Archive for novembre 2008

Oltre la misocosmia [Antonio Lucci]

25 novembre 2008

Sloterdijk, dopo aver analizzato cristianesimo e comunismo quali impianti psico-politici di immagazzinamento e differimento dei potenziali d’ira ne constata anche il fallimento. E descrive la nostra come un’epoca in cui il thymós, l’insieme delle passioni-contro, è andato incontro ad un’atrofizzazione, che ha rovesciato sulla parte erotico-appropriativa dell’animo tutto l’onere della soddisfazione delle esigenze psichiche degli individui.
In linea con l’apparato (Ge-stell) economico-politico occidentale, con la società nel vizio [1] e del consumo, non si lotta più per il riconoscimento, ma per l’appropriazione. Appropriazione eminentemente materiale, sempre meno spirituale. Divengono così emblematici dello spirito del nostro tempo il karoushi giapponese, ossia la morte da sovraccarico di stress lavorativo, o la sindrome da shopping compulsivo che ha preso sempre più piede negli USA: gli affetti da quest’ultima (soprattutto ragazze della middle-class) sperperano patrimoni (propri e dei familiari) in spese inutili per abiti che poi non indosseranno, che andranno ad accumularsi in mostruosi armadi senza mai essere indossati, frutto della necessità di riempire un vuoto che gli oggetti non riescono a colmare.
Con Heidegger si potrebbe dire che “Il vuoto dell’essere (…) non è mai suscettibile di venir riempito dalla pienezza dell’essente”[2]. Vuoto che non è altro che vuoto di riconoscimento, vuoto di confronto, vuoto di desiderio, svuotamento del luogo in cui le passioni timotiche trovano il loro terreno di confronto per eccellenza: il campo politico. 
È il venir meno della possibilità di integrazione in strutture politiche, religiose, in istituzioni (direbbe Gehlen) che riescano ad inserire l’individuo in un contesto propriamente sociale la causa prima del ritrarsi del thymós nella contemporaneità. Anche le esplosioni di ira popolare sono estemporanee: atti amorfi di misocosmia li chiama Sloterdijk: il filosofo di Karlsruhe fa l’esempio delle banlieue parigine. Nel panorama italiano, anch’io mi sentirei di aggiungervi il V-day di Beppe Grillo.
come-te-nessuno-maiOggi, la generazione che protesta per la riforma scolastica e universitaria proprio fuori da queste aule è cresciuta guardando film come Manuale d’amore, Tre metri sopra il cielo, Parlami d’amore, Come te nessuno mai. Quella che protestava quarant’anni fa guardando Milano calibro 9, Il boss, Milano spara, Roma a mano armata. La coscienza della violenza penetrava nelle visioni del mondo singole, anche solo attraverso il quotidiano esser-trasposto nella banalità di un film d’intrattenimento. Il confronto politico si tingeva dei colori forti della violenza. Nonostante ciò c’è da dire che confronto, parola chiave del thymós, all’epoca, c’era. Tragico, violento, omicida, sanguinoso, aspramente politico nel senso schmittiano del termine, ma c’era.

Lap-dance di Barbara Bouchet in Milano calibro 9

Lap-dance di Barbara Bouchet in Milano calibro 9

Ricordo che Carl Schmitt, nelle sue importanti analisi del concetto di politico, non manca mai di sottolineare che in tale concetto è sempre insita, fin dall’inizio, la possibilità aperta del confronto violento tra le fazioni opposte, la possibilità dell’annientamento fisico dell’avversario. Forse nelle parole di Schmitt lampeggia, di una luce oscura, il futuro di una politica che non voglia essere inglobata dall’impotenza pubblicitario-capitalistica della società dello spettacolo: “In primo luogo tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico; essi hanno presente una conflittualità concreta, (…) la possibilità reale della lotta deve essere sempre presente affinché si possa parlare di politica (…) con il termine di nemico anche quello di lotta deve essere qui inteso nel senso di un’originarietà assoluta. Esso non significa concorrenza, non la lotta “puramente spirituale” della discussione, che alla fine ogni uomo in qualche modo compie sempre, poiché in realtà l’intera vita umana è una “lotta” ed ogni uomo un “combattente”. I concetti di amico, nemico e lotta acquistano il loro significato reale dal fatto che si riferiscono in modo specifico alla possibilità reale dell’uccisione fisica.”[3] 

[1] Espressione coniata e usata da Sloterdijk in Sfere III
[2] M. Heidegger, Oltrepassamento della metafisica, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 2006, pag. 62
[3] C. Schmitt, Il concetto di “politico”, in Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 2005, pag. 113-116

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La banca comunista dell’ira [Antonio Lucci]

