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In collera verso me stesso

11 novembre 2008

Menis versus cholos: l’ira e la rabbia, sentimenti diversi in questo esordio della cultura occidentale. Dove il primo,fin da subito, assume – attraverso la dipendenza dal riconoscimento – un carattere politico che l’altro può non avere: “il ribollimento [Aufwallung] dell’ira avviene innanzitutto quando da altri mi viene rifiutato il riconoscimento (e a partire da ciò sorge l’ira più estroversa), ma si ridesta anche quando rifiuto il riconoscimento a me stesso alla luce delle mie idee di valore (in modo da avere motivo per essere in collera con me)”[1].
L’ira offre l’opportunità per cogliersi inadeguati rispetto ai propri stessi valori: sono in collera con me stesso, una frase chiave nella moralistica cristiana. Scrive Agostino nelle Confessioni: “Leggevo: Adiratevi e non peccate! (Salmi, 4,5) e queste parole mi turbavano, Dio mio! Avevo ormai imparato ad andare in collera con me stesso per il mio passato, così da non rischiare più di ricadervi per l’avvenire! Ed era una collera giusta perché quella che peccava in me non era certo una natura a me estranea, della genìa delle tenebre, come dicono coloro che non vanno in collera con se stessi e che per questo si attirano una collera ancora più grande per il giorno dell’ira e della manifestazione del tuo giusto giudizio!”.
Anche Zarathustra sentirà il morso della collera verso se stesso [2] di fronte a quel mare che condivide con lui la mestizia ed il peso dei ricordi cattivi e delle attese. Perché anche Zarathustra non si sa accettare: non si riconosce. Anche qui un indizio di come la mancata dialettica del riconoscimento sia costantemente alla radice dell’ira.


[1] Peter Sloterdijk, IeT, pag. 33.
[2] «Tutto dorme ore, – disse; – anche il mare dorme. Ebbro di sonno e straniato, il suo occhio si posa su di me.
Ma il suo respiro è caldo, lo sento. E sento anche che il mare sogna. E sognando si gira e rigira su cuscini scabri.
Ascolta! Come sospira per i ricordi cattivi! O per cattive attese?
Ah, con te divido la mestizia, mostro tenebroso, e per colpa tua sono in collera con me stesso.
Ah, perché la mia mano non ha forza abbastanza! Davvero ti libererei volentieri dai tuoi sogni cattivi!», F. Nietzsche, Così parlò Zaratustra, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 2006, pagg. 179-180.

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