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Il caso ANS

12 dicembre 2008

ap101330310604084252_bigForse, adesso dovremmo essere in grado di capire qualcosa del senso mitico della vita e della morte di Anna Nicole Smith e di come mai ciò abbia a che fare con la politica.
Nel caso della Smith, si danno molte semplici narrazioni ed emozioni ready-made. Mettendo insieme il tutto, si ottengono delle montagne russe di emozioni complesse, ed un intreccio complesso.
La prima narrazione che la sua storia ripropone è quella del poveraccio-che-diventa-ricco. La narrazione stessa è un’icona americana, una versione dell’american dream: l’americano che parte povero e che arriva in alto. Che poi è una versione particolare della narrazione della reinvenzione del sé: in America, reinventarsi è premiante (vedi i casi di Richard Nixon e di Al Gore, recentemente). Anche Vickie Lynn Hogan, una ballerina di topless, si reinventò, dandosi un nuovo nome ed una nuova identità: appunto quella di Anna Nicole Smith.
ans_playboycoverLa catena dei primi fatti: una ragazza qualsiasi, certamente bella, come Anna Nicole viene scelta per apparire nuda su “Playboy”, diventa Playmate of the Year, le viene offerto un contratto miliardario dai jeans Guess? e sposa infine un miliardario vero, anche se vecchio, J. Howard Marshall. E’ più della narrazione del povero-che-diventa-ricco. E’ l’incarnazione dell’americano redento, dell’eroe prima a terra e che sembra un perdente e che poi si rialza e con le proprie forze (ehm…) si strappa dalla condizione subalterna di cameriera, poi di ragazza-madre senza una lira e infine di ballerina di topless. Diviene una celebrità in quanto celebrità, non perché sappia far qualcosa. Secondo tempo: Anna Nicole appare sempre più spesso in televisione, ha perfino un suo programma. Intanto ingrassa a dismisura e a dismisura dimagrisce, fa uso di droghe, ama e sbeffeggia contemporaneamente l’anzianissimo coniuge; perde il figlio adolescente avuto da adolescente per un overdose di metadone, ed infine muore anche lei, sembra per un cocktail di droghe.

Marilyn Monroe

Marilyn Monroe

Perfino la sua morte incarna quindi una delle principali narrazioni standard, simile a quella di Marilyn Monroe, di Jayne Mansfield, di Janis Joplin, per restare alle signore: vivi in fretta, muori giovane. Cosa rende allora ANS una figura tipica? Il fatto di incarnare contemporaneamente tutte queste narrazioni fatte da luoghi comuni ed una serie di contesti tipicamente americani. Quasi come un’icona pop o un personaggio dei fumetti. Come questi ultimi, ANS non aveva una propria realtà indipendente, ha vissuto solo nelle narrazioni e nei contesti nei quali ha trovato spazio.

Jane Mansfield

Jane Mansfield

Le donne dell’America profonda si sono riconosciute nella povera ragazza dal buon cuore e con poca educazione, disposta a giocare le uniche carte che aveva: il proprio corpo e la propria determinazione per diventare famosa e far fortuna.
Anche i suoi difetti rientrano perfettamente in altre narrazioni standard: il suo egoismo straripante, la sua avidità, il suo scarso talento, il suo arrivismo che la indusse a sposare e perfino a fare sesso con un novantenne, la fanno rientrare nella narrazione tipica della “donna avida d’oro”: senza cuore, manipolatrice, disposta a sposare un uomo più vecchio di lei di sessant’anni per denaro, divoratrice di carte di credito in gioielli e vestiti, lontana da lui al momento della sua morte, poi impegnata in un durissimo contenzioso legale col figlio di lui per l’eredità, fino alla Corte Suprema.

