Falò d’ira o incendi rivoluzionari?

grillo_tutti-a-casaUn personaggio pubblico come Beppe Grillo assume per un verso il ruolo di sportello di una nuova banca dell’ira, i cui correntisti ideali sono gli insoddisfatti, i disillusi da sempre, i più-oltre. Coloro che magari già da tempo non votano. Ma quando dichiara che il suo movimento è contro la politica, entra nel gioco politico, ndo anche partito: Norberto Bobbio avvertiva che chi dice di non essere né di destra né di sinistra, è di destra.
Denunciare va bene; attaccare anche aspramente le posizioni politiche degli altri è naturale. Evocare però castelli di rabbia, temporali d’ira dalle piazze per poi disperderli, bruciandoli nell’invettiva catartica, è un’operazione – come si diceva un tempo – oggettivamente conservatrice, nel senso che favorisce senz’altro lo status quo, non capitalizzando e non facendo fruttare psicopoliticamente l’energia timotica dei delusi e degli irati. Esponendosi a critiche simili a quelle che i comunisti muovevano un tempo agli anarchici.
Personaggi politici come Giannini dell’Uomo Qualunque eo Beppe Grillo si pongono quindi come diretti avversari delle banche dell’ira, scegliendo un’ottica radicalmente antipartitica ed anti-economica: la protesta urlata, “de core”, funziona benissimo da valvola di sfogo del potere, viene vissuta dal Centro come un salutare allentarsi della tensione d’assedio. Cento Grilli bastano a disfare il lavoro di mille cicale della rivoluzione e del riformismo progressista.
Peraltro, la società dei due terzi è solleticata quotidianamente dalla televisione, specie dalle reti Mediaset, con programmi flamer come Striscia la notizia o Le jene. Che denunciano, spesso sulla base di fatti, storture e privilegi; ma una cui funzione non secondaria è proprio il tener alto il livello d’ira, il furore contro. Va da sé che l’intero palinsesto accompagna queste punte timotiche: titoli e servizi del TG2 e del TG4 sono spesso più efficaci di un’invettiva dello Sgarbi di turno.
La risposta sembrerebbe affidata a trasmissioni come Annozero, Ballarò o Report. Che mobilitano altrettanta rabbia sul fronte opposto, anzi: che a volte, ed in misura e con qualità diversa, riescono anche ad approfondire le ragioni del disamore nei confronti della malapolitica e della cattiva amministrazione, senza fare di ogni erba un fascio. Ma alle quali manca il più delle volte poi una sponda, un referente politico capace di far fruttare la denuncia dando una risposta progressista; mentre sul versante conservatore sono attivi collettori efficaci quanto il Partito delle Libertà e la Lega, capacissimi di introiettare dagli spettacoli televisivi queste passioni-contro e di tenerle vive.

Stessa mimica di Grillo, diversa capacità politica

Stessa mimica di Grillo, diversa capacità politica

Nei palinsesti, esistono anzi ormai una serie di palestre dell’ira che allenano gli spettatori alla rabbia, all’eccesso, all’attacco urlato, cosicché poi scatti più facilmente il riflesso identificativo nel momento in cui è il commissario ad acta dell’ira a dare il là. Questi sparring partner delle passioni timotiche affollano i palinsesti RAI e Mediaset.   Ecco la funzione principale di trasmissioni come Uomini e donne e Amici della de Filippi (una razionale e sagace incubatrice delle tensioni interpersonali) e di “opinionisti” come Vittorio Sgarbi, Raffaello Tonon, Antonella Elia,  provocatori esperti, in grado di scatenare effimere risse televisive su temi di nessuna importanza – intuizione, questa delle risse televisive, rivendicata da Maurizio Costanzo.
Vedremo in seguito quanto abbia contato, nel caso americano, la consapevolezza e l’affidabilità di una strategia di comunicazione ben programmata in un programma politico come quello dei repubblicani nell’era post-reaganiana. La riflessione di George Lakoff sarà l’esempio prescelto per mostrare quali considerazioni si possano fare per contrastare un programma conservatore ben orchestrato.
Resta sullo sfondo, davvero altra, la levatura dei banchieri storici dell’ira capaci di ragionare con la freddezza di un Wladimir Uljanov Lenin dopo l’impiccagione del fratello Alexander, attentatore fallito dello Zar Alessandro III: consapevoli che chi riesce a rinunciare all’assassinio del principe, ottiene infatti un giorno, come supplemento al potere conquistato, la salma del principe.

