impetuoso divenuto torrente gelato, bloccato dal furore; nato per guidare gli attacchi e le cariche e isterilitosi nella solitudine dell’inazione.

Un altro aspetto dell’ira va colto nel suo rapporto col tempo, un aspetto di cui apprezzeremo tutta l’importanza in seguito. L’ira, dice Orazio, “furor brevis est” [4], cioè – per tradurre con il Petrarca dei Trionfi – “l’ira è breve furor”. Non dura a lungo. Per questo viene espressa con verbi come scoppiare, divampare, ardere, ruggire. Anche Cicerone dice che “ira perturbatio plerumque brevis est, ed ad tempus” [5], l’ira è una perturbazione dell’animo breve e che ha un tempo, cioè è limitata nel tempo, non si mantiene a lungo. Quindi, se le si dà tempo, è destinata a placarsi, come sostiene anche Seneca (“Maximum remedium irae mora est” [6])? Ci risponde lo stesso Seneca nella Medea: “ira quae tegitur nocet”, l’ira che attende, nuoce, fa male. Aggiungendo di seguito che “professa perdunt odia vindictae locum”, gli odi manifesti, professati, venuti alla luce del sole, perdono il motivo della vendetta. Perché è lei, la vendetta, il potente sbocco alternativo dell’ira trattenuta, quando si fa rancore, rabbia repressa. Come ordina Odisseo al proprio cuore, pazienta, datti tempo, aspetta, cosicché la nostra vendetta possa essere più piena e fatale.

[1] Remo Bodei, Geometria delle passioni, cit., pag. 220.
[2] Seneca, De Ira, I, 1, 5.
[3] Charles Darwin (1872), L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Newton Compton, Roma 2006, pag. 252.
[4] Orazio, Epist., I, 2, 62.
[5] Cicerone, De off., I, 27.
[6] Seneca, De ira, 3, 39.

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