Anche la narrazione della “vita spericolata” le si addice. Diciannovenne con un figlio, viene piantata dal compagno e si ritrova a dover usare il proprio corpo per guadagnare, facendo la spogliarellista nei topless bar di Houston. Fa uso di droghe e beve. Viene arrestata per guida in stato di ubriachezza e per rapina. E’ bisessuale, viene anche denunciata da una donna per molestie sessuali.
anna_nicole10_300La sua storia rientra anche nella narrazione di “come sposo un milionario”. Come Marilyn Monroe e Julia Roberts nei loro ruoli famosi, ANS è una ragazza ingenua dal cuore d’oro che un miliardario capisce e rispetta, ed il suo rispetto gli fa vincere il suo cuore.
Insomma, una serie di storie le calzano a pennello. Tutte narrazioni e contesti nei quali gli americani non fanno alcuna fatica ad immedesimarsi.
Ma a proposito della narrazione del redento, ecco il ponte con la politica. Nell’agosto scorso, John McCain e Barack Obama, in quanto candidati alla Presidenza degli Stati Uniti, si sono offerti in pubblico ad una confessione delle proprie colpe passate. McCain ha confessato di sentirsi in colpa per il fallimento del suo primo matrimonio. In effetti, il Senatore repubblicano lasciò la prima moglie dopo che, a causa di un incidente, lei si era imbruttita. Il Senatore dell’Illinois ha confessato invece una colpa giovanile: essersi fatto delle canne da ragazzo.
Già in passato il rito espiatorio aveva visto protagonisti Bill Clinton, infine reo confesso di aver praticato sesso orale con altri dalla propria moglie – colpa lieve questa specialmente, divenuta però gravissima perché lo indusse a mentire di fronte al Congresso; George W. Bush, ha dichiarato i suoi trascorsi di ex alcolista anonimo per affezione al bourbon e di renitente alla leva. In ogni caso, confessare significa per gli Americani dimostrare che non si ha più paura di un passato imbarazzante. Smettere di bere significa allora, per esempio, accreditarsi agli occhi del pubblico come appunto un Redento, colui che non pecca più ma che è passato attraverso il peccato. Ed ogni insuccesso passato diviene testimonianza del suo contrario, della forza di carattere.

Amy Winehouse

Amy Winehouse

Il primo grande successo di Amy Winehouse, di suo piuttosto incline al bere ed alle droghe, si chiamava Rehab, che stava proprio per rehabilitation: anche nel mondo inglese si fa strada la narrazione del peccatore che si redime.
Ma il fatto che si faccia così tanto affidamento sulla capacità del pubblico di riconoscere istantaneamente questi contesti – in questo caso, autoassolutori – e queste narrazioni prova quanto essi siano fisicamente insediati nei nostri cervelli. Secondo Lakoff, non che ci sia nati, ma certo siamo cresciuti esposti a loro e li abbiamo acquisiti come strutture narrative profonde, al punto da conformare una serie di nostre sinapsi. Non riusciamo a capire gli altri se non ricorrendo a queste narrazioni culturali. Ma, il che è più rilevante, non possiamo neppure capire noi stessi, chi siamo, chi siamo stati e dove vogliamo arrivare, senza riconoscere e vedere come ci adattiamo a questi modelli narrativi culturali. Capiamo le figure pubbliche calandole in questi modelli narrativi complessi insediati nei circuiti neuronali del nostro cervello. Ma dobbiamo sapere che essi possono essere attivati e funzionare inconsciamente, automaticamente, in modo riflesso. E vediamo e consideriamo ANS o George W. Bush senza pensare al fatto che il modo in cui li consideriamo non dipende solo e tanto dalle nostre scelte consce, quanto dalle scelte narrative operate dal nostro cervello al di là della nostra consapevolezza conscia.
E allora? Cosa possiamo fare? Secondo Lakoff, dobbiamo sforzarci di rendere l’inconscio cognitivo il più possibile conscio, così da far diventare le decisioni da riflesse, riflettute. Pur sapendo che in un certo senso non possiamo sfuggire al dato; le narrazioni culturali sono nel nostro cervello e ci appartengono, ed è illusorio pensare di valutare qualcuno o qualcosa al di fuori di loro.
Nel che scorgo l’affacciarsi di una contraddizione: dopo aver criticato aspramente, e con ottime ragioni, la razionalità pura del modello di mente illuminista, Lakoff indulge in un tentativo anch’esso tipicamente “illuministico”, come quello di portare a consapevolezza quel che non lo è. Che è poi una critica ormai di scuola rivolta anche alla psicoanalisi: se l’inconscio è tale, come è possibile “dirlo” consciamente? O, più terra terra: se Freud non incorse in un lapsus paragonando l’inconscio allo Zuiderzee, il mare interno degli olandesi da bonificare, possibile che il compito delle forze che si pongono dalla parte della ragione sia sempre quello di dover sottrarre spazio e campo alle emozioni ed alle passioni? D’altra parte, ed in un luogo ben più rilevante della sua opera, Freud ha spiegato di concepire l’inconscio come la parte emersa dell’immenso iceberg costituito dall’inconscio. Immagine che vale assai più della precedente e più in sintonia con questo nostro corso, che intende spinozianamente non creare discontinuità tra ragioni e passioni.