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7 Risposte to “Falò d’ira o incendi rivoluzionari?”

  1. Silvia Says:

    a proposito di flamers, di collettori d’ira e quant’altro, durante la scorsa lezione, citando Sgarbi e la simpatica novella della giacca “presa in prestito per sbaglio”, mi è balenato in mente un connubbio in-felice tra nevrosi, ira e attacchi di qualsiasi genere nella trasmissione di Santoro del maggio 2008. opinioni contrastanti. dialogo pressapoco “negato” da continui moti di isteria nevrotica sgarbiana nei confronti di Travaglio. bisognerebbe contenersi o perseverare in questi atteggiamenti esagerati ed eccessivi che (spesso e purtroppo) si accattivano l’attenzione della magior parte del pubblico? non riesco ad immaginare che effetto possa fare assistere (quasi) quotidiamente a scene del genere.

    un modo come un altro per riflettere su questi argomenti importantissimi sorridendo tra la disillusione e la tragicità di una situazione del genere.

    forse servirebbe davvero la “neurodeliri” per spegnere questi fuochi fatui.

  2. Mauro Savino Says:

    I sempre più diffusi movimenti populistici che si pongono come l’ultima frontiera della democrazia diretta versione-trincea, altrimenti nota come Antipolitica, nascono da un fronte collettivo unito contro una classe politica giudicata arraffona e lontana dai bisogni comuni: l’anacronistico partito di massa ricompare come moltitudine informata e grintosa.
    Trattasi di fenomeni di “socializzazione della politica” in cui l’antipolitica, come osserva Cantarano, “non esprime più soltanto il freddo e difensivo distacco dai cittadini dal cinismo della politica: il rifiuto di una politica arrogante che si riteneva al di sopra della legalità. Esprime piuttosto una forma di reazione antipolitica, disordinata e approssimativa quanto si vuole, di una parte sempre più cospicua della società.” (G. Cantarano, L’antipolitica. Viaggio nell’Italia del disincanto, Roma, 2000, p. 16).
    Il tratto predominante di questo tipo di risposta ad una politica che ha perso punti è quello di restare alla sua immediatezza oggettiva di fenomeno, senza però affacciare una reale e plausibile (chi denuncia conferma quello che denuncia; Adorno si sfiancava a forza di ripeterlo!) alternativa al sistema politico attuale.
    Appagata dalla propria esistenza, l’antipolitica dei comitati, delle piazze e dei gazebo, finisce per ripiegarsi su sé stessa: “l’odierna antipolitica è anche un urlo malinconico di disperazione” (Ibidem).
    Il senso di generale inappartenenza che il soggetto avverte nei confronti della società tout court, e quindi anche rispetto alle formazioni politiche che essa esprime, è un dato di fatto, come lo sono la nientificazione del dibattito politico e l’indigenza dei programmi di governo, nascosti dietro fanfare elettorali barzellettesche. (Molto hanno scritto su questo Kircheimer, già nel ’64, in Politik und Verfassung, Fabbrini, Il Principe democratico. La leadersheap nelle Democrazie Contemporanee, Bari, 1999; Hermet, Les Populismes dans le monde. Une histoire sociologique, XIXe-XXe siécle, Paris, 2001).
    Ma richiamarsi all’ idea desueta e fumettara di “militanza”, sortisce a tutto concedere adesioni massicce a manifestazioni carnascialesche come quella che si celebra annualmente il 1° Maggio in Piazza San Giovanni a Roma, sotto le bandiere sventolanti di un Che Guevara esausto.
    In generale, nasce comunque il sospetto che la solitudine baumaniana del cittadino globale non possa venire superata da gridi di battaglia o da occasioni di protesta collettiva, tanto consapevole quanto inconcludente.
    Vanno senz’altro citati i vari passaggi all’atto originati da questi moti timotici di protesta, specie sotto forma di movimenti (coordinati più che altro dai social network e dai fora del web) alternativi alle consuete dinamiche politico-democratiche, tanto a livello locale quanto a livello globale.
    Ma messisi alla prova nelle grandi occasioni (leggi G8 a Genova), e fatti i dovuti distinguo tra protesta pacifica e passione imbecille, non sono riusciti ad andare oltre un mix di francescanesimo ribelle e vecchiume sinistroide.
    Né si deve credere che una simile inconcludenza provenga da poveri figli di operai: si tratta invece di gente istruita, in buona parte fornita di laurea e che vanta per lo più un precariato di lungo corso: l’orribile mercato delle multinazionali è anche un paravento di lusso per cervelli disoccupati che hanno bisogno di qualcuno con cui prendersela – forse la democrazia istituzionalizzata dovrebbe riflettere anche su questo.
    Le strade insanguinate dove finiscono anni di preparativi e mobilitazioni sotto l’egida di N.S. Rete, diventano così altari per martiri moderni e preparano il campo ad un inconcludente quanto inevitabile “mistica della protesta”, come l’ha definita Sloterdijk, parlando del best-seller Impero.
    Sembra anzi che il filo rosso che unisce le varie facce del prisma antipolitico del nuovo millennio abbia precisamente a che fare con quest’ultimo fenomeno: “Secondo Festinger [teoria della dissonanza cognitiva] le ideologie che non corrispondono più alle circostanze vengono reinterpretate dai loro seguaci fino a che non sembrano corrispondervi di nuovo, col risultato inevitabile che tali teorie divengono sempre più bizzarre…Quando la rivoluzione borghese fallisce o è insufficiente, emerge la mistica della protesta. La sua [di Negri] ‘moltitudine’ chiama avanti a sé una comunità di tanti arrabbiati in cui arde il fuoco della pura opposizione, non offrendo più un progetto rivoluzionario, testimoniando invece la loro semplice esistenza ad un mondo diretto verso un capitalismo universale. Così uno non può semplicemente dire che lo schema di Negri sia fallito, esso ha già incorporato il suo fallimento.” (B. Funcke, “Against Gravity. Bettina Funcke talks with Peter Sloterdijk”, Booktourn, febbraio-marzo, 2005). Da Antonio Roquentin in poi, sono noti gli esiti della consapevolezza della propria esistenza…