25 novembre 2008

La lezione bataillana sarà compresa nel modo migliore dal comunismo: la seconda banca dell’ira, quella propriamente politica, a cui Sloterdijk dedica tutta la parte centrale di Ira e tempo.
el paragrafo dal titolo Comintern: la banca mondiale dell’ira e le banche fasciste dell’ira [1].
Sloterdijk rileva come l’organizzazione del thymós degli umiliati, nel campo dell’immanenza, dopo il fallimento del progetto timotico del cristianesimo, fu sempre catalizzato dai partiti di sinistra. Essi fornirono il legame tra patrimonio d’ira e richiesta di dignità. cominternposterPer primi [2] posero come condizione il momentaneo differimento dell’ira da parte delle classi maggiormente disagiate (i proletari industriali), promettendo che in futuro esso sarebbe stato ripagato con una rendita che avrebbe avuto la forma di superiore autostima ed ampliata potenza sul futuro tramite il medium della rivoluzione.
I tre tipi di capitalizzazione dell’ira da sinistra furono: quella anarco-terrorista, quella comunista-centralistica e quella socialdemocratica-riformista. Tutte queste istanze (soprattutto quella socialista) avevano nella lotta sopranazionale al capitalismo il loro culmine propagandistico-timotico. Culmine che diventò irraggiungibile quando, nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, vi fu un ricompattamento delle forze politiche (anche di sinistra) sotto la bandiera del nazionalismo statale. Fu una crisi bancaria dell’ira di dimensioni enormi: i depositi internazionali vennero deviati sul campo nazionale. Dal punto di vista psicopolitico questo fu un crack timotico-economico senza precedenti, da cui l’internazionale socialista non si sarebbe più ripresa.  L’ira anticapitalista si trasformò velocemente in ostilità nazionale, disperdendo così al contempo il potenziale di risentimento contro il capitalismo che aveva accumulato.   Anche l’ira dunque, come il capitale, non permette un ritorno quando il potenziale d’acquisto è orientato a fini diversi da quello per cui era stato mobilitato originariamente.
Fu Lenin a scatenare di nuovo, con insperato successo, anche se aveva alle proprie spalle la vittoriosa rivoluzione d’ottobre, le forze timotiche proletarie entro la cornice della Terza Internazionale. I discorsi leninisti accolsero al proprio interno il furore distruttivo-omicida che era stato proprio dell’anarchismo: già nel 1918, tre anni prima dell’episodio celebre della rivolta dei marinai di Kronštad, Lenin predicò attivamente l’annientamento fisico dei propri avversari politici.
Il comunismo aveva accolto l’alienabilità anarchica del terrore: “Compagni, colpite senza pietà e senza compassione i social-rivoluzionari di destra. Corti e tribunali non sono necessari. L’ira del lavoratore deve risuonare (…) annientate fisicamente il nemico.”[3]
Fin dal 1918 [4] il giornale bolscevico Pravda inneggiava all’odio ed alla vendetta. Si fece largo rapidamente la logica del sacrificio di pochi (migliaia) per molti (milioni). Ben presto questo si trasformò nel sacrificio di milioni per pochi, guidati da un re-filosofo (Stalin) diffidente che sosteneva, nonostante tutto, di agire per il bene dell’umanità. Sloterdijk sostiene addirittura che l’ideologia sterminista in campo politico di Lenin preparò il terreno all’agire dei fascismi: bastò cambiare il nemico della classe con quello del popolo e della razza. I movimenti fascisti si costituirono come banche popolari dell’ira e della protesta (in questo molto simili ai partiti di sinistra). Dunque i fascismi di destra e di sinistra sono esempi lampanti di corpi d’ira che si trasformano in grandi banche. Punto a favore dell’immediatezza dei fascismi di destra fu l’attenzione per il legame con la Terra-Nazione (che sgravò il collettivo timotico della fatica d’identificarsi in un internazionalismo troppo spesso non direttamente visualizzabile).
Ritornando all’analisi del Comintern, Sloterdijk rileva che esso, quale Internazionale dell’azione, si proponeva come banca dell’ira dei potenziali timotici sparsi delle masse proletarie. Lenin sperava che la rivoluzione russa avrebbe acceso la miccia della dissidenza delle masse proletarie europee (e tedesche specialmente). Ma tale (verosimile) attesa fu sconfessata dal confluire delle masse nei movimenti nazional-rivoluzionari. Allora egli passò a cercare il potenziale d’ira necessario nelle masse contadine, forzosamente. Ciò creò un’enorme quantità di paura, che i vertici mascherarono come assenso. In ciò il comunismo imitò i processi d’evangelizzazione coatta dei cristiani. Entrambi questi movimenti totalitari avevano capito che l’affezione per una causa si può ottenere anche forzosamente. In ciò è però implicito che i fondi d’ira depositati vengano utilizzati per ciò che poi diventerà un capitalismo che rimanderà per sempre gli originari progetti rivoluzionari (nel caso russo, perché in quello della chiesa i fondi erano ufficialmente depositati per l’edificazione di uno stato trascendente coi suoi campi di sterminio infernali, mentre nella pratica erano usati per la secolarizzazione di tale progetto).
Per sostenere la dittatura (che non poteva sorreggersi unicamente sulla violenza repressiva) si crearono una serie d’immagini positive in cui i sopraffatti della rivoluzione poterono investire le proprie fantasie ed ambizioni (eroi dello sport, della scienza, del partito, del lavoro, grandi opere pubbliche).
Se si ritorna, dopo aver descritto quasi fenomenologicamente il funzionamento della prima grande banca terrena dell’ira, alle analisi di teoria timotico-economica, è possibile rilevare che, sulla base dell’abolizione di ogni opposizione, i clienti della banca dell’ira comunista non potevano più ritirare i loro depositi per riporli altrove. Se la banca avesse restituito i crediti di paura per concedere una libera decisione avrebbe perso tutto il suo capitale (ed il partito-banca si sarebbe sciolto). In tale prospettiva Sloterdijk dà un’interessante definizione economica di totalitarismo: “È questo tipo d’incasso forzoso degli investitori, attraverso il sistema rivoluzionario di formazione dei clienti, che può essere indicato, non del tutto impropriamente, con il concetto, altrimenti dubbio, di “totalitarismo”. Totalitaria è la riconversione del cliente in servo [Leibeigenen] dell’impresa.”[1]
Il totalitarismo terroristico del partito comunista russo fu una necessità, dal suo punto di vista, per mantenere l’esclusiva sulla gestione delle energie timotiche. Tale esclusiva venne mantenuta sottraendo agli investitori qualsiasi fonte alternativa d’autostima, portando alla rassegnazione e alla rinuncia a sé.
Sloterdijk estende le sue analisi sulla timotica politica comunista all’operato di Mao Zedong in Cina. Quale sia il tenore di queste analisi è evidente fin dal titolo del capitolo che ad esse è dedicato; che è Il Maoismo: sulla psicopolitica del puro furore [2].

mao1Maoismo come oncologia politica
Il maoismo, forma cinese d’immagazzinamento dell’ira, è interpretato da Sloterdijk come una politica in cui la timotica precede qualsiasi altra forma d’organizzazione, è essa stessa l’unica forma d’organizzazione.
Mao capì fin dall’inizio che l’ira delle masse contadine a sua disposizione era insufficiente alla mobilitazione delle truppe di cui aveva bisogno. Allora ideò la politica militare delle piccole unità di guerriglia, che aveva il vantaggio di sfruttare il legame dei contadini con il proprio territorio, la loro disperazione, il loro risentimento contro le vessazioni dello stato centralista e l’odio contro il violento esercito di Chiang Kai-shek. L’invasione giapponese fornì il surplus timotico di cui Mao aveva bisogno per mobilitare una guerriglia totale. La guerra nazionale fu sfruttata ai fini della guerriglia rivoluzionaria (esattamente il contrario di ciò che era avvenuto con la mobilitazione delle forze timotiche internazionali socialiste a fini nazionalistici durante la prima guerra mondiale). Questa agiva all’inizio solo marginalmente sul corpo avversario, ma in maniera inesorabilmente logorante e dai controeffetti praticamente nulli: gruppi di cellule distruttive attaccavano l’organismo statale dall’interno, distruggendolo pian piano senza che l’eliminazione di uno di questi gruppi potesse fermare il processo.
Sloterdijk conia per descrivere questa intelligente strategia bellica il nome di oncologia politica.
Egli ritiene Mao più che marxista un volontarista mistico, le cui convinzioni si basavano più su una primitiva ontologia della lotta politica continua che su una teoria dello sviluppo di tipo occidentale. Per questo dopo il successo in guerra si trovò di fronte all’incapacità di organizzare uno stato con un’economia moderna. Simbolo di tale incapacità di superare la fase della mobilitazione timotica fu l’autorganizzazione che Mao impose  a contadini incapaci di compierla e privi di motivazione, costringendoli ad improvvisarsi produttori d’acciaio (simbolo all’epoca dell’avanzamento industriale di un paese) esportando immensi altiforni in tutti i paesi rurali ( operazione che negli slogan politici maoisti fu definita grande balzo): “I risultati di queste attività frenetiche, la cui inutilità si evidenziò rapidamente, furono portati in discariche pubbliche isolate, e accumulati in montagne – se in Cina dovesse mai esserci una demaoizzazione, si dovrebbero spiegare queste montagne arrugginite nascoste all’eredità culturale del mondo.”[1]
Demaoizzazione della Cina che Sloterdijk, per altro, ritiene molto improbabile, in virtù del fattore di unione psicopolitico che il simbolo-Mao rappresenta e del fatto che il governo centrale nega ogni possibilità di spiegazione della propria storia (con i suoi errori) a livello interno (e tanto meno da parte di cinesi fuoriusciti o di osservatori occidentali). C’è da rilevare che a livello di organizzazione economica la Cina ha voltato le spalle a ai sogni (divenuti incubi) economici maoisti.
Mao attivò ancora una volta (contro la propria marginalizzazione politica successiva all’insuccesso del grande balzo) le energie timotiche nella sua predicazione (1968-1969) della rivoluzione culturale basata sul contrasto di classe tra vecchi e giovani. In questo tentativo dell’ultimo Mao di uscire dalla marginalizzazione interna al partito sono visibili quei caratteri di mobilitazione timotica continua con cui sapientemente Sloterdijk ha definito il maoismo: una dottrina che, incapace di stabilizzarsi in virtù di una carenza cronica di principi regolatori che non facciano capo alla timotica, è costretta a trovare continuamente moventi che spingano all’ira, e nemici contro cui scagliarla.

