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Linguaggio, narrazioni e politica

12 dicembre 2008

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Il modo di pensare ed il linguaggio dei conservatori, negli ultimi trent’anni, si sarebbe largamente imposto tra i media americani. Al punto che il  democratico  Barack Obama ha dovuto denunciare e scontare inizialmente un deficit di empatia,  una mancanza di attenzione. Prestare attenzione non significa soltanto provare empatia, ma assumere responsabilità, agire con forza e con coraggio. Per prestare attenzione, occorrono le forze per farlo e ancor più per farlo con successo. Nello schema lakoffiano, empatia e responsabilità sono al cuore del pensiero progressista. E, potenzialmente, insediate nei circuiti cerebrali di ogni americano. Per il politico progressista, si tratta dunque di risvegliare e di richiamare questi valori, senza cadere nei trabocchetti dei media conservatori: questo è quel che è riuscito, dopo tanti anni di predominio repubblicano, al democratico Obama.
Una trappola classica per il politico progressista  sarebbe consistita nell’accettare di parlare degli interessi dei propri elettori, invece che parlare con loro in termini empatici e responsabili. Quel che si doveva evitare era questo ragionamento: è nel nostro interesse politico aiutare la gente a raggiungere i propri interessi materiali. Se lo faremo, ci voteranno. Di qui programmi come tasse ridotte per la piccola borghesia, affitti calmierati per gli studenti fuori-sede, buoni-casa per i senzatetto, carta verde per gli immigrati clandestini, pensioni migliori per il pubblico impiego, assistenza sanitaria gratuita per i bambini poveri. Programmi che s’ispirano all’empatia, ma fondati sull’argomento dell’interesse dei gruppi, un argomento che – secondo Lakoff – non paga a sinistra. D’interesse economico, parla assai più convincentemente la destra.
Accade lo stesso nell’utilizzo del linguaggio: non è vincente adoperare un contesto linguistico conservatore per proporre valori progressisti. Se i conservatori parlano di “guerra al terrore”, un neoliberale potrebbe riprendere l’espressione  per contrastarla, accettando però così di fatto il contesto conservatore. Il “neoliberale” potrà anche argomentare contro la politica conservatrice, ma se permarrà all’interno del contesto, attiverà e rinforzerà quel contesto, invece che sfidarlo o cambiarlo.
porta-a-portaSecondo Lakoff, le prove a sostegno di questa tesi sono innumerevoli; tuttavia, la tesi non fa breccia tra i politici neoliberali [neppure a  politici progressisti che, magari partecipando a “Porta a Porta” o a “Mixer”, cadono nelle maglie della trappola nei confronti della quale Lakoff mette in guardia. Un politico di sinistra a “Porta a Porta” rischia di essere comunque funzionale al contesto conservatore]. Non avrà successo neppure esporre le crude cifre, sostenendo che i numeri parlano da soli: non è vero affatto, i numeri parlano all’interno di contesti e dicono cose diverse a secondo dei contesti diversi. Accentuare il lato negativo o quello positivo,per esempio, sposta la bilancia da una parte o dall’altra – come nel caso del famoso bicchiere. Un esempio è dato da un esperimento condotto da Kahneman.

Facciamo finta che vi dicano che siete seriamente malati e che occorre decidiate se sottoporvi ad un’operazione chirurgica: ne va della vostra vita. Nel caso A, vi dicono che avete il 10% di possibilità di morire nel corso dell’intervento. Nel caso B, vi dicono che avete il 90% di possibilità di sopravvivere all’intervento. Il caso A contestualizza la decisione in termini negativi. Il caso B, la contestualizza in termini positivi, di salvezza. Letteralmente, le percentuali in termini di probabilità sono identiche. Nell’esperimento,  molte più persone hanno scelto di sottoporsi all’intervento se si è posta loro la scelta in termini di salvezza, piuttosto che nel contesto negativo. Questo non è razionale dal punto di vista della razionalità economica classica, ma è quel che avviene.
Come contrastare questo imporsi dei contesti richiamati dai media e dalle forze politiche? Quel che non deve essere fatto, è accettare lo stesso agone, controbattere con gli stessi mezzi semantici sia pure con argomentazioni diverse od opposte. Secondo Lakoff, infatti, quello che stiamo imparando sulla frame semantics è molto importante in campo politico proprio perché si è scoperto che se si usa lo stesso linguaggio degli oppositori politici, anche se si stanno in realtà sostenendo opinioni contrarie, si finisce per aiutarli, poiché ogni parola è definita rispetto ad un contesto, e ogni contesto è caratterizzato all’interno di un sistema di contesti. Perciò quando si attiva la parola, automaticamente si attiva il suo contesto, il loro intero sistema di contesti e quindi il loro intero sistema di valori. Dunque, quando si usano i contesti di altre persone – anche se per contrastare le loro opinioni – si sta in realtà accettando il loro sistema di valori e di conseguenza li si sta favorendo.

In positivo, cosa dovrebbe fare un neoliberale americano avvertito? “In primo luogo, la cosa più difficile: pensare al di fuori dall‘illuminismo – in termini di visioni del mondo, contesti, metafore, narrazioni eccetera. Imparare ad argomentare con forza ed emotivamente partendo dalla prospettiva morale empatica e responsabile, valorizzando sempre le idee di protezione e rafforzamento. Aver chiaro che queste sono le basi della democrazia. Rinunciare allo schema destra-sinistra ed all’idea di spostarsi a destra per prendere più voti. Cercare punti in comune tra argomenti diversi. Favorire lo sviluppo di pensatoi su questioni cruciali – nei fatti, sviluppare temi dal sistema morale utili al governo ed ai casi specifici. Mai accettare per i suoi temi contesti conservatori, anche argomentando contro, ma offrire del proprio. Smettere di aiutare l’economia neoliberale a livello globale. Se ci si deve compromettere coi conservatori, iniziare la negoziazione dalla propria posizione morale – empatia e responsabilità, non dall’argomento dell’interesse proprio”[1].

Un esempio concreto di come un politico riesca, se vuole, a non farsi imprigionare in contesti che lo sfavorirebbero, è offerto da una partecipazione di Barack Obama ad un programma della CNN, agli inizi della sua campagna, il 2 giugno 2007. Lo intervistava Wolf Blitzer, un lupo travestito da pecora, un commentatore conservatore travestito da osservatore neutrale. barack-obamaLakoff riporta il batti e risposta:
Blitzer: Vorrei alzasse la mano se ritiene che l’inglese dovrebbe essere la lingua ufficiale degli Stati Uniti.
Obama rifiuta di alzarla, si alza in piedi, fa un passo avanti e dice:
Obama: “Questo è il genere di domande fatto apposta per dividerci. Lo so, lei ha ragione. Tutti dovrebbero imparare l’inglese se vivono in questo Paese. Ma la questione non è se le future generazioni di immigranti impareranno o meno l’inglese. La questione è: come possiamo proporre una politica dell’immigrazione al contempo legale e sensibile? E se veniamo distratti da quel tipo di domande, credo che facciamo un cattivo servizio agli Americani”.