Il fatto è che la politica, ed il campo conservatore soprattutto, ha capito benissimo il ruolo ed il peso dei contesti narrativi: Anna Nicole Smith ne è la prova. Ha capito perfettamente quanto pesante sia il ruolo delle narrazioni e quanto alcune funzionino meglio di altre.

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Aguirre, der Zorn Gottes

2 dicembre 2008

Sia pure in ordine alfabetico, il primo dei 100 all-time movies – secondo “Time” – è un film tedesco: Aguirre, der Zorn Gottes. In italiano uscì col titolo Aguirre, furore di Dio.
Il film del 1972 di Werner Herzog è un Apocalypse now alla tedesca (così viene definito nella classifica dei Top Cult Movies; peraltro, lo stesso Coppola riconosce il proprio debito nei confronti di Aguirre), prototipo della particolarissima relazione e collaborazione tra il regista Herzog ed il suo attore-feticcio, Klaus Kinski, con cui girerà altri cinque film ed al quale dedicherà uno splendido documentario, in morte di Kinski.

Kinski/Aguirre

Kinski/Aguirre

Il film trae spunto da un fatto vero, dall’epopea tragica di un avventuriero basco, Lope de Aguirre e dalla sua spedizione in America Latina. Nel dicembre del 1560 (come nella reale vicenda di Lope de Aguirre) una spedizione di conquistadores, guidati da Gonzalo Pizarro, si apre faticosamente la strada nella foresta amazzonica alla ricerca del mitico Eldorado. L’ultimo giorno dell’anno il gruppo è bloccato nella giungla, ormai a corto di viveri. Pizarro decide di mandare i suoi 40 migliori uomini a discendere il fiume, per cercare viveri e per trovare la posizione dell’Eldorado. Della spedizione, guidata da Don Pedro de Ursúa, fa parte tra gli altri Lope de Aguirre.
Tre zattere partono dunque il 4 gennaio. Dopo due giorni riescono ad accostare alla riva, ma una viene bloccata da un gorgo sull’altro lato del fiume. Durante la notte, i suoi occupanti vengono uccisi dagli indios. Gli uomini si rendono conto di essere circondati e la notte successiva il fiume, gonfiandosi, trascina via le zattere.
Ursúa decide di tornare da Pizarro via terra, ma Aguirre si ribella; Ursúa viene ferito e imprigionato, mentre Aguirre fa eleggere nuovo imperatore Don Fernando de Guzman, assumendo egli stesso il rango di comandante. Viene costruita una nuova grande zattera e il 12 gennaio riparte la navigazione: la mèta è l’Eldorado.
Il nemico resta sempre invisibile nella giungla. Solo due indios si avvicinano con una canoa alla zattera, credendo che gli spagnoli siano i “figli del sole” annunciati da una profezia. Il frate offre loro una Bibbia, dicendo che contiene la parola di Dio. Ma l’indio non capisce, risponde che il libro è un oggetto, che non parla, il che fa infuriare gli spagnoli e i due vengono uccisi.
Il viaggio continua, nonostante gli attacchi invisibili che decimano i soldati. L’imperatore viene trovato morto e Aguirre ne approfitta per liberarsi anche di Ursúa. Il Comandante ormai dà chiari segni di squilibrio mentale. Ed è allora che urla, sovrastando il frastuono delle rapide del fiume: « Sono il furore di Dio, la terra che calpesto mi vede e trema ».
Ormai non c’è più cibo, tutti hanno la febbre e iniziano ad avere allucinazioni. Uno a uno tutti gli uomini vengono uccisi dalle lance e dalle frecce degli indios. In ultimo, la zattera viene invasa dalle scimmie. Aguirre, unico sopravvissuto, è ormai completamente folle.