[1] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 170-191
[2] Sloterdijk analizza anche il momento anarchico della stimolazione timotica del risentimento delle masse, che però, nella sua interpretazione rappresenta solo un momento destruens, mirato al puro scatenamento dell’ira e non ad un suo immagazzinamento programmatico.
[3] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 174
[4] Sempre nel 1918 Zinov’ev, braccio destro di Lenin, esprimeva la necessità di sterminare un decimo (10 milioni) della popolazione per agire efficacemente con il resto. Il discorso in cui espresse l’idea appena riportata sembra venne accolto da uno scrosciare di applausi (cfr. P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 177)
[5] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 189-190
[6] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 200-211
[7] P. Sloterdijk, Ira e tempo, op. cit., pag. 206

Bataille prima di Sloterdijk

25 novembre 2008

Il saggio di Bataille La nozione di dépense presenta già in nuce gli argomenti che l’autore svilupperà nel testo La parte maledetta. Il nucleo dell’argomentazione bataillana è perfettamente espresso già nel titolo del paragrafo introduttivo del saggio: Insufficienza del principio classico dell’utilità.
L’utilità a cui fa riferimento Bataille è quella economica (tutto il saggio ha come argomento l’economia). La tesi è la seguente: il principio classico di utilità, ossia quello di produttività, non basta a spiegare il funzionamento dell’economia reale, se non attraverso una fictio che non tiene conto di una parte importantissima dell’economia reale: quella che appunto è la parte maledetta: “L’attività umana non è interamente riducibile a processi di produzione e di conservazione, e il consumo dev’essere diviso in due parti distinte. La prima, riducibile, è rappresentata dall’uso del minimo necessario, agli individui di una data società, per  la conservazione della vita e per la continuazione dell’attività produttiva: si tratta dunque della condizione fondamentale di quest’ultima. La seconda parte è rappresentata dalle spese cosiddette improduttive: il lusso, i lutti, le guerre, i culti, le costruzioni di monumenti suntuari, i giochi, gli spettacoli, le arti, l’attività sessuale perversa (cioè deviata dalla finalità genitale) rappresentano altrettante attività che, almeno nelle condizioni primitive, hanno il loro fine in se stesse.”[1]  

George Bataille

George Bataille

Vi è dunque una parte, anzi, La parte, dell’economia e della produzione, che viene, sprecata, distrutta, destinata all’In-produzione, all’In-produttivo. La parte maledetta. La parte del dispendio. Il limite dell’utile (titolo di un altro testo, o meglio degli appunti preparatori a La parte maledetta poi pubblicati separatamente, di Bataille su questo argomento). La dépense.
Bataille riconduce la nascita stessa dell’economia alla dépense, seguendo le analisi di M. Mauss sul dono: non sarebbe stato il baratto la forma arcaica dello scambio, ma il potlàc: il dono spropositato di ricchezze fatto al fine di obbligare, umiliare, sottomettere il donatario al prestigio di colui che dona. O addirittura la distruzione spettacolare delle suddette ricchezze, effettuata per gli stessi fini.
Ad un potlàc doveva necessariamente far seguito un altro potlàc, di grandezza uguale o maggiore.
Nasce così, coestensivamente all’economia, il prestito ad usura, che, ci dice, Bataille, assomiglia molto al sistema di prestiti bancari proprio delle società attuali: nelle società del potlàc assommando tutti gli averi effettivi di coloro che si facevano prestare beni al fine di rispondere al dono obbligante non si sarebbe mai avuto il reale importo dei beni imprestati, ma sempre di meno. Esattamente come accade nel moderno sistema bancario: assommando i beni dei beneficiari dei prestiti non si avrà mai una somma pari al prestito erogato.
Operare una considerazione retrospettiva sulle cause della moderna crisi economica alla luce di queste, ma soprattutto delle successive considerazioni, è un compito interessante, che lascio a ciascuno.
Dunque alla base dell’economia cosa c’è secondo Bataille? Un problema, una questione di riconoscimento, di orgoglio: di thymós potremmo dire, in una parola.
È per essere riconosciuti [2], per affermare il proprio rango sociale, per umiliare l’avversario, per ricoprirsi di gloria che si distruggono, con spettacolari ecatombi di bestiame e schiavi, con distruzioni apparentemente assurde di beni accumulati in lunghi periodi di tempo, i frutti dell’accumulazione economica, la parte più rilevante di essi. 
È la proprietà positiva della perdita, come la chiama Bataille: il fatto che la parte delle passioni, la parte più importante dell’animo umano, non sia, non possa essere, soddisfatta dal mero consumo e accumulazione dei beni prodotti. Entrano in gioco altri valori, valori propri del thymós, della parte dell’animo che non risponde alle leggi dell’economia di produzione. Non a caso Bataille riporta come sia la gloria, disposizione emotiva timotica per eccellenza, un validissimo esempio di sentimento collegato alla parte dell’animo che sottostà alle leggi della dépense. Non si pensi che le argomentazioni bataillane siano valide solo per quel lontano mondo arcaico in cui valevano le leggi (che per noi sembrano assurde al limite del ridicolo) del potlàc.
La dépense vive, ed è costantemente presente anche (e forse soprattutto) nel mondo di oggi.
Le parole di Bataille meritano di essere riportate per la loro incisività: “Intorno alle banche moderne, come intorno agli alberi totemici dei kwakiutl, il medesimo desiderio di offuscare gli altri anima gli individui e li trascina in un sistema di piccole parate che li acceca reciprocamente, come se fossero davanti ad una luce troppo forte. A qualche passo dalla banca, gioielli, abiti, macchine attendono nelle vetrine il giorno in cui serviranno a costituire l’accresciuto splendore di un sinistro industriale e della sua vecchia consorte, ancor più sinistra. A un grado inferiore, pendole dorate, credenze per sale da pranzo, fiori artificiali, rendono servizi egualmente inconfessabili a coppie di droghieri. L’invidia da essere umano a essere umano si libera come tra i selvaggi, con equivalente brutalità: solo la generosità, la nobiltà sono scomparse e, con loro, la contropartita spettacolare che i ricchi ricambiavano ai miserabili.”[3]   La virtù che dona (per usare una bella espressione di Nietzsche) è quella che è venuta a mancare: la dépense antica si esplicava nelle feste, nei banchetti pubblici, fino alle opere straordinarie dell’evergetismo greco-romano: strade, monumenti, opere pubbliche erano finanziati dai ricchi, dai nobili, dai potenti, solo per accrescere il proprio onore, la propria gloria; solo per appagare il proprio desiderio di riconoscimento. Ancora oggi percorriamo quella Via Appia che il patrizio romano Appio Claudio Cieco finanziò col patrimonio della sua gens, la gens Claudia.
Oggi la dépense  si esaurisce nell’accumulazione di beni, nella loro esposizione o anche nella loro mera conservazione: macchine di lusso, gioielli, oggetti innominabili  per mutuare l’espressione bataillana. Lo spirito della dépense della nostra epoca credo possa essere ben rappresentato dai programmi televisivi in cui celebrità del mondo dello spettacolo mostrano le proprie gigantesche case, con i propri mostruosi parchi macchine a compiaciute telecamere e ad ancor più compiaciuti spettatori, appagati dalla mera automanifestazione dell’altrui thymós, in cui proiettano il proprio.
La parte maledetta diviene ancora di più tale, oscura, maledetta sempre più, perché autoreferenziale.
Il petroliere interpretato magistralmente dal premio oscar Daniel Day Lewis in There will be blood potrebbe essere preso come uno dei campioni della dépense timotica più oscura, in cui è sparita ogni traccia di apertura verso l’altro, verso la societas: protocapitalista creatosi da solo, alla sua brama assoluta di affermazione sacrifica tutto: il figlio, l’amicizia, la famiglia, l’amore, l’onore, Dio. La frase che forse incarna meglio il suo thymós ipertrofico lanciato verso  l’inferno dell’egoità autoreferenziale è la seguente: “Io non voglio che altri riescano. Odio la maggior parte della gente. Guardo le persone e non ci trovo niente da attraente. Io vedo il peggio nelle persone. La mia barriera di odio si è alzata, lenta negli anni.” Bataille, prima di Sloterdijk, ed in ciò riconosciuto dal filosofo di Karlsruhe, è stato uno dei primi a dare il giusto valore alle passioni-contro, alla timotica, in campo pubblico, economico-politico per la precisione.
Abbiamo visto nelle lezioni precedenti come attraverso una sapiente gestione dei potenziali timotici degli ultimi, degli umiliati e offesi prima dell’impero, poi dell’intero globo, il cristianesimo abbia fondato un impero politico mondano. Sloterdijk parla appunto del cristianesimo come prima grande banca dell’ira: si gestisce il mondano differendo i potenziali d’odio e di risentimento e rimandandoli al giorno finale, al dies irae, al giorno dell’ira, in cui Dio punirà tutti i colpevoli. E una delle somme beatitudini, sarà, secondo Origene, padre della chiesa, guardare dal paradiso i malvagi che si contorcono nelle fiamme dell’inferno. A Bataille dobbiamo una folgorante descrizione del cristianesimo negli stessi termini: “Esso [Il cristianesimo] si lega strettamente alla disperazione terrestre, non essendo a sua volta altro che un epifenomeno dell’odio che divide gli uomini (…) Il senso del cristianesimo si dà nello sviluppo delle conseguenze deliranti della dépense di classe, in un’orgia menatale agonistica praticata a scapito della lotta reale.”[1]
Abbiamo visto come le passioni-contro, i sentimenti timotici, siano un patrimonio fondamentale da saper gestire ed amministrare, particolarmente nelle modalità del differimento, se si vuole mantenere un solido impianto terreno. E paradossalmente è stato proprio il cristianesimo, che per definizione è rappresentante di un regno che non è di questo mondo, ad avercelo mostrato.
Solo da un ben organizzato impianto di accumulazione e differimento dell’ira possono essere gettate le basi per un controllo politico di masse svuotate dei loro potenziale distruttivi.  L’ordine regna solo dove il thymós è impegnato in attività regolamentate da un fine immanente. Altrimenti all’ordine ed alla regolamentazione statale si sostituisce la rivoluzione, la resistenza, il dissidio, l’ira delle masse.
Non a caso Sloterdijk ricorda che il concetto di resistenza è l’unica alternativa che rimane, fin dall’epoca dei Maccabei, agli sconfitti ed agli oppressi per vivere nel reale, fatto salvo il sottomettersi agli impianti di gestione del thymós o a quelli di oppressione.
[1] G. Bataille, La parte maledetta., op. cit., pag. 44
[2] Il riconoscimento è una tematica cara a Bataille, che l’aveva appresa dal suo più importante referente filosofico (nonché amico e maestro): Alexandre Kojève, che aveva fatto proprio del desiderio di riconoscimento la chiave di lettura della Fenomenologia dello spirito di Hegel, come si è visto nelle precedenti lezioni. [3] G. Bataille, La parte maledetta, op. cit., pag. 52-53
[4] G. Bataille, La parte maledetta, op. cit., pag. 57

