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La banca comunista dell’ira [Antonio Lucci]

25 novembre 2008

La lezione bataillana sarà compresa nel modo migliore dal comunismo: la seconda banca dell’ira, quella propriamente politica, a cui Sloterdijk dedica tutta la parte centrale di Ira e tempo.
el paragrafo dal titolo Comintern: la banca mondiale dell’ira e le banche fasciste dell’ira [1].
Sloterdijk rileva come l’organizzazione del thymós degli umiliati, nel campo dell’immanenza, dopo il fallimento del progetto timotico del cristianesimo, fu sempre catalizzato dai partiti di sinistra. Essi fornirono il legame tra patrimonio d’ira e richiesta di dignità. cominternposterPer primi [2] posero come condizione il momentaneo differimento dell’ira da parte delle classi maggiormente disagiate (i proletari industriali), promettendo che in futuro esso sarebbe stato ripagato con una rendita che avrebbe avuto la forma di superiore autostima ed ampliata potenza sul futuro tramite il medium della rivoluzione.
I tre tipi di capitalizzazione dell’ira da sinistra furono: quella anarco-terrorista, quella comunista-centralistica e quella socialdemocratica-riformista. Tutte queste istanze (soprattutto quella socialista) avevano nella lotta sopranazionale al capitalismo il loro culmine propagandistico-timotico. Culmine che diventò irraggiungibile quando, nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, vi fu un ricompattamento delle forze politiche (anche di sinistra) sotto la bandiera del nazionalismo statale. Fu una crisi bancaria dell’ira di dimensioni enormi: i depositi internazionali vennero deviati sul campo nazionale. Dal punto di vista psicopolitico questo fu un crack timotico-economico senza precedenti, da cui l’internazionale socialista non si sarebbe più ripresa.  L’ira anticapitalista si trasformò velocemente in ostilità nazionale, disperdendo così al contempo il potenziale di risentimento contro il capitalismo che aveva accumulato.   Anche l’ira dunque, come il capitale, non permette un ritorno quando il potenziale d’acquisto è orientato a fini diversi da quello per cui era stato mobilitato originariamente.
Fu Lenin a scatenare di nuovo, con insperato successo, anche se aveva alle proprie spalle la vittoriosa rivoluzione d’ottobre, le forze timotiche proletarie entro la cornice della Terza Internazionale. I discorsi leninisti accolsero al proprio interno il furore distruttivo-omicida che era stato proprio dell’anarchismo: già nel 1918, tre anni prima dell’episodio celebre della rivolta dei marinai di Kronštad, Lenin predicò attivamente l’annientamento fisico dei propri avversari politici.
Il comunismo aveva accolto l’alienabilità anarchica del terrore: “Compagni, colpite senza pietà e senza compassione i social-rivoluzionari di destra. Corti e tribunali non sono necessari. L’ira del lavoratore deve risuonare (…) annientate fisicamente il nemico.”[3]
Fin dal 1918 [4] il giornale bolscevico Pravda inneggiava all’odio ed alla vendetta. Si fece largo rapidamente la logica del sacrificio di pochi (migliaia) per molti (milioni). Ben presto questo si trasformò nel sacrificio di milioni per pochi, guidati da un re-filosofo (Stalin) diffidente che sosteneva, nonostante tutto, di agire per il bene dell’umanità. Sloterdijk sostiene addirittura che l’ideologia sterminista in campo politico di Lenin preparò il terreno all’agire dei fascismi: bastò cambiare il nemico della classe con quello del popolo e della razza. I movimenti fascisti si costituirono come banche popolari dell’ira e della protesta (in questo molto simili ai partiti di sinistra). Dunque i fascismi di destra e di sinistra sono esempi lampanti di corpi d’ira che si trasformano in grandi banche. Punto a favore dell’immediatezza dei fascismi di destra fu l’attenzione per il legame con la Terra-Nazione (che sgravò il collettivo timotico della fatica d’identificarsi in un internazionalismo troppo spesso non direttamente visualizzabile).