  3. Antonio Lucci Says:

    L’intervento di Mauro mi ha colpito, perchè molto circostanziato.
    Sono d’accordo in gran parte con le sue analisi.
    Propongo solo una nozione alternativa, o semplicemente leggermente deviata (/deviante) rispetto a quella di Festinger.
    Arnold Gehlen parla delle istituzioni come dei maggiori fattori di sgravio dalle pulsioni (e dunque anche dalle pulsioni timotiche) che l’uomo abbia mai creato.
    Quando una passione, una funzione, o una struttura comportamentale viene esteriorizzata in una istituzione, non è più necessario accollarsi l’onere di risolvere individualmente i problemi (che sono all’origine dell’istituzione che dovrebbe occuparsene).
    Fin quì nulla di particolarmente interessante.
    Ciò che a mio parere conta davvero è il fatto, notato da Gehlen, che le istituzioni tendono a rendersi, sempre di più col passare del tempo, istanze autonome che tendono indefinitamente ad autoperpetuarsi, anche quando il compito per cui erano state create ormai non esiste più.
    Gehlen fa l’esempio del Senato romano ai tempi dell’impero.
    Una struttura che va avanti senza un vero motivo.
    Eppure si perpetua in quanto tale.
    Personalmente mi sento di poterla accostare al partito comunista italiano attuale (nelle sue varie nomenclature).
    C’era una volta il proletariato, col suo odio. Ed il partito comunista ad immagazzinarlo. Ora il proletariato non c’è più. Restano il partito comunista e l’odio, senza più correlazione alcuna.
    Curioso che in letteratura una analisi simile a quella di Gehlen la faccia anche Borges, in Finzioni, nel racconto “la lotteria a Babilonia” (in cui non si sa più se la lotteria esista, quali regole abbia, se funzioni, se sia mai esistita o se coincida con la realtà).
    Curioso perchè sia Borges che Gehlen furono pensatori entrmbi appartenenti all’ala destra dello spettro politico: Borges fu conservatore, Gehlen nazista.
    Di stampo conservatore, radicalmente pessimistica, è la “soluzione” di Gehlen: bisogna inserire, in qualche modo, in qualsiasi modo, il valore (politico, culturale, morale) NELL’istituzione, affinchè questo si conservi…magari mutato, traslato…ma comunque si conservi.
    Alla sua epoca significava cercare di fare cultura sotto la svastica (e Gehlen fallì).
    Forse nella nostra epoca significa scegliere tra un tentativo di richiamarsi alle insegne del comunismo ormai morto e sepolto, per riempirle di nuovo di valori che possano funzionare da combustibile per un’istituzione ormai priva di contenuto; ed il far parte degli schemi politici di maggioranza, cercando (tappandosi il naso se non li si condivide) di cambiarli dall’interno.
    Spero ci siano schiere di Roquentin a interrogarsi sul problema…