Ecco un bell’esempio di come si rifiuta in politica il ricorso a contesti che ci obbligherebbero ad accettare il contesto dell’avversario. E’ ben fatto: lo so, lei ha ragione, ma… e qui si dice quel che dobbiamo dire noi, dal nostro punto di vista, senza contestare l’argomento addotto dall’avversario. Anche adottando questa nuova strategia, Barack Obama ha vinto le elezioni alla Presidenza degli Stati Uniti. E, con ogni probabilità, anche incarnando una serie di narrazioni credibili per la maggioranza degli elettori che alla fine lo hanno scelto, prima nella contesa con Hillary Clinton e poi in quella con John McCain.
In sostanza, oltre che il programma e la delusione diffusa nei confronti dell’Amministrazione uscente, per Obama hanno giocato anche narrazioni vincenti ormai acquisite dagli americani che avevano avuto ed hanno per protagonisti cittadini afro-americani. Negli anni Duemila, molte volte Oprah Winfrey si è confermata come la personalità televisiva più amata.

Jamie Foxx in Ray

Jamie Foxx in Ray

Nel 2005, la scelta popolare tra i film candidati all’Oscar cadde su Ray, la storia di Ray Charles, mentre l’attore più amato fu Jamie Foxx, proprio nel ruolo del cantante. Nel 2006 un altro nero, Tiger Woods, fu nominato Sportivo dell’anno, mentre secondo era Michael Jordan. Tra le donne, Venus e Serena Williams erano prima e seconda.williams-2
E da noi? Possibile che da così tanti anni all’esigenza di Nanni Moretti in Aprile (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra? Anzi, dì qualcosa…”) non si riesca a dare risposta? La nuova Destra italiana è stata capace di sfruttare un sistema di frame creato con razionale pervicacia grazie soprattutto alla televisione, per far breccia nell’elettorato e spostare a destra l’asse della politica italiana.

 


[1] Ivi, pag. 60.

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Narrazioni, biconcettualismo e politica

12 dicembre 2008
11.9.2001 Ground Zero

11.9.2001 Ground Zero

Nell’immaginare e nel vivere una determinata esperienza si attiva la stessa struttura neuronale. L’11 settembre 2001 è stato un evento che ha causato un’enorme paura. Ovviamente, innanzitutto per chi lo ha vissuto in prima persona, ma poi anche per chi lo ha seguito in televisione, o su internet, migliaia di chilometri lontano da NY. Eppure, in migliaia di spot elettorali i Repubblicani hanno ripetuto le immagini delle due torri che si sbriciolavano al suolo, continuando a causare e a diffondere paura. Lo stesso linguaggio adottato negli spot (minaccia, attacco, terroristi) e nella retorica dei Repubblicani può continuare ad evocare paura una volta che i circuiti neuronali si sono fissati nel nostro cervello. In questo modo, c’è chi può fare un uso politico della paura.
Alcuni modelli narrativi, dicevamo,si sono manifestati più capaci di altri di suscitare consenso ed immedesimazione. La narrazione che vede un salvatore accorrere in aiuto di una vittima innocente, si è dimostrato per esempio negli ultimi anni un contesto vincente. Tanto è vero che due Presidenti americani, padre e figlio, vi hanno fatto ricorso a distanza di una decina d’anni.
Nella prima Guerra del Golfo, il primo Presidente Bush ha tentato inizialmente la strada della narrazione autodifensiva: Saddam Hussein stava minacciando gli Stati Uniti, strozzando i suoi oleodotti. I dimostranti pacifisti controbbatterono con lo slogan “No Blood for Oil” [Niente sangue per il petrolio], e funzionò. Un sondaggio tre mesi prima dell’inizio della guerra attestava che gli americani non si sarebbero battuti per il petrolio. Ma che lo avrebbero fatto per salvare qualcuno. Subito dopo il sondaggio, la narrazione presidenziale cambiò, divenendo una narrazione salvifica: bisognava accorrere in aiuto del Kuwait stuprato. La figlia di un diplomatico dell’emirato fu fatta testimoniare di esser stata vittima di uno stupro perpetrato dall’esercito invasore di Saddam. Saddam diveniva così il Bruto, il Kuwait e le sue donne le vittime innocenti e gli Stati Uniti l’Eroe Buono che accorre in difesa.
Inutile dire qui delle realtà che si celavano dietro la narrazione. Ognuno ha le proprie idee politiche.
US-IRAQ-POLITICS-BUSH-SPEECHE’ interessante che lo stesso spostamento accade dieci anni dopo in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Prima, George W. Bush tenta la carta della narrazione dell’auto-difesa: Saddam avrebbe avuto armi di distruzione di massa. Ma dato che gli osservatori ONU non le trovano, la narrazione cambia e diviene ancora una volta una narrazione salvifica: le vittime sono i popoli iracheni, angariati e bombardati dal Bruto Saddam, popoli da salvare portando loro la democrazia e liberandoli dalle torture, dagli stupri, dalla corruzione e dagli omicidi.

La struttura profonda della narrazione resta la medesima: in due guerre diverse (?), con due Presidenti diversi osserviamo lo stesso spostamento narrativo: se un contesto narrativo non funziona, se ne adotta un altro che ha già funzionato. bush-abdullah-holding-handsCiò è stato possibile perché nei cervelli degli americani – secondo la teoria di Lakoff – si danno le strutture limbiche profonde in grado di accogliere casi diversi ma analoghi: “i legami neuronali permanenti permettono che queste strutture narrative generali siano applicate ad ogni nuovo caso particolare”[1].
Nella teoria dello studioso di Berkeley, conservatori e progressisti quindi non hanno solo fini e valori diversi, ma anche differenti modi di pensare. E’ per noi curioso che esista un modo di pensare conservatore ed uno progressista: e come pensa Casini? Secondo Lakoff, quelli che si sentono di centro usano a volte il modo di pensare progressista ed altre quello conservatore. La teoria cognitivista non ammette moderati: non esiste una visione del mondo moderata, nessuno ha un set di idee che caratterizza un “centro” o la “moderazione”: “chi si definisce moderato usa il pensiero conservatore in alcuni ambiti e quello progressista in altri, senza con ciò rientrare in una scala lineare sinistra-destra”[2]. Non solo: secondo Lakoff, il fine ultimo dell’utilizzo della metafora della scala destra-sinistra serve a favorire i conservatori radicali ed a marginalizzare i progressisti. Almeno nei cervelli degli americani ci sono solo due modi di pensare, uno fondamentalmente progressista ed uno fondamentalmente conservatore. Chi è in mezzo, usa entrambi. E’ quello che Lakoff definisce biconcettualismo; vale a dire la capacità del nostro cervello di funzionare secondo una logica in certe occasioni e in altre secondo un’altra. Non si tratterebbe di ipocrisia, ma della reale capacità – frutto ancora una volta dell’organizzazione cerebrale – di separare ambiti diversi.
A lungo ho pensato che l’essere umano moderno occidentale fosse essenzialmente “di destra”. Cioè che i suoi desideri profondi fossero guidati da quel potente motore che è l’istinto di sopravvivenza. Per superare le ragioni del quale ritenevo fossero necessarie mediazioni culturali, un’opera di addomesticamento degli istinti. Al dilemma tradizionale: due uomini davanti ad una mela, se la contenderanno o la spartiranno?, pensavo fosse lecito rispondere: dipende dal loro interesse in quel momento, se converrà loro, la divideranno, altrimenti se la contenderanno. In altri termini, ritenevo prevalesse l’interesse proprio, ancorché modulabile.
Oggi, la scoperta dei neuroni-specchio e la semantica cognitivista potrebbero indurre a modificare la risposta. Empatia e cooperazione sembrerebbero altrettanto naturali dell’argomento dell’interesse proprio[3]. D’altra parte, come proviamo paura nel vedere un delitto o un incidente ad altri, come fosse capitato a noi, allo stesso modo proviamo piacere, facendo cose che risultano gradite agli altri.