Pane e dépense [Antonio Lucci]

24 novembre 2008

Prima della trattazione dell’argomento che ci interessa, ossia il valore economico-politico dell’ira, un breve richiamo ai temi che ci serviranno da strumenti metodologici. E’ utile ricapitolare brevemente ciò che intende Sloterdijk per monetarizzazione dello psichico o per valore monetario delle energie psichiche:
“Ci si deve liberare del pregiudizio che le banche concludano esclusivamente affari monetari. In verità, la funzione della banca copre un ambito fenomenico molto più ampio (…) Dei processi analoghi a quelli bancari si presentano ovunque entità culturali e psicopolitiche – come conoscenze scientifiche, atti di fede, opere d’arte, moti politici di protesta e altro – si accumulino per passare, da un certo grado di accumulazione in poi, dalla forma di tesoro a quella di capitale. Se si ammette l’esistenza di una scienza bancaria non monetaria, appare perciò evidente l’osservazione che banche di un altro tipo, intese come punti politici di raccolta di affezioni, possono amministrare l’ira degli altri come le banche che si occupano di denaro amministrano quello dei loro clienti. (…) Tali banche si presentano di regola come partiti politici o movimenti, cioè sull’ala sinistra dello spettro politico”[1]. Davvero? Vedremo che quest’affermazione, in Italia, è ingiustificata.
Dunque alla base della timotica politica di Sloterdijk c’è l’economia. E viceversa.   Per il pensatore di Karlsruhe, l’economico non ha solo forma monetaria, ma anche forma psichica. E’ un punto importante su cui Sloterdijk giustamente insiste. Infatti la comprensione economica dei movimenti politico-sociali tende spesso a subordinare (come sovra-strutturali) i motivi psichici dell’agire delle masse. Eppure questi stessi movimenti psichici hanno un fondamento economico, seppur non-monetario. Vi sono istituti che, pur non essendo banche, agiscono da collettori, come se fossero banche. Ed esistono contribuenti che, invece di versare liquidità monetaria, investono le proprie energie psichiche in un progetto.
Si può parlare di genealogia timotica dell’economico per definire questo allargamento del pensiero e delle categorie dell’economia ai processi di psicologia storica. Il tutto entro la cornice dell’interesse per quel determinato tipo di passioni che abbiamo raggruppato sotto il nome-collettore di ira, di thymós. Tale acquisizione teorica è molto rilevante nell’economia dell’argomentare di Sloterdijk. Si potrebbe addirittura valutarla il punto più importante del testo che stiamo analizzando. Il carattere monetario e monetarizzabile dello psichico è un fattore fondamentale per comprendere i processi politici. Solo unendo analisi di economia propriamente monetaria e di economia psichica si può raggiungere una piena comprensione dei processi di sviluppo delle società e degli agglomerati umani in genere. L’antico detto panem et circenses ha anche questa possibile lettura: il fattore materiale, il pane, ciò che è un valore fisico, monetario, non basta a soddisfare le masse. Ad esso va aggiunto il circus, la pratica inafferrabile di svago che dà un godimento effimero, estemporaneo, e che però è necessaria per appagare una parte dell’uomo altrettanto importante del corpo, che va alimentato col pane. Lo psichico ha una struttura economica almeno quanto il corporeo. Ed è qui che si inserisce la trattazione della nozione bataillana di dépense, proprio nel punto d’intersezione tra economia materiale ed economia psichica.