Ritornando all’analisi del Comintern, Sloterdijk rileva che esso, quale Internazionale dell’azione, si proponeva come banca dell’ira dei potenziali timotici sparsi delle masse proletarie. Lenin sperava che la rivoluzione russa avrebbe acceso la miccia della dissidenza delle masse proletarie europee (e tedesche specialmente). Ma tale (verosimile) attesa fu sconfessata dal confluire delle masse nei movimenti nazional-rivoluzionari. Allora egli passò a cercare il potenziale d’ira necessario nelle masse contadine, forzosamente. Ciò creò un’enorme quantità di paura, che i vertici mascherarono come assenso. In ciò il comunismo imitò i processi d’evangelizzazione coatta dei cristiani. Entrambi questi movimenti totalitari avevano capito che l’affezione per una causa si può ottenere anche forzosamente. In ciò è però implicito che i fondi d’ira depositati vengano utilizzati per ciò che poi diventerà un capitalismo che rimanderà per sempre gli originari progetti rivoluzionari (nel caso russo, perché in quello della chiesa i fondi erano ufficialmente depositati per l’edificazione di uno stato trascendente coi suoi campi di sterminio infernali, mentre nella pratica erano usati per la secolarizzazione di tale progetto).
Per sostenere la dittatura (che non poteva sorreggersi unicamente sulla violenza repressiva) si crearono una serie d’immagini positive in cui i sopraffatti della rivoluzione poterono investire le proprie fantasie ed ambizioni (eroi dello sport, della scienza, del partito, del lavoro, grandi opere pubbliche).
Se si ritorna, dopo aver descritto quasi fenomenologicamente il funzionamento della prima grande banca terrena dell’ira, alle analisi di teoria timotico-economica, è possibile rilevare che, sulla base dell’abolizione di ogni opposizione, i clienti della banca dell’ira comunista non potevano più ritirare i loro depositi per riporli altrove. Se la banca avesse restituito i crediti di paura per concedere una libera decisione avrebbe perso tutto il suo capitale (ed il partito-banca si sarebbe sciolto). In tale prospettiva Sloterdijk dà un’interessante definizione economica di totalitarismo: “È questo tipo d’incasso forzoso degli investitori, attraverso il sistema rivoluzionario di formazione dei clienti, che può essere indicato, non del tutto impropriamente, con il concetto, altrimenti dubbio, di “totalitarismo”. Totalitaria è la riconversione del cliente in servo [Leibeigenen] dell’impresa.”[1]
Il totalitarismo terroristico del partito comunista russo fu una necessità, dal suo punto di vista, per mantenere l’esclusiva sulla gestione delle energie timotiche. Tale esclusiva venne mantenuta sottraendo agli investitori qualsiasi fonte alternativa d’autostima, portando alla rassegnazione e alla rinuncia a sé.
Sloterdijk estende le sue analisi sulla timotica politica comunista all’operato di Mao Zedong in Cina. Quale sia il tenore di queste analisi è evidente fin dal titolo del capitolo che ad esse è dedicato; che è Il Maoismo: sulla psicopolitica del puro furore [2].