neurone

neurone

A questo proposito, Lakoff si sofferma sull’importanza della scoperta (che si deve essenzialmente ad un’équipe italiana) dei neuroni-specchio. È grazie ai neuroni specchio che capiamo intuitivamente se qualcuno è arrabbiato, spaventato o felice. E questo permette di immedesimarsi nelle altre persone, il che suggerisce che l’empatia sia qualcosa di connaturato, e che quindi non sia affatto vero che l’unico istinto “naturale” dell’uomo sia la ricerca e il conseguimento dell’interesse personale. Tutto ciò avrebbe conseguenze morali, politiche ed economiche molto importanti. Sono molte le teorie delle scienze politiche incentrate sulla ricerca dell’interesse personale. Ma non sono vere, e hanno pesanti ripercussioni politiche.
I neuroni specchio hanno anche importanti conseguenze per una teoria del significato. Essi si attivano quando si compie una certa azione, oppure quando si vede qualcun altro compierla. Questo loro comportamento mostra che sono in un qualche modo neutrali tra azione e percezione. E questo è esattamente ciò che il linguaggio è. Ciò significa che è molto probabile che i neuroni specchio siano coinvolti nel significato di tali azioni. Il che sembra dare origine a una teoria del significato secondo cui questo è basato sulla simulazione mentale. In ogni caso, secondo Lakoff è evidente il debito nei confronti degli studi recenti nel campo delle neuroscienze.


[1] G. Lakoff, The Political Mind, cit., pag. 38.
[2] Ivi, pagg. 44-5.
[3] Ivi, vedi pag. 202 e segg.

Il caso ANS

12 dicembre 2008

ap101330310604084252_bigForse, adesso dovremmo essere in grado di capire qualcosa del senso mitico della vita e della morte di Anna Nicole Smith e di come mai ciò abbia a che fare con la politica.
Nel caso della Smith, si danno molte semplici narrazioni ed emozioni ready-made. Mettendo insieme il tutto, si ottengono delle montagne russe di emozioni complesse, ed un intreccio complesso.
La prima narrazione che la sua storia ripropone è quella del poveraccio-che-diventa-ricco. La narrazione stessa è un’icona americana, una versione dell’american dream: l’americano che parte povero e che arriva in alto. Che poi è una versione particolare della narrazione della reinvenzione del sé: in America, reinventarsi è premiante (vedi i casi di Richard Nixon e di Al Gore, recentemente). Anche Vickie Lynn Hogan, una ballerina di topless, si reinventò, dandosi un nuovo nome ed una nuova identità: appunto quella di Anna Nicole Smith.
ans_playboycoverLa catena dei primi fatti: una ragazza qualsiasi, certamente bella, come Anna Nicole viene scelta per apparire nuda su “Playboy”, diventa Playmate of the Year, le viene offerto un contratto miliardario dai jeans Guess? e sposa infine un miliardario vero, anche se vecchio, J. Howard Marshall. E’ più della narrazione del povero-che-diventa-ricco. E’ l’incarnazione dell’americano redento, dell’eroe prima a terra e che sembra un perdente e che poi si rialza e con le proprie forze (ehm…) si strappa dalla condizione subalterna di cameriera, poi di ragazza-madre senza una lira e infine di ballerina di topless. Diviene una celebrità in quanto celebrità, non perché sappia far qualcosa. Secondo tempo: Anna Nicole appare sempre più spesso in televisione, ha perfino un suo programma. Intanto ingrassa a dismisura e a dismisura dimagrisce, fa uso di droghe, ama e sbeffeggia contemporaneamente l’anzianissimo coniuge; perde il figlio adolescente avuto da adolescente per un overdose di metadone, ed infine muore anche lei, sembra per un cocktail di droghe.

Marilyn Monroe

Marilyn Monroe

Perfino la sua morte incarna quindi una delle principali narrazioni standard, simile a quella di Marilyn Monroe, di Jayne Mansfield, di Janis Joplin, per restare alle signore: vivi in fretta, muori giovane. Cosa rende allora ANS una figura tipica? Il fatto di incarnare contemporaneamente tutte queste narrazioni fatte da luoghi comuni ed una serie di contesti tipicamente americani. Quasi come un’icona pop o un personaggio dei fumetti. Come questi ultimi, ANS non aveva una propria realtà indipendente, ha vissuto solo nelle narrazioni e nei contesti nei quali ha trovato spazio.

Jane Mansfield

Jane Mansfield

Le donne dell’America profonda si sono riconosciute nella povera ragazza dal buon cuore e con poca educazione, disposta a giocare le uniche carte che aveva: il proprio corpo e la propria determinazione per diventare famosa e far fortuna.
Anche i suoi difetti rientrano perfettamente in altre narrazioni standard: il suo egoismo straripante, la sua avidità, il suo scarso talento, il suo arrivismo che la indusse a sposare e perfino a fare sesso con un novantenne, la fanno rientrare nella narrazione tipica della “donna avida d’oro”: senza cuore, manipolatrice, disposta a sposare un uomo più vecchio di lei di sessant’anni per denaro, divoratrice di carte di credito in gioielli e vestiti, lontana da lui al momento della sua morte, poi impegnata in un durissimo contenzioso legale col figlio di lui per l’eredità, fino alla Corte Suprema.