[1] P. Sloterdijk, Ira e tempo, Meltemi, Roma 2007, pag. 162

Deus irae [Antonio Lucci]

24 novembre 2008

“Il Dio della Vita era il dio malvagio. Di fatto l’unico Dio. E la Terra, questo mondo, era l’unico regno. E loro, tutti loro, costituivano i suoi servi, in quanto da più di duemila anni rispondevano ininterrottamente ai suoi comandamenti. E la sua ricompensa era stata adeguata alla sua natura e ai suoi comandamenti: era stata l’Ira. La Collera. (…) Il nemico ultimo che Paolo aveva riconosciuto – la morte – alla fine aveva vinto; Paolo si era sacrificato per niente”[1].

Philip Dick

Philip Dick

E’ un brano di Deus Irae, romanzo di Philip Dick in cui, come spesso accade per i lavori del grande scrittore di science fiction americano, una grande idea viene poi a perdersi nella sovrabbondanza di contenuti. Quel che mi interessa notare qui è l’argomento principale che struttura il romanzo. Nel libro di Dick il mondo è finito. Un’arma nucleare lanciata nell’atmosfera ha annientato con la sua deflagrazione tre quarti del genere umano, contaminando irreparabilmente ciò che è rimasto in vita. I governi, le istituzioni, la società come la conosciamo insomma, si disintegrarono progressivamente, insieme alle comunicazioni e alla tecnologia. Le uniche cose che rimasero furono due chiese, due sette, due agglomerati religiosi: una ridimensionata chiesa cristiana, tornata quasi alla clandestinità delle origini, e la chiesa dell’Ira.   Questa adorava il Dio dell’Ira, l’unico vero dio, e la sua incarnazione terrena, l’uomo che pose fine al mondo premendo il tasto che fece esplodere l’ordigno nucleare: Carleton Lufteufel (Luft in tedesco significa aria, Teufel diavolo).
Il mondo è il luogo della Collera e il genere umano è nelle mani iraconde di un Dio che la spazzerà inevitabilmente via, prima o poi. Bisogna solo attenderlo, con timore e tremore.
Le ossessioni apocalittiche di Dick qui riprendono in modo interessante il discorso di Sloterdijk sul cristianesimo, ed ancora di più sul valore aggregativo, costitutivo di gruppi umani, sferopoietico [2] dell’ira (per usare un termine sloterdijkiano).
In questo contributo desidero riprendere, in relazione alle analisi di Sloterdijk in Ira e tempo, il discorso sulla monetarizzazione dello psichico e sulla sua facoltà di essere inserito nel motore degli apparati politici come combustibile ideologico in grado di strutturare una duratura visione progettuale del mondo.
Per fare ciò ritengo sia utile un confronto con le tematiche che uno dei grandi della letteratura (e a suo modo della filosofia) del ‘900, George Bataille, ha affrontato nel suo testo forse più rilevante, per quanto riguarda gli argomenti di cui ci stiamo occupando: La parte maledetta [3]

[1] P. K. Dick, R. Zelazny, Deus Irae, Fanucci, Roma 2001, pag. 43.
[2] La facoltà di creare sfere (sferopoiesi, appunto) è la facoltà antropogena per eccellenza, secondo Sloterdijk. In ambito di agglomerati sociali Sloterdijk parla di macrosfere: gruppi dotati di regole interne, di una costituzione, in grado di creare un effetto di climatizzazione autogeno, sia a livello tecnico che di routine sociale e culturale, e dunque in grado di strutturare proficuamente la vita umana, cercando di sottrarla all’imponderabilità esterna della natura e del caso.
[3] G. Bataille, La parte maledetta. Preceduto da La nozione di dépense. Bollati Boringhieri, Torino 2003.

Falò d’ira o incendi rivoluzionari?

24 novembre 2008

grillo_tutti-a-casaUn personaggio pubblico come Beppe Grillo assume per un verso il ruolo di sportello di una nuova banca dell’ira, i cui correntisti ideali sono gli insoddisfatti, i disillusi da sempre, i più-oltre. Coloro che magari già da tempo non votano. Ma quando dichiara che il suo movimento è contro la politica, entra nel gioco politico, ndo anche partito: Norberto Bobbio avvertiva che chi dice di non essere né di destra né di sinistra, è di destra.
Denunciare va bene; attaccare anche aspramente le posizioni politiche degli altri è naturale. Evocare però castelli di rabbia, temporali d’ira dalle piazze per poi disperderli, bruciandoli nell’invettiva catartica, è un’operazione – come si diceva un tempo – oggettivamente conservatrice, nel senso che favorisce senz’altro lo status quo, non capitalizzando e non facendo fruttare psicopoliticamente l’energia timotica dei delusi e degli irati. Esponendosi a critiche simili a quelle che i comunisti muovevano un tempo agli anarchici.
Personaggi politici come Giannini dell’Uomo Qualunque eo Beppe Grillo si pongono quindi come diretti avversari delle banche dell’ira, scegliendo un’ottica radicalmente antipartitica ed anti-economica: la protesta urlata, “de core”, funziona benissimo da valvola di sfogo del potere, viene vissuta dal Centro come un salutare allentarsi della tensione d’assedio. Cento Grilli bastano a disfare il lavoro di mille cicale della rivoluzione e del riformismo progressista.
Peraltro, la società dei due terzi è solleticata quotidianamente dalla televisione, specie dalle reti Mediaset, con programmi flamer come Striscia la notizia o Le jene. Che denunciano, spesso sulla base di fatti, storture e privilegi; ma una cui funzione non secondaria è proprio il tener alto il livello d’ira, il furore contro. Va da sé che l’intero palinsesto accompagna queste punte timotiche: titoli e servizi del TG2 e del TG4 sono spesso più efficaci di un’invettiva dello Sgarbi di turno.
La risposta sembrerebbe affidata a trasmissioni come Annozero, Ballarò o Report. Che mobilitano altrettanta rabbia sul fronte opposto, anzi: che a volte, ed in misura e con qualità diversa, riescono anche ad approfondire le ragioni del disamore nei confronti della malapolitica e della cattiva amministrazione, senza fare di ogni erba un fascio. Ma alle quali manca il più delle volte poi una sponda, un referente politico capace di far fruttare la denuncia dando una risposta progressista; mentre sul versante conservatore sono attivi collettori efficaci quanto il Partito delle Libertà e la Lega, capacissimi di introiettare dagli spettacoli televisivi queste passioni-contro e di tenerle vive.

Stessa mimica di Grillo, diversa capacità politica

Stessa mimica di Grillo, diversa capacità politica

Nei palinsesti, esistono anzi ormai una serie di palestre dell’ira che allenano gli spettatori alla rabbia, all’eccesso, all’attacco urlato, cosicché poi scatti più facilmente il riflesso identificativo nel momento in cui è il commissario ad acta dell’ira a dare il là. Questi sparring partner delle passioni timotiche affollano i palinsesti RAI e Mediaset.   Ecco la funzione principale di trasmissioni come Uomini e donne e Amici della de Filippi (una razionale e sagace incubatrice delle tensioni interpersonali) e di “opinionisti” come Vittorio Sgarbi, Raffaello Tonon, Antonella Elia,  provocatori esperti, in grado di scatenare effimere risse televisive su temi di nessuna importanza – intuizione, questa delle risse televisive, rivendicata da Maurizio Costanzo.
Vedremo in seguito quanto abbia contato, nel caso americano, la consapevolezza e l’affidabilità di una strategia di comunicazione ben programmata in un programma politico come quello dei repubblicani nell’era post-reaganiana. La riflessione di George Lakoff sarà l’esempio prescelto per mostrare quali considerazioni si possano fare per contrastare un programma conservatore ben orchestrato.
Resta sullo sfondo, davvero altra, la levatura dei banchieri storici dell’ira capaci di ragionare con la freddezza di un Wladimir Uljanov Lenin dopo l’impiccagione del fratello Alexander, attentatore fallito dello Zar Alessandro III: consapevoli che chi riesce a rinunciare all’assassinio del principe, ottiene infatti un giorno, come supplemento al potere conquistato, la salma del principe.

