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Affetti e affezioni

21 ottobre 2008
Baruch Spinoza

Baruch Spinoza

Usando una categoria spinoziana, definiremmo l’ira un’affezione, e non un affetto. Come ricorderete, nell’Etica è posta con grande attenzione questa differenza. L’affectus è la variazione continua della forza d’esistere di qualcuno, in quanto questa variazione è determinata dalle idee che ha. Le idee si succedono in noi, e seguendo questa successione di idee, la nostra potenza d’agire o la nostra forza d’esistere è aumentata o diminuita in maniera continua, su una linea continua, ed è questo quel che Spinoza definisce affectus, quel che chiamiamo esistere.
Il paradigma spinoziano consiste proprio nella metamorfosi delle passioni in affetti, senza però ridurre il peso di questi spegnendone l’energia, ma contenendo la tristitia, vero polo negativo dell’antropologia spinoziana, quel sentimento che altrimenti deprime la tensione verso il meglio e la vita.
Gli affetti non vengono intellettualizzati, sublimati, ma semplicemente privati della loro opacità. Tramutare le passioni in affetti significa quindi per Spinoza dire sì alla vita.

Gilles Deleuze

Gilles Deleuze

L’affezione, invece, è tutt’altro: dipende dall’incontro di corpi. Così Gilles Deleuze spiega questa riflessione spinoziana: “Come prima determinazione, un’affezione è: lo stato di un corpo in quanto subisce l’azione di un altro corpo. Cosa vuol dire? «Sento il sole su di me», oppure, «un raggio di sole si posa su di voi»; è un’affezione del vostro corpo. Cos’è un’affezione del vostro corpo? Non il sole, ma l’azione del sole o l’effetto del sole su di voi. In altri termini, un effetto, o l’azione che un corpo produce su un altro, una volta detto che Spinoza, per ragioni [che derivano] dalla sua fisica, non crede ad un’azione a distanza – l’azione implica sempre un contatto -, ebbene è una miscela di corpi. L’affectio è una miscela di due corpi, un corpo che è detto agire sull’altro, e l’altro raccogliere la traccia del primo. Ogni miscela di corpi sarà chiamato affezione”[1].
Nell’Iliade l’ira di Achille  nasce proprio dallo scontro di due soggetti prima (Achille e Agamennone), e poi dal confronto-scontro tra il figlio di Peleo e tutta la comunità dei Greci, incapace di interpretare il motivo della sua ira. Questa, insomma, è un fattore dello scambio intersoggettivo, scoppia – avrebbe detto Spinoza – a causa dell’azione di un corpo (di un soggetto) su di un altro corpo: “Spinoza dice che il male – non è difficile – il male è un cattivo incontro. Incontrare un corpo che si miscela male col vostro. Miscelarsi male, vuol dire miscelarsi in condizioni tali che uno dei vostri rapporti subordinati o che il vostro rapporto costituente è o minacciato, o compromesso, oppure addirittura distrutto”[2].


[1] Gilles Deleuze, Spinoza, corso a Vincennes, ora online, 24 gennaio 1978.
[2] ibidem

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