Anche la narrazione della “vita spericolata” le si addice. Diciannovenne con un figlio, viene piantata dal compagno e si ritrova a dover usare il proprio corpo per guadagnare, facendo la spogliarellista nei topless bar di Houston. Fa uso di droghe e beve. Viene arrestata per guida in stato di ubriachezza e per rapina. E’ bisessuale, viene anche denunciata da una donna per molestie sessuali.
anna_nicole10_300La sua storia rientra anche nella narrazione di “come sposo un milionario”. Come Marilyn Monroe e Julia Roberts nei loro ruoli famosi, ANS è una ragazza ingenua dal cuore d’oro che un miliardario capisce e rispetta, ed il suo rispetto gli fa vincere il suo cuore.
Insomma, una serie di storie le calzano a pennello. Tutte narrazioni e contesti nei quali gli americani non fanno alcuna fatica ad immedesimarsi.
Ma a proposito della narrazione del redento, ecco il ponte con la politica. Nell’agosto scorso, John McCain e Barack Obama, in quanto candidati alla Presidenza degli Stati Uniti, si sono offerti in pubblico ad una confessione delle proprie colpe passate. McCain ha confessato di sentirsi in colpa per il fallimento del suo primo matrimonio. In effetti, il Senatore repubblicano lasciò la prima moglie dopo che, a causa di un incidente, lei si era imbruttita. Il Senatore dell’Illinois ha confessato invece una colpa giovanile: essersi fatto delle canne da ragazzo.
Già in passato il rito espiatorio aveva visto protagonisti Bill Clinton, infine reo confesso di aver praticato sesso orale con altri dalla propria moglie – colpa lieve questa specialmente, divenuta però gravissima perché lo indusse a mentire di fronte al Congresso; George W. Bush, ha dichiarato i suoi trascorsi di ex alcolista anonimo per affezione al bourbon e di renitente alla leva. In ogni caso, confessare significa per gli Americani dimostrare che non si ha più paura di un passato imbarazzante. Smettere di bere significa allora, per esempio, accreditarsi agli occhi del pubblico come appunto un Redento, colui che non pecca più ma che è passato attraverso il peccato. Ed ogni insuccesso passato diviene testimonianza del suo contrario, della forza di carattere.

Amy Winehouse

Amy Winehouse

Il primo grande successo di Amy Winehouse, di suo piuttosto incline al bere ed alle droghe, si chiamava Rehab, che stava proprio per rehabilitation: anche nel mondo inglese si fa strada la narrazione del peccatore che si redime.
Ma il fatto che si faccia così tanto affidamento sulla capacità del pubblico di riconoscere istantaneamente questi contesti – in questo caso, autoassolutori – e queste narrazioni prova quanto essi siano fisicamente insediati nei nostri cervelli. Secondo Lakoff, non che ci sia nati, ma certo siamo cresciuti esposti a loro e li abbiamo acquisiti come strutture narrative profonde, al punto da conformare una serie di nostre sinapsi. Non riusciamo a capire gli altri se non ricorrendo a queste narrazioni culturali. Ma, il che è più rilevante, non possiamo neppure capire noi stessi, chi siamo, chi siamo stati e dove vogliamo arrivare, senza riconoscere e vedere come ci adattiamo a questi modelli narrativi culturali. Capiamo le figure pubbliche calandole in questi modelli narrativi complessi insediati nei circuiti neuronali del nostro cervello. Ma dobbiamo sapere che essi possono essere attivati e funzionare inconsciamente, automaticamente, in modo riflesso. E vediamo e consideriamo ANS o George W. Bush senza pensare al fatto che il modo in cui li consideriamo non dipende solo e tanto dalle nostre scelte consce, quanto dalle scelte narrative operate dal nostro cervello al di là della nostra consapevolezza conscia.
E allora? Cosa possiamo fare? Secondo Lakoff, dobbiamo sforzarci di rendere l’inconscio cognitivo il più possibile conscio, così da far diventare le decisioni da riflesse, riflettute. Pur sapendo che in un certo senso non possiamo sfuggire al dato; le narrazioni culturali sono nel nostro cervello e ci appartengono, ed è illusorio pensare di valutare qualcuno o qualcosa al di fuori di loro.
Nel che scorgo l’affacciarsi di una contraddizione: dopo aver criticato aspramente, e con ottime ragioni, la razionalità pura del modello di mente illuminista, Lakoff indulge in un tentativo anch’esso tipicamente “illuministico”, come quello di portare a consapevolezza quel che non lo è. Che è poi una critica ormai di scuola rivolta anche alla psicoanalisi: se l’inconscio è tale, come è possibile “dirlo” consciamente? O, più terra terra: se Freud non incorse in un lapsus paragonando l’inconscio allo Zuiderzee, il mare interno degli olandesi da bonificare, possibile che il compito delle forze che si pongono dalla parte della ragione sia sempre quello di dover sottrarre spazio e campo alle emozioni ed alle passioni? D’altra parte, ed in un luogo ben più rilevante della sua opera, Freud ha spiegato di concepire l’inconscio come la parte emersa dell’immenso iceberg costituito dall’inconscio. Immagine che vale assai più della precedente e più in sintonia con questo nostro corso, che intende spinozianamente non creare discontinuità tra ragioni e passioni.

Il fatto è che la politica, ed il campo conservatore soprattutto, ha capito benissimo il ruolo ed il peso dei contesti narrativi: Anna Nicole Smith ne è la prova. Ha capito perfettamente quanto pesante sia il ruolo delle narrazioni e quanto alcune funzionino meglio di altre.

Mente e narrazioni

12 dicembre 2008

Nel primo capitolo di The Political Mind, viene illustrato il funzionamento di base dei processi cerebrali e come la mente politica si attivi attraverso un esempio curioso. L’esempio è assolutamente extrapolitico, colto dall’attualità, anzi dal gossip fiorito intorno ad una persona della quale i media americani si sono occupati per anni: Anna Nicole Smith.