Come i tre cavalli del Fedro, tre zattere scendono il fiume. E come in Platone, il problema insorge quando il cavallo nero prende il controllo della biga, destituendo di autorità l’auriga (nel film, il Vescovo). Come nella visione kantiana, l’isola della ragione è circondata da flutti impetuosi che la minacciano ad ogni onda. Come in Platone, se l’auriga si lascia trasportare dall’impeto del cavallo nero si precipita verso il basso, così qui la spedizione naufraga, piegata dal furore di Aguirre: è lui il cavallo nero, l’incarnazione della menis, del desiderio smodato, della volontà di potenza e di gloria. Davanti ad Aguirre, alla fine, non resistono né le potestà dell’Imperatore autentico, né di quello da lui stesso creato, né della Chiesa. E lui stesso si proclama braccio di Dio, anzi: è lui l’ira di Dio.

Qualcuno ricorderà una pagina tra le più belle di Beppe Fenoglio, in quella rarefatta sorta di prologo in cielo di Una questione privata, nelle prime pagine del romanzo insomma, in cui il protagonista – il giovane partigiano Milton – scrive alla ragazza di cui è perdutamente innamorato che è splendida. Lei gliene chiede ragione – chiedere ragione di una passione, apparentemente un ossimoro. E lui di rimando scava ancor più l’abisso: tu non sei splendida. Tu sei lo splendore. Beata la ragazza che può sentirsi dire simili dichiarazioni d’amore [1].
Qui è la stessa cosa. Aguirre non è furioso – come Achille che fa scempio tra i Troiani. Aguirre è la furia. Aguirre è il braccio furioso di Dio, il furore di Dio, e come tale non ha misura, anzi: stando alla sceneggiatura originale dove si definisce Zorn questo sentimento, lui è l’ira di Dio, e l’ira divina è smisurata.
Aguirre/Herzog sceglie di rappresentare questo sentimento di Dio tra i diversi possibili: secondo la tradizione cristiana, alla quale il nostro mondo occidentale è più abituato, Dio è innanzitutto amore, non ira. Ma tra le passioni del Dio dei tre grandi monoteismi l’ira non è certo un sentimento secondario.

 


[1] «La prossima lettera come la comincerai? – aveva proseguito lei. – Questa cominciava con Fulvia splendore. Davvero sono splendida?» «No, non sei splendida». «Ah, non lo sono?»  «Sei tutto lo splendore […] Non c’era splendore prima di te», Beppe Fenoglio (1960), Una questione privata, prima ed. Nuovi Coralli, Einaudi, Torino 1986, pag. 6.

Oltre la misocosmia [Antonio Lucci]

25 novembre 2008

Sloterdijk, dopo aver analizzato cristianesimo e comunismo quali impianti psico-politici di immagazzinamento e differimento dei potenziali d’ira ne constata anche il fallimento. E descrive la nostra come un’epoca in cui il thymós, l’insieme delle passioni-contro, è andato incontro ad un’atrofizzazione, che ha rovesciato sulla parte erotico-appropriativa dell’animo tutto l’onere della soddisfazione delle esigenze psichiche degli individui.
In linea con l’apparato (Ge-stell) economico-politico occidentale, con la società nel vizio [1] e del consumo, non si lotta più per il riconoscimento, ma per l’appropriazione. Appropriazione eminentemente materiale, sempre meno spirituale. Divengono così emblematici dello spirito del nostro tempo il karoushi giapponese, ossia la morte da sovraccarico di stress lavorativo, o la sindrome da shopping compulsivo che ha preso sempre più piede negli USA: gli affetti da quest’ultima (soprattutto ragazze della middle-class) sperperano patrimoni (propri e dei familiari) in spese inutili per abiti che poi non indosseranno, che andranno ad accumularsi in mostruosi armadi senza mai essere indossati, frutto della necessità di riempire un vuoto che gli oggetti non riescono a colmare.
Con Heidegger si potrebbe dire che “Il vuoto dell’essere (…) non è mai suscettibile di venir riempito dalla pienezza dell’essente”[2]. Vuoto che non è altro che vuoto di riconoscimento, vuoto di confronto, vuoto di desiderio, svuotamento del luogo in cui le passioni timotiche trovano il loro terreno di confronto per eccellenza: il campo politico. 
È il venir meno della possibilità di integrazione in strutture politiche, religiose, in istituzioni (direbbe Gehlen) che riescano ad inserire l’individuo in un contesto propriamente sociale la causa prima del ritrarsi del thymós nella contemporaneità. Anche le esplosioni di ira popolare sono estemporanee: atti amorfi di misocosmia li chiama Sloterdijk: il filosofo di Karlsruhe fa l’esempio delle banlieue parigine. Nel panorama italiano, anch’io mi sentirei di aggiungervi il V-day di Beppe Grillo.
come-te-nessuno-maiOggi, la generazione che protesta per la riforma scolastica e universitaria proprio fuori da queste aule è cresciuta guardando film come Manuale d’amore, Tre metri sopra il cielo, Parlami d’amore, Come te nessuno mai. Quella che protestava quarant’anni fa guardando Milano calibro 9, Il boss, Milano spara, Roma a mano armata. La coscienza della violenza penetrava nelle visioni del mondo singole, anche solo attraverso il quotidiano esser-trasposto nella banalità di un film d’intrattenimento. Il confronto politico si tingeva dei colori forti della violenza. Nonostante ciò c’è da dire che confronto, parola chiave del thymós, all’epoca, c’era. Tragico, violento, omicida, sanguinoso, aspramente politico nel senso schmittiano del termine, ma c’era.

