Vendetta e rivoluzione

Edmond Dantès, il Conte di Montecristo, è il prototipo letterarario del vendicatore; di chi è stato capace di tesaurizzare l’ira per poi dosarla nelle proprie azioni di rivincita per il danno subito. Ci dev’essere quindi a monte l’insulto patito, l’ingiustizia subita, affinché la vendetta assuma anche i connotati di un’azione non solo legittima, ma perfino eroica.  Il vendicatore come personaggio neo-eroico: non solo una tentazione, ma una tendenza del secolo. E se per il piccolo borghese – come l’Alberto Sordi nel film di Monicelli – ci sta anche che il singolo si “faccia giustizia” da solo risarcendosi delle proprie sofferenze, il neo-eroe diviene più popolare e difficile da scalzare se il vendicatore lava un affronto collettivo, se quindi viene a godere di un’investitura dei molti.
Ed è in questo caso che l’azione dell’eroe vendicatore può avanzare una pretesa d’intangibilità dovuta all’instaurarsi di uno stato d’eccezione permanente che consente all’attore (unilaterale e pre-istorico per eccellenza) il diritto all’autodifesa ed alla controffensiva. Se viene delegittimato l’ordine esistente, allora – avverte Sloterdijk – può divenire possibile non tanto e non solo il sartriano diritto a rivoltarsi (on a raison de se révolter) contro l’esistente, ma a vendicarsi su di esso [1].
Se l’ira dunque non scoppia, e viene trattenuta, il suo potenziale aumenta. Chi differisce la propria rabbia, acquista azioni allo sportello della vendetta. Che potrà spendere a tempo debito. L’ira – dice Sloterdijk – diviene momentum di un movimento nel futuro, materia prima dell’eccitazione storica. Il tempo esistenziale heideggeriano può concepirsi compiutamente come un essere-per-la-vendetta. Questa fondazione di un essere-per-lo-scopo sarebbe più forte di qualsiasi vaga meditazione sulla fine. E’ insomma dalla forma progettuale dell’ira che sorge la vendetta. E’ il sentimento di Achille che si organizza, come il pus in un ascesso, per divenire nel tempo forza agente, e prima ancora motivo di quella stessa forza, sua ragione. 
Ed è così che in un’epoca post-metafisica l’esserci vendicativo ottiene un significato metafisico residuale: grazie alla vendetta torna a realizzarsi l’utopia della vita motivata, proprio mentre i più sono inghiottiti invece dal senso del vuoto e dalla noia. Vivere per vendicarsi, al punto da surclassare quel vendicarsi per vivere che Edmond Dantès si era dato come scopo quando ancora strisciava nelle segrete del castello d’If.
La forma bancaria, evoluta dell’ira richiede dunque dai singoli sentimenti vendicativi il loro trattenersi, procrastinarsi in vista di una prospettiva superiore. Se le innumerevoli storie personali di vendetta vengono ad unirsi in una storia congiunta, allora si può costituire il serbatoio dal quale attingere per la Rivoluzione. Ed è a questo livello che si constata il passaggio dalla forma progettuale dell’ira alla sua forma storica;  l’affermazione introduttiva del Manifesto di Marx ed Engels, per cui “la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi” può essere integrata da un’altra affermazione: “ogni storia è storia della valorizzazione dell’ira”, afferma Sloterdijk
Ovvio quindi che non c’è nemico maggiore, per i banchieri dell’ira ed i loro funzionari, di quei piccoli possessori d’ira anarchici che la bruciano in roghi effimeri, in attentati velleitari, in forme di lotta individualistiche: “la collera del distruttore di cabine e dell’incendiario si consuma nella propria espressione – e che spesso si rigeneri per le dure reazioni della polizia e della giustizia non toglie nulla alla sua cecità. Si limita al tentativo di fracassare la nebbia con un bastone” [2]. Per gli artigiani dell’ira non c’è futuro, non c’è Storia: “il piccolo artigianato dell’ira è condannato ad esaurirsi in passivo in risultati abborracciati. Finché il patrimonio locale delle passioni ribelli non viene riunito in ampi e operanti centri di raccolta e coordinato da una regìa visionaria, tali passioni continueranno a consumarsi nel loro espressivo rumore” [3]. In altri termini, l’economia dell’ira oltrepassa la soglia critica quando dal suo accumulo e dispendio locali trasla ad investimento sistemico. Questa è la fase fondativa del moto rivoluzionario, la fase in cui i risentimenti personali rinunciano ad uno sfogo immediato o comunque singolare e vengono investititi in una banca centrale i cui investimenti sono pensati collettivamente. Il funzionario della banca dell’ira, il rivoluzionario di professione, non esprime le proprie tensioni, ma segue un piano che subordina gli individuali istinti di rivolta alla strategia d’impresa, di partito o di classe o, aggiungerei, di confessione. La capitalizzazione del risentimento va di pari passo con la ritenzione dell’odio. Il direttore di una banca dell’ira, se capace, attizza continuamente la ribellione e parallelamente seda i tentativi di rivolta individual-locali, spegne le micce corte per lasciare che si consumi fino al tempo debito la miccia lunga. Volontarismo e dispendio precoce sono le malattie infantili della rivoluzione adolescente, da correggere senza indulgere a sentimentalismi. Ogni spreco anarchico del deposito d’ira va evitato, e chi brucia in falò di piazza la rabbia di molti, non può che essere considerato un nemico.

[1] PS, IeT, pag. 68.
[2] PS, IeT, pag. 78.
[3] ibidem

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