  4. maurosavino09 Says:

    Beh, come dire, i Roquentin ad un certo punto fanno l’esperienza della propria insensatezza e dell’Assurdo. Li vedrei poco candidati per una trasformazione e per di più dall’interno…Trattasi di individui senza nessuna importanza collettiva, avrebbe detto Celine. Eppure, il “sistema” che lei evidenzia non è certo più rassicurante. In una parola dove conduce lo Sgravio? – Non è un caso che Gehlen sia citato da Sloterdijk nel “Mondo dentro il capitale”. Se l’apparato valoriale diviene biada di partito o lato sensu istituzionale, chi sarà più in gradi di “promettere”? Chi giocherà il gioco anche politico dell’essere-per-promettere se a promettere e a giocare sono altri? Abbiamo detto delle armate masanielloidi che attizzano il thymos popolare e dei loro risultati. Lei dice: partiamo dall’interno. Non lanciamo scarpe cabarattare che lasciano il tempo che trovano. E va bene. Ma questo moto, a suo modo orgoglioso, richiede anche tanta pazienza ed anche un procedere poco avventato, per tentativi ed errori, come voleva Popper. Ma ecco, pur essendo d’accordo sull’importanza di “filtrare” il thymos, come non si fece nel famoso ottobre russo, le chiedo e mi chiedo: davvero lei vede intorno a sè tanta creatività razionalmente mediata? Tante possibilità per quella che Sloterdijk, oggi come oggi, cita solo a patto di virgolettarla come “società aperta”?

  5. Antonio Lucci Says:

    Le sue preoccupazioni scettiche sono anche le mie (di un Roquentin che vorrebbe essere disperatamente pregno di importanza “collettiva”…e giocavo col mio nome, Antonio, che è lo stesso del romanzo sartriano, non a caso)…sono quelle che espressi con la mia relazione durante il corso, che finiva con una presa di posizione durissima (e rimasi stupito dell’assenza di risposte in quell’occasione), sul fatto (come accadde nell’ottobre rosso che Lei cita) che forse bisognava riprendere in mano la “concreta possibilità dell’annientamento fisico dell’avversario politico” (parole di Schmitt) per avere di nuovo contatto col Grund politico,col fondamento dell’essere assieme, dopo i falò e i cabaret (pseudo)politici attuali.
    Lei ha capito perfettamente che la “società aperta” di Sloterdijk in realtà è una società chiusa: chiusa all’interno del palazzo di cristallo.
    Fuori è una nuova terra incognita, piena di draghi e di uomini di colori diversi (più che altro neri e gialli). In cui vigono leggi che è difficile anche solo nominare per chi è al di fuori.
    Ma noi ne siamo all’interno.
    Vedo attorno a me la possibilità di una riformattazione, solo la possibilità, ovviamente. Una possibilità che è destinata a rimanere tale, se non ci si prende, da qualche parte, l’onere di un cambiamento lentissimo e faticosissimo…come fa bene a notare anche Lei.
    Credo che Sloterdijk sia un hegeliano da parte a parte. Leggendo per intero la sua produzione mi sono sempre più convinto che la sua sia una “triste gaia scienza”. Il suo sguardo è sempre descrittivo, mai propositivo.
    Il III volume di Sfere si conclude con un nulla di fatto. L’emblema ne è il dialogo fittizio posto a conclusione, a cui l’autore dovrebbe partecipare…ma a cui alla fine non si presenta.
    Sloterdijk, in una delle sue espressioni più belle, dice che l’unica cosa che può fare lo “sferologo” è “muoversi in un mondo come in un’installazione”. Come in uno zoo. O in un parco giochi.
    Lo sguardo disincantato venato di surrealismo dello scienziato sociale formato su basi filosofiche.
    Non mi sono mai riuscito a convincere, nonostante l’apprezzamento per il pensatore di Karlsruhe, che quello sguardo possa bastare.
    Può quello sguardo veramente essere una “soluzione”?
    Le giro la domanda, e la giro a tutti, lasciandola aperta, pensante, ed ovviamente, senza risposta.