Anne Nicole Smith

Anne Nicole Smith

Che c’entra una ex-coniglietta di Playboy coi nostri discorsi? Risponde David Rieff, tra i più influenti scrittori americani: “non capirete mai come funziona la politica americana , se non capirete Anna Nicole Smith”. Come ha scritto una delle firme di punta del “Washington Post”, Philip Kennicot, “she had gotten under our skin, and taken on a role we didn’t quite realize was so big in the history of marriage, money and sex”[1]. La tesi di Lakoff è che la vita e la morte nel febbraio 2007 di questa trentanovenne, americana come poche, abbiano avuto una così vasta risonanza tra il pubblico perché incarnava una consistente varietà di narrazioni. Vedremo come e perché questo ha a che fare con la politica.
Occorre però prima dire qualcosa sulle narrazioni, o storie, nell’accezione della semantica cognitivista.
Le narrazioni complesse – quelle che troviamo nella storia di ognuno, così come nelle favole, nei romanzi e nei drammi – sono composte a loro volta  di piccole narrazioni dalle strutture molto semplici. Queste strutture sono dette frames o scripts.
I contesti [frames] sono tra le principali strutture cognitive che ci permettono di pensare. Per esempio, quando leggiamo un giallo, ecco una cornice tipica con diversi personaggi: l’assassino, la vittima, i possibili complici, i sospetti, il movente, l’arma del delitto, il detective. C’è poi lo scenario nel quale l’assassino agisce ed è poi scoperto dall’inquirente. Secondo Erving Goffman (creatore della framing theory, autore caro alla generazione post-Sessantottina non foss’altro che per Asylums, il libro che gettò un ponte tra la critica statunitense alle istituzioni totali e la ricerca e la rivoluzione basagliana), tutte le istituzioni sono costituite da contesti. Per esempio, un ospedale: ci sono i medici, gli infermieri, i pazienti, i parenti in visita, le sale operatorie, le TAC eccetera e gli scenari sono quelli che ciascuno di noi può prefigurarsi entrando in un ospedale, come l’accettazione, le visite, il ricovero, le operazioni chirurgiche, eccetera.
[Di recente, alla Posta di piazza Bologna, stavo in fila e dietro di me c’era un papà con un bambino di due-tre anni che chiedeva insistentemente: è vero che questo è un ospedale? Evidentemente, era da poco stato in un ospedale ed il contesto delle Poste (a lui ignoto) tendeva ad essere incasellato dal suo cervello negli schemi creati per accogliere quello dell’ospedale. Il padre rispondeva solo: no, questo non è un ospedale, e il bimbo richiedeva ossessivamente “è vero che questo è un ospedale?”, perché le sue sinapsi cerebrali gli riproponevano quel contesto. Il padre gli avrebbe dovuto rispondere: no, quelli sono impiegati e non medici, questi signori che aspettano come noi stanno bene, non sono malati, eccetera, fornendo cioè nuovi elementi per creare un diverso contesto, un diverso frame].
La struttura dei contesti può però essere violata o forzata e risultare spiazzante: immaginate cosa proveremmo entrando in un ospedale e vedendo che i parenti in visita stanno operando ed i medici siedono invece al banco delle informazioni (con effetto comico o tragico: l’ospedale più pazzo del mondo, oppure la hostess che si trova a dover far atterrare un jet dopo che i terroristi hanno ucciso il pilota). Credo sia per questo che alcuni contesti risultano difficilmente accoglibili da chi ha setting molto rigidi, prefissati: tipicamente, l’idea di una famiglia nucleare con due mamme o due papà e dei figli, invece della più “normale” coppia etero. A suo tempo, il prete in borghese o il topless in spiaggia. In altri termini, reagiamo di fronte a contesti nei quali un elemento caratterizzante viene cambiato. E’ importante reagire, significa che la nostra attenzione nei confronti della realtà è vigile. Dobbiamo anche tener conto che l’introduzione di elementi nuovi in contesti tradizionali a volte è decisa dalla politica. Soprattutto in questi casi occorre che l’attenzione sia desta. Per esempio, la recente decisione del Governo italiano di distaccare tremila militari per l’ordine pubblico.

soldati per strada

soldati per strada

Il contesto della piazza italiana, prima, non prevedeva la presenza – oltre che del gelataio, della chiesa, del vigile urbano, dei negozianti, dei ragazzetti sulle moto, degli anziani sulle panchine, magari dei dropout che in un angolo si facevano – anche dei militari in tenuta operativa e con armi alla mano. Vogliamo farci andar bene che nel contesto generale della piazza italiana s’inserisca anche questo nuovo protagonista, il militare col mitra e la mimetica? Tra qualche mese, forse qualche anno, i nostri bambini potrebbero non chiederci più, entrando in una nostra piazza: “papà, perché quel signore ha un fucile?”.
Perfino le azioni più semplici, come afferrare un oggetto, hanno una struttura contestuale che può essere osservata a livello neuronale. I ruoli sono l’afferrante, l’oggetto afferrato e la parte del corpo usata per afferrare. Lo scenario è basic: il movimento del braccio per acchiappare la cosa, la mano che la tocca e che poi si chiude attorno all’oggetto. Ma contesti molto semplici possono venir combinati per formarne di molto complessi. Le narrazioni semplici hanno la forma di scenari basati su contesti, ma con una struttura extra. C’è un Protagonista. Molte narrazioni si assomigliano. Si danno una serie di ruoli semantici, per i diversi personaggi: l’eroe, la vittima, gli amici, eccetera. Il nostro cervello osserva e registra contesti e scenari e li collega. Ogni neurone ha tra le 1.000 e le 10.000 connessioni in entrata da altri neuroni ed altre 1.000-10.000 connessioni in uscita. Ci sono tra i 10 ed i 100 miliardi di neuroni in un cervello, il che significa che il numero delle connessioni è nell’ordine di trilioni, così come il numero dei circuiti. Molti di questi, sono circuiti connettivi [binding]. La connessione neuronale può creare esperienze emotive. Nell’area del sistema limbico, la parte più antica del cervello in termini evolutivi, ci sono due pathways emozionali con diversi neurotrasmettitori: uno per le emozioni positive (felicità, soddisfazione), il circuito dopaminergico, ed uno per le emozioni negative (paura, ansia e rabbia. Come se il carro alato del Fedro trovasse spazio a livello delle strutture limbiche. In sostanza, “le narrazioni ed i contesti non sono soltanto strutture cerebrali dal contenuto intellettuale, ma piuttosto hanno contenuti integrati tra l’emotivo e l’intellettuale. Il circuito connettivo neuronale offre questa integrazione[2].


[1] Philip Kennicot, The Fantasy of Happily Ever After, “The Washington Post”, 9 febbraio 2007.

[2] Ivi, pag. 28.

Vecchio e nuovo illuminismo

12 dicembre 2008

La ragione di stampo illuminista – quella a torto privilegiata dai democratici e dai progressisti, secondo Lakoff e Westen – avrebbe le seguenti caratteristiche. Sarebbe:

  • – consapevole – sappiamo quel che pensiamo;
  • – universale – la stessa per tutti;
  • – disincarnata – libera dal corpo ed indipendente da percezione ed azione;
  • – logica – consistente con le proprietà della logica classica;
  • – non emotiva – libera dalle passioni;
  • – assiologicamente neutrale – la stessa ragione si applica indipendentemente dai valori;
  • – basata sull’interesse – al servizio dei proponimenti e degli interessi individuali;
  • – letterale – in grado di rendere precisamente un mondo obiettivo, una logica della mente in grado di rendere la logica del mondo.
George Lakoff