Vendetta e rivoluzione

24 novembre 2008

Edmond Dantès, il Conte di Montecristo, è il prototipo letterarario del vendicatore; di chi è stato capace di tesaurizzare l’ira per poi dosarla nelle proprie azioni di rivincita per il danno subito. Ci dev’essere quindi a monte l’insulto patito, l’ingiustizia subita, affinché la vendetta assuma anche i connotati di un’azione non solo legittima, ma perfino eroica.  Il vendicatore come personaggio neo-eroico: non solo una tentazione, ma una tendenza del secolo. E se per il piccolo borghese – come l’Alberto Sordi nel film di Monicelli – ci sta anche che il singolo si “faccia giustizia” da solo risarcendosi delle proprie sofferenze, il neo-eroe diviene più popolare e difficile da scalzare se il vendicatore lava un affronto collettivo, se quindi viene a godere di un’investitura dei molti.
Ed è in questo caso che l’azione dell’eroe vendicatore può avanzare una pretesa d’intangibilità dovuta all’instaurarsi di uno stato d’eccezione permanente che consente all’attore (unilaterale e pre-istorico per eccellenza) il diritto all’autodifesa ed alla controffensiva. Se viene delegittimato l’ordine esistente, allora – avverte Sloterdijk – può divenire possibile non tanto e non solo il sartriano diritto a rivoltarsi (on a raison de se révolter) contro l’esistente, ma a vendicarsi su di esso [1].
Se l’ira dunque non scoppia, e viene trattenuta, il suo potenziale aumenta. Chi differisce la propria rabbia, acquista azioni allo sportello della vendetta. Che potrà spendere a tempo debito. L’ira – dice Sloterdijk – diviene momentum di un movimento nel futuro, materia prima dell’eccitazione storica. Il tempo esistenziale heideggeriano può concepirsi compiutamente come un essere-per-la-vendetta. Questa fondazione di un essere-per-lo-scopo sarebbe più forte di qualsiasi vaga meditazione sulla fine. E’ insomma dalla forma progettuale dell’ira che sorge la vendetta. E’ il sentimento di Achille che si organizza, come il pus in un ascesso, per divenire nel tempo forza agente, e prima ancora motivo di quella stessa forza, sua ragione. 
Ed è così che in un’epoca post-metafisica l’esserci vendicativo ottiene un significato metafisico residuale: grazie alla vendetta torna a realizzarsi l’utopia della vita motivata, proprio mentre i più sono inghiottiti invece dal senso del vuoto e dalla noia. Vivere per vendicarsi, al punto da surclassare quel vendicarsi per vivere che Edmond Dantès si era dato come scopo quando ancora strisciava nelle segrete del castello d’If.
La forma bancaria, evoluta dell’ira richiede dunque dai singoli sentimenti vendicativi il loro trattenersi, procrastinarsi in vista di una prospettiva superiore. Se le innumerevoli storie personali di vendetta vengono ad unirsi in una storia congiunta, allora si può costituire il serbatoio dal quale attingere per la Rivoluzione. Ed è a questo livello che si constata il passaggio dalla forma progettuale dell’ira alla sua forma storica;  l’affermazione introduttiva del Manifesto di Marx ed Engels, per cui “la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi” può essere integrata da un’altra affermazione: “ogni storia è storia della valorizzazione dell’ira”, afferma Sloterdijk
Ovvio quindi che non c’è nemico maggiore, per i banchieri dell’ira ed i loro funzionari, di quei piccoli possessori d’ira anarchici che la bruciano in roghi effimeri, in attentati velleitari, in forme di lotta individualistiche: “la collera del distruttore di cabine e dell’incendiario si consuma nella propria espressione – e che spesso si rigeneri per le dure reazioni della polizia e della giustizia non toglie nulla alla sua cecità. Si limita al tentativo di fracassare la nebbia con un bastone” [2]. Per gli artigiani dell’ira non c’è futuro, non c’è Storia: “il piccolo artigianato dell’ira è condannato ad esaurirsi in passivo in risultati abborracciati. Finché il patrimonio locale delle passioni ribelli non viene riunito in ampi e operanti centri di raccolta e coordinato da una regìa visionaria, tali passioni continueranno a consumarsi nel loro espressivo rumore” [3]. In altri termini, l’economia dell’ira oltrepassa la soglia critica quando dal suo accumulo e dispendio locali trasla ad investimento sistemico. Questa è la fase fondativa del moto rivoluzionario, la fase in cui i risentimenti personali rinunciano ad uno sfogo immediato o comunque singolare e vengono investititi in una banca centrale i cui investimenti sono pensati collettivamente. Il funzionario della banca dell’ira, il rivoluzionario di professione, non esprime le proprie tensioni, ma segue un piano che subordina gli individuali istinti di rivolta alla strategia d’impresa, di partito o di classe o, aggiungerei, di confessione. La capitalizzazione del risentimento va di pari passo con la ritenzione dell’odio. Il direttore di una banca dell’ira, se capace, attizza continuamente la ribellione e parallelamente seda i tentativi di rivolta individual-locali, spegne le micce corte per lasciare che si consumi fino al tempo debito la miccia lunga. Volontarismo e dispendio precoce sono le malattie infantili della rivoluzione adolescente, da correggere senza indulgere a sentimentalismi. Ogni spreco anarchico del deposito d’ira va evitato, e chi brucia in falò di piazza la rabbia di molti, non può che essere considerato un nemico.

[1] PS, IeT, pag. 68.
[2] PS, IeT, pag. 78.
[3] ibidem

Temi per approfondimenti e tesine

20 novembre 2008


Analisi del De Ira di Seneca
Ira e mancato riconoscimento nell’Iliade
L’ira di Dio nell’Antico Testamento
Il Dies irae e la storia della musica
“Forza e onore”: dal Gladiatore alle curve
Derrida su Fukuyama e Sloterdijk su Derrida
Banche dell’ira e politica italiana
Fondamenta timotiche dell’ira leghista
Vendetta e giustizia
L’ira nell’Antico Testamento
L’ira e l’Islàm
Agostino e Tommaso sulle passioni di Dio

 

 