mao1Maoismo come oncologia politica
Il maoismo, forma cinese d’immagazzinamento dell’ira, è interpretato da Sloterdijk come una politica in cui la timotica precede qualsiasi altra forma d’organizzazione, è essa stessa l’unica forma d’organizzazione.
Mao capì fin dall’inizio che l’ira delle masse contadine a sua disposizione era insufficiente alla mobilitazione delle truppe di cui aveva bisogno. Allora ideò la politica militare delle piccole unità di guerriglia, che aveva il vantaggio di sfruttare il legame dei contadini con il proprio territorio, la loro disperazione, il loro risentimento contro le vessazioni dello stato centralista e l’odio contro il violento esercito di Chiang Kai-shek. L’invasione giapponese fornì il surplus timotico di cui Mao aveva bisogno per mobilitare una guerriglia totale. La guerra nazionale fu sfruttata ai fini della guerriglia rivoluzionaria (esattamente il contrario di ciò che era avvenuto con la mobilitazione delle forze timotiche internazionali socialiste a fini nazionalistici durante la prima guerra mondiale). Questa agiva all’inizio solo marginalmente sul corpo avversario, ma in maniera inesorabilmente logorante e dai controeffetti praticamente nulli: gruppi di cellule distruttive attaccavano l’organismo statale dall’interno, distruggendolo pian piano senza che l’eliminazione di uno di questi gruppi potesse fermare il processo.
Sloterdijk conia per descrivere questa intelligente strategia bellica il nome di oncologia politica.
Egli ritiene Mao più che marxista un volontarista mistico, le cui convinzioni si basavano più su una primitiva ontologia della lotta politica continua che su una teoria dello sviluppo di tipo occidentale. Per questo dopo il successo in guerra si trovò di fronte all’incapacità di organizzare uno stato con un’economia moderna. Simbolo di tale incapacità di superare la fase della mobilitazione timotica fu l’autorganizzazione che Mao impose  a contadini incapaci di compierla e privi di motivazione, costringendoli ad improvvisarsi produttori d’acciaio (simbolo all’epoca dell’avanzamento industriale di un paese) esportando immensi altiforni in tutti i paesi rurali ( operazione che negli slogan politici maoisti fu definita grande balzo): “I risultati di queste attività frenetiche, la cui inutilità si evidenziò rapidamente, furono portati in discariche pubbliche isolate, e accumulati in montagne – se in Cina dovesse mai esserci una demaoizzazione, si dovrebbero spiegare queste montagne arrugginite nascoste all’eredità culturale del mondo.”[1]
Demaoizzazione della Cina che Sloterdijk, per altro, ritiene molto improbabile, in virtù del fattore di unione psicopolitico che il simbolo-Mao rappresenta e del fatto che il governo centrale nega ogni possibilità di spiegazione della propria storia (con i suoi errori) a livello interno (e tanto meno da parte di cinesi fuoriusciti o di osservatori occidentali). C’è da rilevare che a livello di organizzazione economica la Cina ha voltato le spalle a ai sogni (divenuti incubi) economici maoisti.
Mao attivò ancora una volta (contro la propria marginalizzazione politica successiva all’insuccesso del grande balzo) le energie timotiche nella sua predicazione (1968-1969) della rivoluzione culturale basata sul contrasto di classe tra vecchi e giovani. In questo tentativo dell’ultimo Mao di uscire dalla marginalizzazione interna al partito sono visibili quei caratteri di mobilitazione timotica continua con cui sapientemente Sloterdijk ha definito il maoismo: una dottrina che, incapace di stabilizzarsi in virtù di una carenza cronica di principi regolatori che non facciano capo alla timotica, è costretta a trovare continuamente moventi che spingano all’ira, e nemici contro cui scagliarla.