George Lakoff

Ma davvero funzioniamo così, si chiede Lakoff? Prendiamo il caso di chi vota contro i propri interessi, una vasta fetta dell’elettorato, in America come in Europa, in particolare in Italia – stando alle analisi sociologiche del dopo-voto che hanno spesso messo in mostra che una percentuale significativa del voto operaio è andata a partiti di destra, espressione tradizionale del ceto confindustriale: bene, secondo Lakoff costoro consentono che quelli che oggettivamente possono essere considerati errori [bias], pregiudizi ed emozioni guidino le loro decisioni.
E ciò si deve al fatto che – come Damasio ha dimostrato (ma prima di lui Spinoza, direi) – la ragione invece richiama l’emozione, ne è il correlato. Come Bodei va dicendo da vent’anni, dovremmo avere a cuore una ragione appassionata e avere confidenza con passioni ragionevoli – non domesticate, appannate, depotenziate. Sullo sfondo, appare ancora irrinunciabile e gonfio di sviluppi il pensiero di Freud, soprattutto quello della seconda topica. E assai feconda di spunti filosofici decisivi la riflessione di Ignacio Matte-Blanco e della sua bi-logica, secondo la quale anche l’inconscio ha una sua logica, diversa ovviamente da quella della mente razionale.
Prima di procedere nell’esposizione delle posizioni di Lakoff, un inciso. Si affaccia qui subito infatti un problema classico: quello del determinismo. Se ammettiamo che le nostre funzioni cerebrali sono tutt’uno con quelle mentali e se il nostro pensare non è disincarnato, come vorrebbe la logica pura di stampo illuminista, allora non ci sarebbe mai possibile cambiare le nostre visioni del mondo morali e politiche a piacimento. Nel senso che modelli di pensiero politico e morale sarebbero determinati dal come funzioniamo coi nostri corpi sia nel mondo fisico che in quello sociale. Cambiare mentalità comporterebbe anche cambiare i nostri cervelli, quasi direi anatomicamente parlando. Un cambiamento di mentalità corrisponderebbe, sinapsi più sinapsi meno, ad un cambiamento neurologico-psichico: questa, grosso modo, la volgarizzazione possibile, ma direi quasi necessaria, che esita dall’impostazione di cui ci stiamo occupando.
lakoff-nytIn effetti, la politica – per quanto possa inquietare questa affermazione – ha molto a che fare col cambiare i cervelli, e con essi la mentalità della gente. Ricorderete i discorsi sessantottini sulla manipolazione delle coscienze? Beh, è peggio: qui – adottando l’ottica di Lakoff – si tratta di mettere mano agli organi che determinano le funzioni, prima che a queste ultime. Consapevoli che in campo avverso fanno lo stesso da tempo e con ottimi risultati – come già aveva compreso Pier Paolo Pasolini, quando denunciava il genocidio culturale dell’Italia perbene – in senso forte.
Se invece ci acquietiamo in una visione settecentesca della mente, allora crederemo che sarà sufficiente mostrare alla gente fatti e cifre affinché prendano la “giusta” decisione. Saremo certi che tutto ciò che è necessario è far vedere in che consistono i loro interessi: la gente allora agirà in modo da massimizzarli da un punto di vista politico. Saremo certi che chiedendo alle persone quali sono i loro interessi, esse ne saranno consapevoli, li enumereranno e voteranno in conformità. Non ci servirà appellarci alle emozioni. Inutile in fondo anche parlare di valori: fatti e cifre saranno sufficienti e parleranno da soli. Inutile anche cercare di cambiare la testa della gente: la loro ragione sarà sufficiente. Chi non ci vota ancora, lo fa per ignoranza, o per corruzione o malafede.
Vi sembra che il ragionamento fili? Eppure, non pochi partiti e movimenti progressisti ragionano ancora proprio in questi termini. E infatti vincono gli altri che non credono – dice Lakoff – in questo meccanismo deterministico.
Queste riflessioni si rispecchiano anche in una serie di domande tipiche che il campo progressista si sente rivolgere da tempo, anche dal proprio interno: perché i Democratici sono così “saputi” ? Cosa li divide al loro interno?
tafazziPerché il “tafazzismo” è di sinistra?  Perché i conservatori sono così più bravi nel diffondere le loro idee? Perché i Democratici statunitensi non sono stati capaci di fare di più, una volta preso il controllo del Congresso, nel 2006 e hanno lasciato che George W. Bush governasse ancora due anni? E più in generale, perché esistono conservatori poveri che votano a destra contro il proprio interesse? Perché non ha mai funzionato un populismo democratico? Perché i candidati democratici presentano una lista di programmi dettagliati, mentre i Repubblicani no?
La risposta è semplice: perché i progressisti tendono a non far propria una mentalità profonda che tenga conto, e si giovi, di una mente in larga misura inconscia, incarnata, empatica, metaforica e solo parzialmente universale. Come ha dimostrato Charles Fillmore, ogni parola è definita relativamente almeno ad un contesto [frame] concettuale. Quel che la semantica cognitivista avrebbe scoperto, e che Lakoff propugna, è che noi pensiamo in termini di sistemi di concetti, sistemi che si adattano, s’incastrano e che compongono senso. Esisterebbe innanzitutto un sistema di metafore primarie, acquisite durante l’infanzia; questo processo avviene grazie al modo in cui l’apprendimento neurale funziona. Per esempio, se tutti i giorni uno versa dell’acqua in un bicchiere e vede il livello salire, ogni singolo giorno il cervello registrerà che quantità e verticalità coesistono: entrambe sono registrate contemporaneamente dal cervello; i due processi sono entrambi attivati allo stesso tempo, ma in zone diverse del cervello. A causa della propagazione dell’attivazione delle loro connessioni a varie parti del cervello e a molti pathway – e attraverso questi – l’attivazione si propaga attraverso le vie metaboliche fino a quando vengono a congiungersi da entrambe le estremità formando circuiti neurali; questi circuiti che si formano sono le metafore. E le persone ne imparano tantissime, semplicemente vivendo nel mondo, semplicemente osservando quali tipi di cose accadono contemporaneamente. Per cui si divertono e si stupiscono quando vedono quel trucco per cui, versando del liquido in un bicchiere, il livello del liquido stesso non sale. Perché, appunto, si aspettano il contrario.
Un Nuovo Illuminismo, a detta di Lakoff, non significherebbe fare a meno della ragione, ma piuttosto capire che nella realtà di tutti i giorni facciamo uso di una ragione reale, una ragione incarnata, configurata dai nostri corpi e dai nostri cervelli e dalle interazioni con la realtà; una ragione che incorpora l’emozione, strutturata in contesti e metafore, immagini e simboli, con il pensiero conscio configurato dal vasto ed invisibile ambito dei circuiti neuronali inaccessibili alla consapevolezza. Cambiare opinione, dunque, implicherebbe un reframing, un risettaggio dei nostri schemi inetrpretativi della realtà. doonesburyreframing
Un Nuovo Illuminismo non farebbe a meno nemmeno delle narrazioni culturali, rimpiazzandole con la fredda, dura ragione. Le narrazioni culturali fanno parte dell’arredamento permanente dei nostri cervelli: sono metafore complesse dell’esistenza, strutture che ci aiutano ad orizzontarci ed a vivere meno difficilmente. Sono i miti, le favole, i proverbi, i luoghi comuni di cui è intessuta la nostra esperienza quotidiana. Tutto ciò non sarebbe destinato a sparire,  ma almeno saremmo consapevoli e riconosceremo che tutti ci viviamo le nostre narrazioni. Sarebbe quindi normale interrogarsi su di esse, ponendo la questione di quanto influenzino la nostra vita e se possiamo metterle o meno da parte.