Lap-dance di Barbara Bouchet in Milano calibro 9

Lap-dance di Barbara Bouchet in Milano calibro 9

Ricordo che Carl Schmitt, nelle sue importanti analisi del concetto di politico, non manca mai di sottolineare che in tale concetto è sempre insita, fin dall’inizio, la possibilità aperta del confronto violento tra le fazioni opposte, la possibilità dell’annientamento fisico dell’avversario. Forse nelle parole di Schmitt lampeggia, di una luce oscura, il futuro di una politica che non voglia essere inglobata dall’impotenza pubblicitario-capitalistica della società dello spettacolo: “In primo luogo tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico; essi hanno presente una conflittualità concreta, (…) la possibilità reale della lotta deve essere sempre presente affinché si possa parlare di politica (…) con il termine di nemico anche quello di lotta deve essere qui inteso nel senso di un’originarietà assoluta. Esso non significa concorrenza, non la lotta “puramente spirituale” della discussione, che alla fine ogni uomo in qualche modo compie sempre, poiché in realtà l’intera vita umana è una “lotta” ed ogni uomo un “combattente”. I concetti di amico, nemico e lotta acquistano il loro significato reale dal fatto che si riferiscono in modo specifico alla possibilità reale dell’uccisione fisica.”[3] 

[1] Espressione coniata e usata da Sloterdijk in Sfere III
[2] M. Heidegger, Oltrepassamento della metafisica, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 2006, pag. 62
[3] C. Schmitt, Il concetto di “politico”, in Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 2005, pag. 113-116

Bataille prima di Sloterdijk

25 novembre 2008

Il saggio di Bataille La nozione di dépense presenta già in nuce gli argomenti che l’autore svilupperà nel testo La parte maledetta. Il nucleo dell’argomentazione bataillana è perfettamente espresso già nel titolo del paragrafo introduttivo del saggio: Insufficienza del principio classico dell’utilità.
L’utilità a cui fa riferimento Bataille è quella economica (tutto il saggio ha come argomento l’economia). La tesi è la seguente: il principio classico di utilità, ossia quello di produttività, non basta a spiegare il funzionamento dell’economia reale, se non attraverso una fictio che non tiene conto di una parte importantissima dell’economia reale: quella che appunto è la parte maledetta: “L’attività umana non è interamente riducibile a processi di produzione e di conservazione, e il consumo dev’essere diviso in due parti distinte. La prima, riducibile, è rappresentata dall’uso del minimo necessario, agli individui di una data società, per  la conservazione della vita e per la continuazione dell’attività produttiva: si tratta dunque della condizione fondamentale di quest’ultima. La seconda parte è rappresentata dalle spese cosiddette improduttive: il lusso, i lutti, le guerre, i culti, le costruzioni di monumenti suntuari, i giochi, gli spettacoli, le arti, l’attività sessuale perversa (cioè deviata dalla finalità genitale) rappresentano altrettante attività che, almeno nelle condizioni primitive, hanno il loro fine in se stesse.”[1]  