[1] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 170-191
[2] Sloterdijk analizza anche il momento anarchico della stimolazione timotica del risentimento delle masse, che però, nella sua interpretazione rappresenta solo un momento destruens, mirato al puro scatenamento dell’ira e non ad un suo immagazzinamento programmatico.
[3] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 174
[4] Sempre nel 1918 Zinov’ev, braccio destro di Lenin, esprimeva la necessità di sterminare un decimo (10 milioni) della popolazione per agire efficacemente con il resto. Il discorso in cui espresse l’idea appena riportata sembra venne accolto da uno scrosciare di applausi (cfr. P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 177)
[5] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 189-190
[6] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 200-211
[7] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 206

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Falò d’ira o incendi rivoluzionari?

24 novembre 2008

grillo_tutti-a-casaUn personaggio pubblico come Beppe Grillo assume per un verso il ruolo di sportello di una nuova banca dell’ira, i cui correntisti ideali sono gli insoddisfatti, i disillusi da sempre, i più-oltre. Coloro che magari già da tempo non votano. Ma quando dichiara che il suo movimento è contro la politica, entra nel gioco politico, ndo anche partito: Norberto Bobbio avvertiva che chi dice di non essere né di destra né di sinistra, è di destra.
Denunciare va bene; attaccare anche aspramente le posizioni politiche degli altri è naturale. Evocare però castelli di rabbia, temporali d’ira dalle piazze per poi disperderli, bruciandoli nell’invettiva catartica, è un’operazione – come si diceva un tempo – oggettivamente conservatrice, nel senso che favorisce senz’altro lo status quo, non capitalizzando e non facendo fruttare psicopoliticamente l’energia timotica dei delusi e degli irati. Esponendosi a critiche simili a quelle che i comunisti muovevano un tempo agli anarchici.
Personaggi politici come Giannini dell’Uomo Qualunque eo Beppe Grillo si pongono quindi come diretti avversari delle banche dell’ira, scegliendo un’ottica radicalmente antipartitica ed anti-economica: la protesta urlata, “de core”, funziona benissimo da valvola di sfogo del potere, viene vissuta dal Centro come un salutare allentarsi della tensione d’assedio. Cento Grilli bastano a disfare il lavoro di mille cicale della rivoluzione e del riformismo progressista.
Peraltro, la società dei due terzi è solleticata quotidianamente dalla televisione, specie dalle reti Mediaset, con programmi flamer come Striscia la notizia o Le jene. Che denunciano, spesso sulla base di fatti, storture e privilegi; ma una cui funzione non secondaria è proprio il tener alto il livello d’ira, il furore contro. Va da sé che l’intero palinsesto accompagna queste punte timotiche: titoli e servizi del TG2 e del TG4 sono spesso più efficaci di un’invettiva dello Sgarbi di turno.
La risposta sembrerebbe affidata a trasmissioni come Annozero, Ballarò o Report. Che mobilitano altrettanta rabbia sul fronte opposto, anzi: che a volte, ed in misura e con qualità diversa, riescono anche ad approfondire le ragioni del disamore nei confronti della malapolitica e della cattiva amministrazione, senza fare di ogni erba un fascio. Ma alle quali manca il più delle volte poi una sponda, un referente politico capace di far fruttare la denuncia dando una risposta progressista; mentre sul versante conservatore sono attivi collettori efficaci quanto il Partito delle Libertà e la Lega, capacissimi di introiettare dagli spettacoli televisivi queste passioni-contro e di tenerle vive.

Stessa mimica di Grillo, diversa capacità politica

Stessa mimica di Grillo, diversa capacità politica

Nei palinsesti, esistono anzi ormai una serie di palestre dell’ira che allenano gli spettatori alla rabbia, all’eccesso, all’attacco urlato, cosicché poi scatti più facilmente il riflesso identificativo nel momento in cui è il commissario ad acta dell’ira a dare il là. Questi sparring partner delle passioni timotiche affollano i palinsesti RAI e Mediaset.   Ecco la funzione principale di trasmissioni come Uomini e donne e Amici della de Filippi (una razionale e sagace incubatrice delle tensioni interpersonali) e di “opinionisti” come Vittorio Sgarbi, Raffaello Tonon, Antonella Elia,  provocatori esperti, in grado di scatenare effimere risse televisive su temi di nessuna importanza – intuizione, questa delle risse televisive, rivendicata da Maurizio Costanzo.
Vedremo in seguito quanto abbia contato, nel caso americano, la consapevolezza e l’affidabilità di una strategia di comunicazione ben programmata in un programma politico come quello dei repubblicani nell’era post-reaganiana. La riflessione di George Lakoff sarà l’esempio prescelto per mostrare quali considerazioni si possano fare per contrastare un programma conservatore ben orchestrato.
Resta sullo sfondo, davvero altra, la levatura dei banchieri storici dell’ira capaci di ragionare con la freddezza di un Wladimir Uljanov Lenin dopo l’impiccagione del fratello Alexander, attentatore fallito dello Zar Alessandro III: consapevoli che chi riesce a rinunciare all’assassinio del principe, ottiene infatti un giorno, come supplemento al potere conquistato, la salma del principe.