Vendette

18 novembre 2008

L’imporsi della vendetta e la sua rivalutazione, post-illuministici, hanno segnato la fine di quell’ecosistema della rassegnazione sul quale hanno prosperato le classi al potere per un millennio e mezzo abbondante. Prima, chi sentiva di aver subito un torto veniva il più delle volte incoraggiato a rassegnarsi alla sua ineluttabilità ed a versare tutt’al più il proprio risentimento nei capaci sportelli delle banche religiose dell’ira che gli avrebbero assicurato un risarcimento sia pure in futuro, appunto nel Dies irae, nel giorno del giudizio, giudizio non a caso consacrato all’ira. Si trattava solo di attendere e la giustizia sarebbe stata ripristinata, anche se non su questa terra ma in quello strano altrove, l’Aldilà, in quella grandezza eterotopica che non appartiene né all’in qualche luogo, né all’in nessun luogo e che tuttavia per il credente resisteva, e resiste, alla semplificazione banale del “da nessuna parte”[1].
Un correlato strettissimo della mancata vendetta è il perdono. Piuttosto che vendicarti, perdona: per secoli il clero cristiano ha contribuito all’omeostasi della rassegnazione attraverso questo caldo invito. Tuttavia, anche il discorso sul perdono è oltremodo complesso, e non è possibile certo affrontare qui la questione della possibilità di una sua etica.
Tornando alla vendetta, naturalmente anche l’Antichità la conosceva. La forza tremenda del sentimento di rivalsa era però connotata negativamente, come tutte le passioni al loro acme, al punto che le dee della vendetta, le Erinni, col tempo sono state educate ad assolvere al loro obbligo a risarcire colpendo solo nel campo dell’oikos, e ad assumere il carattere della giustizia avveduta, propria delle Eumenidi, loro nuovo nome, le benevolenti. Nome che conservano tuttora, in questa post-storia nella quale l’agente è stato scacciato dal Paradiso e all’etica dell’azione si sta sostituendo l’etica della retroazione. Molto più adatte, allora, delle forze benevolenti, eumenidi appunto, pronte a “ricondurre tirandoli per i capelli gli effetti alle loro cause; immerse nei calcoli, pallide di fronte alle analisi dei costi, sperdute in prospetti multifunzionali, sprofondate negli abissali contrari di karma e statistica, impegnate a bilanciare i danni provocati e a pronosticare ulteriori perdite nel caso che le cose continuino ad andare come sono cominciate”[2]. Delle Erinni pettinate e che hanno frequentato un master alla Bocconi o magari un post-graduate alla Harvard Law School, pronte a fiancheggiare responsabilmente il nuovo ordine multilaterale.

La vendetta – dal Settecento in poi, volendo fare delle date – ha quindi scosso e rotto quell’ordine della rassegnazione prima imperante. Una galleria impressionante di vendicatori percorre la modernità, sia nella realtà che in quell’altra realtà che è l’arte. Se innumerevoli sono stati i singoli che si sono presi la briga di lavare i torti e le ingiustizie, Sloterdjk ricorda però che soltanto nel Novecento uno Stato ha scelto di avocare a sé un’azione vendicativo-romantica. E’ accaduto dopo l’attacco del commando palestinese di Settembre Nero durante le Olimpiadi di Monaco nel 1972, quando il Primo Ministro israeliano, Golda Meir, incaricò il Mossad di individuare e uccidere tutti i componenti del commando. L’operazione fu denominata “Ira di Dio”, invadendo il campo – come vedremo presto – del vindice per eccellenza, Dio appunto.

Eumenidi

Eumenidi

 Ma non a caso, poiché il Governo israeliano intendeva arrogarsi quella punizione divina che popolarmente molti gradirebbero venisse appunto trasferita dal titolare del Giudizio Universale a noi uomini, o ai nostri Governi rappresentanti. Vero è che c’è chi si sente autorizzato ad agire per delega, saltando – diciamo così – alcuni passaggi nella catena delle responsabilità, colpendo in nome e per conto del suo Dio. E’ stato così per gli anarchici di fine Ottocento e primo Novecento, le cui azioni tendevano (o almeno, miravano)  ad essere interpretate dal popolo come segni entusiasmanti della vendetta contro gli oppressori. E’ in parte così per alcuni dei movimenti estremistici islamisti che giudicano il terrore strumento adeguato per vendicarsi del torto di chi ha tradito Dio, non convertendosi. Non a caso al Qaeda ha subito chiesto alla nuova amministrazione di Obama di convertirsi, unico modo per sottrarsi alla Jihad.

E’ del tutto evidente allora che chi è impiegato in una di queste banche dell’ira ha da tempo affogato quel furor che – con Seneca – legava ira e tempo nell’attimo, nello scoppio, nel divampare della rabbia. Lo avevamo visto già in Achille, la cui ira si trasforma presto in risentimento e rancore, irrigidendolo nella non-azione, prima che l’ansia di vendetta non lo farà tornare ad incontrare il suo destino davanti alle Porte Scee. L’ira dunque può bloccare, cristallizzare nell’inazione, mentre la vendetta – anche se coltivata a lungo nel cuore, come in Odisseo – è lei la forza agente, il vettore che trascina fuori di sé e che spinge il rivoluzionario-funzionario della banca dell’ira a dare espressivo rumore ai propri sentimenti timotici repressi.

Castello d'If, prigione del Conte di Montecristo

Castello d'If

Tra le mille trasposizioni letterarie e cinematografiche della vendetta, Sloterdijk ne sceglie due: Il Conte di Montecristo, di Alexandre Dumas, tra i romanzi e C’era una volta il west, di Sergio Leone, tra i film. Edmond Dantès è il prototipo del vendicatore, di chi si fa giustizia da sé, travolgendo con la propria ira pianificata i suoi nemici, ira resa efficace grazie alla sua accurata procrastinazione che infine schiaccia i suoi antichi persecutori. Un’ira che si mantiene, anzi: che cresce e si sostanzia nel tempo, e che al dunque diviene maglio infallibile.
Armonica (Charles Bronson)

Armonica (Charles Bronson)

Armonica (Charles Bronson)

vota anch’egli la propria vita ad una nemesi privata, per vendicarsi dell’Ingiusto, Frank (Henri Fonda)

Frank (Henry Fonda)

Frank (Henry Fonda)

che gli aveva messo sulle spalle il fratello col cappio al collo, fino al non poter più sostenerlo e colpevolizzandolo così per l’assassinio del fratello maggiore. Ma gli esempi sono innumerevoli: Sloterdijk ne cita di cinematografici, come Black Mamba (Uma Thurman), la protagonista di Kill Bill, e ovviamente John Rambo, oltre a Ben Hur. Tutti giustizieri per cause patentemente giuste e ultra-private. Ma la tentazione giustizialista alligna soprattutto tra le singolarità: dal piccolo borghese interpretato dal Sordi al quale hanno ucciso il figlio in una rapina, al Michael Douglas di Falling down (Un giorno di ordinaria follia), fino alla schiera di machos tutti di un pezzo (tra i quali il Governatore Schwarzenegger e il secondo Clint Eastwood) pronti a vendicarsi per  torti subiti in prima persona, o dai loro cari.
“E’ capitato anche a persone civili di tirare contro un muro un libro che odiano. Ma per chi non riesce a frenarsi, c’è solo un piccolo passo da lì all’atto di caricare una pistola. Oppure, forse loro odiano sinceramente quello che uno è, il mondo in cui lo percepiscono… come sappiamo dai moventi dei terroristi delle Torre Gemelle. C’è un bel po’ di rabbia là fuori.
LEI  Sì, c’è rabbia, una rabbia pazzesca e senza pari.
LUI  E questa rabbia la sta facendo morire di paura”.
Questo breve dialogo è tratto dal penultimo romanzo di Philip Roth, Il fantasma esce di scena (Exit Ghost) [3]. C’è un bel po’ di rabbia lì fuori. Ed il percepire la rabbia spaventa. La rabbia degli altri è specchio della nostra, ed entrambe producono paura. La tentazione oscilla allora tra il vendicarsi direttamente, oppure demandare la vendetta al risentimento, sentimento reazionario, a suo modo altamente produttivo, diretto contro tutto ciò che si autopone e che in ultimo conduce al nihilismo. Vedremo presto quanto frutti il rancore in termini politici, se bene investito.