George Bataille

George Bataille

Vi è dunque una parte, anzi, La parte, dell’economia e della produzione, che viene, sprecata, distrutta, destinata all’In-produzione, all’In-produttivo. La parte maledetta. La parte del dispendio. Il limite dell’utile (titolo di un altro testo, o meglio degli appunti preparatori a La parte maledetta poi pubblicati separatamente, di Bataille su questo argomento). La dépense.
Bataille riconduce la nascita stessa dell’economia alla dépense, seguendo le analisi di M. Mauss sul dono: non sarebbe stato il baratto la forma arcaica dello scambio, ma il potlàc: il dono spropositato di ricchezze fatto al fine di obbligare, umiliare, sottomettere il donatario al prestigio di colui che dona. O addirittura la distruzione spettacolare delle suddette ricchezze, effettuata per gli stessi fini.
Ad un potlàc doveva necessariamente far seguito un altro potlàc, di grandezza uguale o maggiore.
Nasce così, coestensivamente all’economia, il prestito ad usura, che, ci dice, Bataille, assomiglia molto al sistema di prestiti bancari proprio delle società attuali: nelle società del potlàc assommando tutti gli averi effettivi di coloro che si facevano prestare beni al fine di rispondere al dono obbligante non si sarebbe mai avuto il reale importo dei beni imprestati, ma sempre di meno. Esattamente come accade nel moderno sistema bancario: assommando i beni dei beneficiari dei prestiti non si avrà mai una somma pari al prestito erogato.
Operare una considerazione retrospettiva sulle cause della moderna crisi economica alla luce di queste, ma soprattutto delle successive considerazioni, è un compito interessante, che lascio a ciascuno.
Dunque alla base dell’economia cosa c’è secondo Bataille? Un problema, una questione di riconoscimento, di orgoglio: di thymós potremmo dire, in una parola.
È per essere riconosciuti [2], per affermare il proprio rango sociale, per umiliare l’avversario, per ricoprirsi di gloria che si distruggono, con spettacolari ecatombi di bestiame e schiavi, con distruzioni apparentemente assurde di beni accumulati in lunghi periodi di tempo, i frutti dell’accumulazione economica, la parte più rilevante di essi. 
È la proprietà positiva della perdita, come la chiama Bataille: il fatto che la parte delle passioni, la parte più importante dell’animo umano, non sia, non possa essere, soddisfatta dal mero consumo e accumulazione dei beni prodotti. Entrano in gioco altri valori, valori propri del thymós, della parte dell’animo che non risponde alle leggi dell’economia di produzione. Non a caso Bataille riporta come sia la gloria, disposizione emotiva timotica per eccellenza, un validissimo esempio di sentimento collegato alla parte dell’animo che sottostà alle leggi della dépense. Non si pensi che le argomentazioni bataillane siano valide solo per quel lontano mondo arcaico in cui valevano le leggi (che per noi sembrano assurde al limite del ridicolo) del potlàc.
La dépense vive, ed è costantemente presente anche (e forse soprattutto) nel mondo di oggi.
Le parole di Bataille meritano di essere riportate per la loro incisività: “Intorno alle banche moderne, come intorno agli alberi totemici dei kwakiutl, il medesimo desiderio di offuscare gli altri anima gli individui e li trascina in un sistema di piccole parate che li acceca reciprocamente, come se fossero davanti ad una luce troppo forte. A qualche passo dalla banca, gioielli, abiti, macchine attendono nelle vetrine il giorno in cui serviranno a costituire l’accresciuto splendore di un sinistro industriale e della sua vecchia consorte, ancor più sinistra. A un grado inferiore, pendole dorate, credenze per sale da pranzo, fiori artificiali, rendono servizi egualmente inconfessabili a coppie di droghieri. L’invidia da essere umano a essere umano si libera come tra i selvaggi, con equivalente brutalità: solo la generosità, la nobiltà sono scomparse e, con loro, la contropartita spettacolare che i ricchi ricambiavano ai miserabili.”[3]   La virtù che dona (per usare una bella espressione di Nietzsche) è quella che è venuta a mancare: la dépense antica si esplicava nelle feste, nei banchetti pubblici, fino alle opere straordinarie dell’evergetismo greco-romano: strade, monumenti, opere pubbliche erano finanziati dai ricchi, dai nobili, dai potenti, solo per accrescere il proprio onore, la propria gloria; solo per appagare il proprio desiderio di riconoscimento. Ancora oggi percorriamo quella Via Appia che il patrizio romano Appio Claudio Cieco finanziò col patrimonio della sua gens, la gens Claudia.