  6. luciano de fiore Says:

    Dai commenti che suscita, il personaggio Roquentin meriterebbe un approfondimento anche in questo corso virtuale. Sullo sfondo resta la rabbia, nelle sue proteiformi declinazioni. Anche per indole, non sono portato ad immaginare soluzioni che muovano dalla distruzione del palazzo di cristallo. Da filosofi, ricordiamoci che non è nostro compito preparare menù per l’avvenire – ammoniva Marx. Come cittadini, manteniamo quell’attenzione che Heidegger sollecitava per l’opera d’arte, disponibili a valutare se è possibile cogliere la novità proprio nella capacità propria dell’istallazione (se è arte) di creare mondo.

  7. Mauro Savino Says:

    Ebbene si, Lucci: studenti assenti al corso. Cosa si può pretendere da promettenti sfaccendati a venire (la condanna all’inazione degli ‘intellettuali’ di domani è diretta conseguenza della custodia cautelare imposta dall’infelicissima coscienza dei demagoghi al governo agli studenti di oggi) che siedono accanto ad altrettanti sfaccendati il cui studium non coincide con l’etimo del termine (desiderium) ma con la preoccupazione “dell’esame più facile”, “del professore più ‘buono'”, del “riassunto ‘di’ Nietzsche”? Eccezioni in un caso e nell’altro, certo. Ma che confermano la regola: la filosofia, già inutile, per fortuna, ha già il suo daffare: deve poi immischiarsi con il divertissement di giovani vestiti come i loro genitori durante gli anni di piombo per essere cool. Lascio a lei e ai lettori le conclusioni. Io sono troppo incazzato. Entrando nel merito, lei cita Schmitt, che quando non giocava a bocce con Goebbels, diceva cose perlomeno non imbellettate di ecumenismo cristiano-cattolico. Cosa ci può dire di interessante lo studioso attento della storia dello jus publicum europeum? Ecco, a me pare che sul piano interstatale, ma tra gli uomini è lo stesso, un rilievo importante di Schmitt sia che non si da hostis justum, ma solo hostis: l’inimicus non è quello che è più bello, più forte, più capace di noi, ma semplicemente l’altro, il diverso in quanto tale. Non è questa o quella vicinanza che infastidisce, ma la vicinanza stessa! Il vicino è nemico perchè è vicino. Più tecnicamente: Schmitt considerava la tesi di Rousseau circa l’Etat de guerre: “lo stato di guerra si da solo tra Stati” un’ovvietà: essendo uno ‘stato’ si da solo tra Stati. L’ovvietà di quello ‘stato’ è quella dei rapporti interstatali avvinti dalle frizioni bellicose latenti e dei rapporti intersoggettivi che vivono di dinamiche analoghe: ma qui Rousseau aveva già perso la partita a causa di Hobbes e dell’abnorme quindicenne Grozio (bellum=duellum). Va anche detto che Schmitt attaccò duramente Kelsen, che con Kant in promptu elaborò la necessità di una norma fondamentale imperativa a fondamento della collettività iure considerata. Schmitt definì la concezione:”antropomorfizzazione improvvisata”. Ora, nonostante molte analisi assai lucide, Schmitt è probabilmente “il maestro da non imitare” come disse Mario Thovez del povero Carducci, ma mette sul piatto una questione fondamentale: la problematicità del noi. Oggi più che mai l’altro incombe. Sfasciare il palazzo di cristallo è inutile semplicemente perchè ha già in gran parte sfasciato lui noi. E chi sono quelli fuori? E’ ora di finirla con questa storia dell’uguaglianza:”io non sono l’altro” (Levinas)! E allora? Del farsi del noi nella storia non so che farmene. Ma credo nella forza della contingenza. Nel collettivo d’ira che agisce unito in caso di minaccia impellente. Mi pare che in questo Sloterdijk dica la sua in maniera non poi così descrittiva: nel Mondo dentro il capitale si fa l’esempio della piccola cittadina minacciata dall’insediamento della centrale nucleare. L’uomo non è buono. Si associa per convenienza. Ma se quella convenienza corrisponde ad un interesse collettivo e si esplicita nella sommossa adirata, allora forse seppur non buono e non ancora salvato, l’uomo, bontà sua, rimane perlomeno umano, troppo umano.

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