La mente politica

12 dicembre 2008

rice_athens1150In questi giorni in Grecia sono in corso scontri durissimi tra polizia e manifestanti. La protesta è stata scatenata dall’uccisione di un ragazzo di 15 anni, episodio ovviamente terribile e censurabile. Ma perché non accade lo stesso, che so, in Iraq, dove un giorno sì ed un altro pure scoppiano bombe nei mercati e nelle piazze facendo strage di civili innocenti?  La piazza sembra accendersi quando il surplus timotico di gruppi attinge il livello di saturazione ed ha un innesco violento. Questo surplus si deposita nelle sacche sociali quando non può essere investito altrove, quando non trova banche dell’ira disponibili a capitalizzare l’investimento timotico.
Nel caso greco, evidentemente il PASOK ed i partiti di sinistra estrema non hanno saputo o potuto intercettare il desiderio di riconoscimento di strati della gioventù greca che hanno poi trovato uno sbocco alla loro ira nell’episodio dell’omicidio del ragazzo ad Atene.

Guardiamo adesso alla situazione americana, per capire come sia stato possibile che un Paese che negli ultimi ventiquattro anni aveva eletto solo Presidenti repubblicani, salvo gli otto anni dell’enclave-Clinton, abbia scelto un giovane senatore  afroamericano per la Presidenza degli Stati Uniti più difficile da un punto di vista geopolitico e congiunturale dai tempi di Kennedy.

 “Il sistema immunitario, l’ipotalamo, la corteccia frontale ventro-mediale ed il Bill of Rights hanno la stessa radice”. Questa citazione da L’errore di Cartesio di Antonio Damasio è scelta in esergo da George Lakoff ad un volume recente, dal titolo The Political Mind[1].
Siamo di fronte ad un’ennesima versione del riduzionismo? E perché occuparsi di Lakoff, a questo punto? In fondo, lo studioso di Scienze Cognitive e Linguistica dell’Università di California a Berkeley non è l’unico né il primo a ritenere che cambiamenti sociali e cambiamenti cerebrali siano correlati[2].

George Lakoff

George Lakoff

E che questi ultimi, i meccanismi cerebrali, siano molto sensibili – diciamo così – alle emozioni ed alle passioni. La teoria di Lakoff infatti è costruita intorno a quello che una corrente cognitivista ritiene ormai un dato, che cioè il nostro cervello funzioni in stretta connessione col corpo ed in base a stimoli che il sensorio gli media.
Credo non si tratti di una delle solite posizioni riduzioniste che fioriscono ancora in campo analitico anglosassone e che ambirebbero a derivare dalle scienze cosiddette esatte una verità filosofica. Tuttavia, è indubbio che l’impianto concettuale di Lakoff muova da una scoperta che ha carattere biologico. Vale a dire il fatto che il 98% del pensiero è inconscio: noi saremmo inconsapevoli del 98% delle azioni guidate dal nostro cervello.
Anzi, secondo lo studioso americano sarebbe invero sorprendente se la mente conscia e quella inconscia agissero contemporaneamente: invece, è come se il corpo conservasse un sia pur piccolo, ma irrimediabile vantaggio sulla mente. Viceversa, secondo il cognitivista americano, è ancora assai diffusa l’idea che le persone pensino consciamente di stare decidendo qualcosa in un determinato momento, mentre invece lo hanno inconsciamente già fatto prima. Appunto, il 98% del pensiero è inconscio. Il che vuol dire che il nostro pensare sarebbe in grandissima misura riflesso, nel senso di automatico, incontrollato. Riflesso [reflexive] così come si dice del riflesso di un ginocchio quando è colpito dal martelletto. Il pensiero conscio è invece riflessivo-riflettente [reflective], come quando ci si guarda in uno specchio.
Trattandosi del pensiero in generale, ciò è vero per ogni ambito della nostra riflessione. Il che spiega perché il libro di cui ci stiamo occupando si chiama La mente politica. In altre parole,- secondo il professore californiano, ex consulente politico dei Democratici americani ed attuale consulente del Governo spagnolo di centrosinistra guidato da Zapatero – anche le scelte politiche dipendono in gran parte dalle preferenze inconsce dell’individuo, piuttosto che dalle sue scelte consce.
Dal momento che in questo corso ci occupiamo delle passioni nella post-storia, Lakoff ci offre un’angolazione molto utile per capire in che misura ed in che termini le passioni superstiti, sia timotiche che erotiche, si legano ed anzi fanno tutt’uno con le preferenze politiche.

neuronsyx9Negli ultimi trent’anni è stato scoperto molto riguardo al rapporto tra la mente e il cervello, e ciò avrebbe dovuto ormai – a detta di Lakoff – aver confinato tra parentesi le teorie illuministe al riguardo – e per quel che mi riguarda, anche le teorie riduzioniste, biologizzanti. Secondo Lakoff, invece, la maggior parte della gente non ha idea dei passi avanti che si sono fatti e men che meno gli apparati dei partiti politici (specie in campo progressista) che il più delle volte non valutano con la dovuta attenzione le nuove acquisizioni delle scienze cognitive. Questo comporta diverse conseguenze politiche. L’idea che muove The Political Mind è proprio di favorire una conoscenza della mente che metta in evidenza le sue conseguenze politiche, a vantaggio – lo si dice esplicitamente – del campo progressista, da trent’anni in affanno negli Stati Uniti, almeno prima della clamorosa affermazione di Obama.
obama-changeIl compito forse più importante della scienza cognitiva consisterebbe proprio nello svelare quali tipi di idee derivano da dove, quali sono le loro implicazioni, etc. È per questo che la mancata comprensione della scienza cognitiva da parte dei leader politici, dei loro staff, dei commentatori e dei giornalisti politici ha creato in America – a detta di Lakoff – una situazione disastrosa, almeno dal punto di vista Democratico. I commentatori politici, i giornalisti e gli studiosi hanno per anni usato le metafore e i frame “di destra” come se fossero neutrali, e – senza neanche accorgersene – hanno finito per favorire la linea politica avversaria.
La principale battaglia culturale riguarderebbe quindi, direttamente, il cervello; in particolare verterebbe su come il cervello funziona sotto il livello di consapevolezza: “Secondo il campo progressista, la ragione è consapevole, letterale, logica, universale, non emotiva, disincarnata [disembodied] e al servizio dell’interesse proprio. Come le scienze cognitive e neurologiche hanno dimostrato, quest’idea di ragione è falsa. E, a spanne, ciò è rilevante”[3].
Molto, anzi, perché, assumendo la vecchia idea di ragione illuminista, i progressisti avrebbero di fatto consegnato la mente politica della nazione ai conservatori radicali. Al punto che Lakoff considera in pericolo la stessa democrazia americana: “pericolo che ha le sue radici nel denaro, nel potere, nella struttura sociale e nella storia, ma che scaturisce essenzialmente dal cervello dei nostri concittadini”. In altri termini, il divide, il discrimine, è localizzato nei cervelli, nel modo in cui gli Americani comprendono il loro mondo.