Oggi la dépense  si esaurisce nell’accumulazione di beni, nella loro esposizione o anche nella loro mera conservazione: macchine di lusso, gioielli, oggetti innominabili  per mutuare l’espressione bataillana. Lo spirito della dépense della nostra epoca credo possa essere ben rappresentato dai programmi televisivi in cui celebrità del mondo dello spettacolo mostrano le proprie gigantesche case, con i propri mostruosi parchi macchine a compiaciute telecamere e ad ancor più compiaciuti spettatori, appagati dalla mera automanifestazione dell’altrui thymós, in cui proiettano il proprio.
La parte maledetta diviene ancora di più tale, oscura, maledetta sempre più, perché autoreferenziale.
Il petroliere interpretato magistralmente dal premio oscar Daniel Day Lewis in There will be blood potrebbe essere preso come uno dei campioni della dépense timotica più oscura, in cui è sparita ogni traccia di apertura verso l’altro, verso la societas: protocapitalista creatosi da solo, alla sua brama assoluta di affermazione sacrifica tutto: il figlio, l’amicizia, la famiglia, l’amore, l’onore, Dio. La frase che forse incarna meglio il suo thymós ipertrofico lanciato verso  l’inferno dell’egoità autoreferenziale è la seguente: “Io non voglio che altri riescano. Odio la maggior parte della gente. Guardo le persone e non ci trovo niente da attraente. Io vedo il peggio nelle persone. La mia barriera di odio si è alzata, lenta negli anni.” Bataille, prima di Sloterdijk, ed in ciò riconosciuto dal filosofo di Karlsruhe, è stato uno dei primi a dare il giusto valore alle passioni-contro, alla timotica, in campo pubblico, economico-politico per la precisione.
Abbiamo visto nelle lezioni precedenti come attraverso una sapiente gestione dei potenziali timotici degli ultimi, degli umiliati e offesi prima dell’impero, poi dell’intero globo, il cristianesimo abbia fondato un impero politico mondano. Sloterdijk parla appunto del cristianesimo come prima grande banca dell’ira: si gestisce il mondano differendo i potenziali d’odio e di risentimento e rimandandoli al giorno finale, al dies irae, al giorno dell’ira, in cui Dio punirà tutti i colpevoli. E una delle somme beatitudini, sarà, secondo Origene, padre della chiesa, guardare dal paradiso i malvagi che si contorcono nelle fiamme dell’inferno. A Bataille dobbiamo una folgorante descrizione del cristianesimo negli stessi termini: “Esso [Il cristianesimo] si lega strettamente alla disperazione terrestre, non essendo a sua volta altro che un epifenomeno dell’odio che divide gli uomini (…) Il senso del cristianesimo si dà nello sviluppo delle conseguenze deliranti della dépense di classe, in un’orgia menatale agonistica praticata a scapito della lotta reale.”[1]
Abbiamo visto come le passioni-contro, i sentimenti timotici, siano un patrimonio fondamentale da saper gestire ed amministrare, particolarmente nelle modalità del differimento, se si vuole mantenere un solido impianto terreno. E paradossalmente è stato proprio il cristianesimo, che per definizione è rappresentante di un regno che non è di questo mondo, ad avercelo mostrato.
Solo da un ben organizzato impianto di accumulazione e differimento dell’ira possono essere gettate le basi per un controllo politico di masse svuotate dei loro potenziale distruttivi.  L’ordine regna solo dove il thymós è impegnato in attività regolamentate da un fine immanente. Altrimenti all’ordine ed alla regolamentazione statale si sostituisce la rivoluzione, la resistenza, il dissidio, l’ira delle masse.
Non a caso Sloterdijk ricorda che il concetto di resistenza è l’unica alternativa che rimane, fin dall’epoca dei Maccabei, agli sconfitti ed agli oppressi per vivere nel reale, fatto salvo il sottomettersi agli impianti di gestione del thymós o a quelli di oppressione.
[1] G. Bataille, La parte maledetta., op. cit., pag. 44
[2] Il riconoscimento è una tematica cara a Bataille, che l’aveva appresa dal suo più importante referente filosofico (nonché amico e maestro): Alexandre Kojève, che aveva fatto proprio del desiderio di riconoscimento la chiave di lettura della Fenomenologia dello spirito di Hegel, come si è visto nelle precedenti lezioni. [3] G. Bataille, La parte maledetta, op. cit., pag. 52-53
[4] G. Bataille, La parte maledetta, op. cit., pag. 57