 


[1] Peter Sloterdijk (2007), Il furore di Dio. Sul conflitto dei tre monoteismi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, pag. 14. Da ora, citato come PS, FdD.
[2] Peter Sloterdijk (2005), Il mondo dentro il capitale, Meltemi Editore, Roma 2006, pag. 243.
[3] Philip Roth (2007), Il fantasma esce di scena, Einaudi, Torino 2008, pag. 107.

mè mnesikakein

18 novembre 2008

Le vicende successive alla vicenda dei 30 Tiranni, nell’Atene del 403 avanti Cristo segnano un discrimine ed un precedente nel rapporto tra democrazia e giustizia. Abbattuta la sanguinosa oligarchia dei Trenta, il partito democratico vincitore prestò un giuramento in cui si impegnava a “deporre il risentimento” (mè mnesikakein, letteralmente “non ricordare i mali”) nei confronti dei suoi avversari sconfitti. I democratici riconoscevano che vi era stata una stasis, una guerra civile e che s’imponeva adesso un momento di non-memoria, e di conseguente amnistia per riconciliare la città. Malgrado l’opposizione dell’ala democratica radicale che, come Lisia, esigeva la punizione dei Trenta, il giuramento passò. Gli Ateniesi quindi sospesero i loro “cattivi ricordi”, senza con ciò dimenticare l’accaduto, ma lasciando cadere il risentimento. L’amnistia sanciva la necessità, per i cittadini democratici duramente provati dalla tirannide dei Trenta, di non vendicarsi del male subito e, di conseguenza, di perdonare ai nemici le colpe commesse, in nome di un superiore ideale di concordia civica, ritenuto di primario interesse per la città: all’opposto, si riteneva che dare corso alla vendetta avrebbe scatenato una spirale di violenze e di contese giudiziarie difficilmente arginabile.

Atene, Teseion

Atene, Teseion

Studi recenti su Trasibulo – l’artefice della liberazione democratica di Atene dalla tirannide dei Trenta – e sull’ispirazione della sua prassi politica, hanno messo in luce caratteri originali ed innovativi del suo agire politico. L’accento cade in particolare sulla sua valorizzazione del perdono reciproco come strumento di ricomposizione sociale e politica della comunità civica, dopo le gravi fratture determinate dalla crisi costituzionale e dalla guerra civile. Questa prassi supera la tradizionale etica della vendetta a vantaggio di un approccio nuovo al problema della ricomposizione dei contrasti politici più gravi, sostanziandosi di ideali non solo politici, ma anche religiosi.
Sostanzialmente, l’amnistia fu osservata, ma vi furono diversi tentativi di violazione e di aggiramento (come ci testimoniano Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi 40, 2 ed Isocrate XVIII, 2). Particolarmente duro e contrario a possibili “colpi di spugna” fu l’atteggiamento di Lisia nei confronti dell’applicazione indiscriminata dell’amnistia del 403, criticando le modalità di applicazione delle convenzioni e le clausole che regolavano il diritto di godere della protezione amnistiale. Pur convinto del valore dell’amnistia, Lisia oppone al tema dell’oblio dei mali subiti la convinzione che serva conservare invece la memoria, e che questa imponga non tanto la vendetta, quanto la giustizia. Lisia valuta appieno i rischi connessi con un’applicazione troppo generosa dell’amnistia, non proponendo mai tuttavia una contestazione di principio dell’amnistia stessa, difesa in quanto strumento di recupero della convivenza democratica. Secondo Lisia, compito dei democratici era applicare le convenzioni d’amnistia, con la massima sensibilità, ai singoli casi, assicurando il perdono solo a chi ne avesse davvero diritto, vale a dire a quanti non si erano piegati a collaborare fattivamente con il regime dei Trenta. Lisia, diremmo oggi, voleva evitare generalizzazioni “garantiste” che si risolvessero in una eccessiva generosità verso chi aveva condiviso responsabilità di governo e si era reso complice di reati contro i concittadini.

In sostanza, “l’atteggiamento del mondo politico ateniese di fronte all’amnistia appare dunque tutt’altro che unanime. Alla rivendicazione della necessità dell’oblio per poter procedere, attraverso il perdono, alla riconciliazione nazionale, si contrappone quella della necessità della memoria, presupposto della vendetta (se pure per via rigorosamente giudiziaria) e della riaffermazione della giustizia, senza la quale non appare possibile una vera ricomposizione delle fratture civiche. Entrambe queste prospettive, di carattere politico, non possono essere scisse da questioni religiose. L’oblio voluto da Trasibulo sembra trovare il suo fondamento etico nelle suggestioni religiose promananti dalla pietà eleusina; la memoria richiesta insistentemente da Lisia rimanda invece all’etica tradizionale legata alla religione olimpica”[1].

Nelson Mandela

Nelson Mandela

La formula greca di riconciliazione del mè mnesikakein, nata nella democrazia ateniese di fine V secolo, è stata richiamata periodicamente dagli eventi più drammatici del Novecento: per esempio, dalla memoria dell’Olocausto; dall’amnistia promossa da Togliatti per i fascisti nell’Italia repubblicana del dopo-guerra e dall’attività della Truth and Reconciliation Commission (TRC) nel Sud Africa del presidente Mandela. In forme diverse tra loro, si è ripresentata la stessa domanda della vicenda ateniese sulla validità delle soluzioni proposte, riproponendo in tutta la sua complessità la dialettica fra memoria, perdono ed oblio. 

La questione si fa ancor più tesa e ardente se rapportata alla realtà italiana e all’oggi.  Giorgio Agamben è tra chi ha propugnato una posizione “alla Trasibulo” nei confronti dei protagonisti degli “anni di piombo”.

via Fani

via Fani

Undici anni fa Agamben scriveva su “il manifesto”: “Non sorprende, allora, che la nostra classe politica non possa pensare l’amnistia, non possa deporre i propri “cattivi ricordi”. Essa è condannata al risentimento, perché in Italia l’eccezione è veramente divenuta la regola e paese “normale” e paese eccezionale, storia passata e realtà presente sono diventati indiscernibili. Di conseguenza, ciò che dovrebbe essere oggetto di memoria e di indagine storica, viene trattato come un problema politico presente (autorizzando il mantenimento delle leggi speciali e della cultura dell’emergenza) e ciò che dovrebbe essere oggetto di una decisione politica (l’amnistia) viene invece trattato come un problema di memoria storica. L’incapacità di pensare che sembra oggi affliggere la classe politica italiana e, con essa, l’intero paese, dipende anche da questa maligna congiunzione di una cattiva dimenticanza e di una cattiva memoria, per cui si cerca di dimenticare quando si dovrebbe ricordare e si è costretti a ricordare quando si dovrebbe saper dimenticare. In ogni caso, amnistia e abrogazione delle leggi speciali sono le due facce di un’unica realtà e non potranno essere pensate se non insieme. Ma per questo sarà necessario che gli italiani riapprendano il buon uso della memoria e dell’oblio”.
Personalmente, ritengo che l’Italia viva sì uno stato di eccezione, ma non a causa delle leggi speciali promulgate negli anni del terrorismo. Non credo opportuno tuttavia invocarlo per amnistiare i protagonisti delle azioni dei gruppi di fuoco che negli anni Settanta e Ottanta del Novecento hanno contribuito come prima causa all’arretramento della nostra democrazia. Evidentemente, si tratta di un punto delicato e controverso, sul quale ogni coscienza civile è chiamata a farsi un’opinione ed a confrontarsi con quella degli altri. La dialettica tra memoria, risentimento ed oblio è ancora una pietra di scandalo.


[1] Cinzia Bearzot, Memoria e oblio, vendetta e perdono nell’Atene del 403 a.C. http://rivista.ssef.it/site.php?page=20060421101704843&edition=2006-04-01