Drew Westen

Drew Westen

In modo sorprendentemente simile, un altro autore statunitense, lo psicologo clinico Drew Westen[4], è giunto alle medesime conclusioni nello stesso periodo di Lakoff in un’opera che, tradotta in italiano, si chiama addirittura allo stesso modo: La mente politica, anche se in inglese suona The Political Brain, il cervello politico. Sentite Westen: “La tesi centrale di quest’opera è che l’idea di mente prediletta da filosofi e studiosi di scienze cognitive, da economisti ed esperti di politica dal XVIII secolo in poi – una mente ‘spassionata’ che prende decisioni soppesando gli elementi a disposizione e ragionando fino a raggiungere le conclusioni più valide – non ha alcun rapporto con il funzionamento reale della mente e del cervello. Quando gli strateghi delle campagne politiche si basano su questa concezione della mente, di solito i loro candidati vengono sconfitti”[5]. Dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, Bill Clinton è stato l’unico democratico rieletto alla Presidenza, mentre soltanto un repubblicano ha fallito la battaglia per la rielezione. Perché? Perché mentre i conservatori sanno che la politica è soprattutto questione di racconti, i democratici parlano alla parte sbagliata del cervello, all’emisfero della razionalità, mentre i leader non si eleggono in base alla valutazione razionale dei programmi, ma soprattutto in base a scelte di carattere emotivo. Prima delle scelte razionali, bisogna conquistare gli stati d’animo. Pesando le parole, ed i gesti. Per esempio: in America, la maggioranza della popolazione non prova simpatia istintiva per  i primi della classe. Tuttavia, la maggior parte dei Presidenti si laurea in università prestigiose, spesso con buoni voti. Ma non lo fa sapere. Mentre lo spot elettorale principale di John Kerry, alle elezioni del 2004, faceva riferimento alla laurea che aveva conseguito a Yale, Clinton – uno degli intellettuali più preparati entrati alla Casa Bianca – non fece mai menzione in alcuno spot di quale facoltà avesse frequentato – che per inciso, era proprio Yale, e aveva anche alle spalle due anni ad Oxford con una borsa Rhodes. Sentite Bush, in occasione delle lauree sempre a Yale nel 2001: “Agli studenti con la media appena sopra della sufficienza dico: anche voi potete diventare un giorno Presidente degli Stati Uniti [risate e applausi]. Una laurea conseguita a Yale vale molto, come ricordo spesso a Dick [Cheney, risate]. Che ha studiato qui, ma se ne è andato un po’ in anticipo. Così adesso lo sappiamo: se ti laurei a Yale diventi presidente, se lasci prima della laurea diventi vicepresidente [grosse risate]”[6]. Sì, perché anche George W. Bush si è laureato a Yale, anche se non tiene affatto a farlo sapere ai suoi elettori. “I dati che la scienza della politica ci fornisce sono limpidissimi: la gente vota per il candidato che suscita i sentimenti giusti, non per il candidato che presenta gli argomenti migliori[7].


[1] George Lakoff, The Political Mind. Why You Can’t Understand 21st-Century American Politics with an 18th-Century Brain, Viking by the Penguin Group, New York 2008.
[2] Un’ampia intervista a Lakoff è online in italiano, in Humana.Mente 4, Febbraio 2008. Al libro di cui ci occupiamo è dedicata soltanto l’ultima parte dell’intervista.
[3] George Lakoff, The Political Mind [TPM], cit., pag. 2.
[4] Westen, laureato ad Harvard, insegna psicologia clinica allo Emory College di Atlanta, Georgia. Con una sua azienda presta consulenze a politici candidati ad elezioni. Vedi http://www.westenstrategies.com/.
[5] Drew Westen (2007), La mente politica, trad. it., Il Saggiatore, Milano 2008, pag. 9.
[6] Cit. in D. Westen, op. cit., pag. 22.
[7] Ivi, pag. 118.

Riassunto

3 settembre 2008
Partiremo da una breve considerazione sulla post-istoria, soprattutto nell’accezione post-hegeliana che ne hanno dato Kojève, Derrida e Fukuyama. Se il vero desiderio è finito, qual è il conatus – avrebbe detto Leibniz – il drive delle nostre passioni, il motore che le accende? E quali strategie contenitive e adattative adotta il soggetto post-storico? Ve ne sono di nuove, di precipue, o sono le classiche? L’analisi della sfera intima di ciascuno, fin dal suo nucleo noggettuale, ci occuperà proprio di rispondere a questa domanda.
Per poi chiederci: in questo tempo, che spazio hanno le passioni e quali sono le passioni del nostro tempo? Non potremo prima, però, fare a meno di ricordare almeno l’universo complesso del pathos da un punto di vista storico-filosofico, prima di occuparci della sua possibile suddivisione, con Sloterdijk, in passioni erotiche e passioni timotiche.
Quindi, passeremo ad occuparci del rapporto tra ragione e passioni. Scoprendo, una volta di più, che passioni e ragione sono da considerarsi insieme. Seguiremo con qualche cura le riflessioni di un linguista cognitivista come George Lakoff, per vedere come le nostre stesse sinapsi cerebrali diano origine a frame che non distinguono ragioni e sentimenti: secondo la framing theory cognitivista, ragioni e sentimenti concorrono allo stesso titolo ad edificare, come mattoni, l’edificio complesso della disponibilità cerebrale ad accettare ed a misurarsi col mondo. Ciò ha un particolare rilievo in campo politico e seguiremo le interessanti suggestioni che Lakoff offre al campo progressista per spiegarne le sconfitte e per progettarne eventuali nuovi successi.
  

 

 

Il rancore sarà il protagonista della parte finale del corso. Sono dell’idea che la filosofia dia il meglio di sé se inserita come un lievito nella pasta dell’attualità. Non calata come una rete sulla realtà, ma amalgamata con essa di modo che la ricchezza delle riflessioni la renda più fluida ed elastica. Molti anni fa, in questa Facoltà, con alcuni amici (tra cui Paolo Vinci ed Edoardo Ferrario) demmo vita ad una rivista, “La ragione possibile”, che aveva una sezione importante dedicata alla “Filosofia della vita quotidiana”. Da allora, spesso i miei corsi ne ripropongono l’ispirazione di fondo: la realtà, senza filosofia, appare opaca e spenta. Anche, e forse soprattutto, discutendo di passioni, il discorso teoretico aiuta a comprendere meglio quel che accade. Nel caso del rancore, spero che il corso crei i presupposti per capire meglio le radici di questo sentimento così diffuso soprattutto al Nord del nostro Paese, al punto da costituire l’asset portante della fortuna di quel che è stato inizialmente un nuovo movimento, e poi partito politico di massa, come la Lega e da costituire un legante fondamentale anche per l’altro fenomeno politico maturato in seno alla destra italiana di fine secolo, cioè il berlusconismo – nelle sue varianti dette Forza Italia, Casa delle Libertà ed infine – almeno ad oggi – Partito delle libertà.