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Nuove e vecchie paure

24 dicembre 2008

La paura è stato l’altro sentimento-principe della svolta degli anni Novanta: paura del nuovo e paura dello straniero. Straniero soprattutto in riferimento a norme, regole, stili di vita consolidati dalla comunità (il più delle volte fittizia). Ai Leghisti, per fare un esempio, non fa tanto scandalo lo straniero di provenienza; che anzi viene spesso integrato nel distretto produttivo, a patto si adegui alle regole. Lo straniero avversario è invece, piuttosto, colui che – per dirla con Marx citato da Bonomi – svolge un’attività senza opera, cioè colui che lavora nelle filiere della conoscenza. Rientrano in questa categoria anche i lavoratori del pubblico impiego, peraltro spesso meridionali. La terziarizzazione viene percepita come parassitismo: come diceva Goebbels, quando sento la parola intellettuale metto mano alla pistola.
lega-nordI connotati e le spiegazioni della Nuova Paura sono molteplici. Innanzitutto, va distinta appunta dalla Vecchia Paura. Il timore diffuso nella nostra società occidentale ed in particolare in Italia dagli anni Ottanta in poi non ha niente a che vedere in prima battuta con la paura del comunismo e con la paura del conflitto atomico che avevano invece dominato la sfera timotica reattiva degli anni Cinquanta-Settanta. Dopo la caduta del Muro, questa paura si sgonfia rapidamente. Non si ha più paura che i cosacchi abbeverino i loro cavalli in piazza San Pietro, né che si rompa l’equilibrio atomico fondato sulla deterrenza tra USA ed URSS.
Su questi sentimenti essenzialmente timotici, che delineano la questione settentrionale come questione pre-politica, si innesta il messaggio politico prima delle Leghe, che occupano lo spazio lasciato vuoto dalla crisi dei grandi partiti di massa del Novecento, DC e PCI in testa, e poi di Berlusconi. Sono infatti le leghe, poi confluite nella Lega Nord, a quotare le paure del Nord al mercato politico, agli inizi attraverso il messaggio della secessione hard.
In questo quadro si inserisce di lì a poco il fenomeno Berlusconi, che interpreta pienamente il dispiegarsi di un individualismo competitivo di carattere essenzialmente antisociale ed aperto ad accogliere un altro punto caratterizzante il berlusconismo, la personalizzazione della leadership; Berlusconi come “presidente della moltitudine“. mondella-bavaglioLa forza di Berlusconi, il suo messaggio, si basa sul potere del chiunque che dà identità al molteplice.
Intanto, emergono sempre più evidenti le difficoltà della maggioranza della sinistra politica, che non riesce a cogliere la specificità del fenomeno leghista, avendo perso capacità interpretativa del cambiamento delle forze produttive e che non comprende appieno il mutamento della composizione sociale nel Nord del Paese, ed è quindi incapace di interpretarne politicamente la domanda. Dentro una crisi verticale di legittimità ed efficacia decisionale della politica, le pulsioni modernizzanti e quelle difensive tornano a divaricarsi e, orfane di una mediazione unitaria, tendono contemporaneamente a corporativizzarsi, a restringere il loro orizzonte. Oppure, sempre più spesso, a tramutarsi in una sorta di guerra civile molecolare tra chi chiede alla politica di accompagnare il proprio desiderio di partecipare alla nuova dimensione globale e chi invece le chiede di (ri)perimetrare il territorio per puntellare una comunità locale che si sente sotto scacco. L’intuito politico di Berlusconi e di Bossi ed il loro gioco di sponda hanno fatto sì che convivessero all’interno del centro-destra entrambe le pulsioni, sia le modernizzanti che le difensive, in un continuo ed efficacissimo gioco delle parti.
Due nuove grandi paure si sono sostituite alle antiche. E la carica della minaccia è divenuta tanto più persecutoria, in quanto in passato il nemico sovietico restava distante. I nuovi nemici, i nuovi altri sono minacciosi come le epidemie medioevali, perché marcino sui nostri confini. Il che produce una nuova geografia dell’immaginario politico, come ha scritto Escobar[1] più di dieci anni fa, che passa dalla metafora materiale, molto materiale del fronte tra Ovest ed Est a quella del limes tra Nord e Sud. L’effetto perturbante dipende dal fatto che il Sud non resta a sud. I nuovi barbari vengono dal Terzo e Quarto mondo e penetrano fin nel Primo. Insomma, da Sud – ma anche da Est – un esercito è in marcia sull’Europa, e – più concretamente – verso i nostri campi e le nostre piazze.
Torna qui il paradosso rilevato da Sloterdijk circa la falsa comunità di soggetti irrelati. Perché lo straniero, il diverso, il barbaro non è che il fantasma della singolarità diversa da sé che non riusciamo ad accettare senza provare paura: “Lo straniero è – o potrebbe rivelarsi – la smentita vivente dell’ovvio, il testimone del fatto che lo spazio domestico ha dei limiti oltre i quali non s’estende la sua rete di significati, il suo ordine. Non solo: suggerisce che quello stesso spazio domestico è pericolosamente abitato da singolarità irriducibili, la cui diversità dimenticata è evocata e portata allo scoperto per analogia con la sua. Ancora: ci fa nascere il dubbio che il banale, già al proprio interno, possa smentirsi e capovolgersi, e che possano smentirsi e capovolgersi la ‘comunità’ e le abitudini che su di esso si fondano. Tutto ciò noi vediamo in lui, che ci appare qualcuno: forse per questo lo riduciamo a qualcosa?”[2].

La seconda, nuova paura degli abitanti del nord è divenuta quella di dover con-dividere con lavoratori “improduttivi” i livelli di benessere acquisiti. La Lega è stata il più formidabile imprenditore politico della paura del Nord, oltre che la sua più efficiente banca dell’ira. Alle centinaia di migliaia di lavoratori spaesati e impauriti, leghismo e berlusconismo hanno rivolto un messaggio semplice ed efficace. Bossi ha promesso identità, sottolineando che il loro riscatto iniziava dall’essere lombardi – dando così un paese a tanti spaesati. Berlusconi invece ha accolto nella sua grande casa tutti gli sfollati dalle fabbriche fordiste dismesse, gli impauriti dagli stranieri in arrivo. La casa delle libertà ha inglobato tutti i capannoni, gli ipermercati, i centri commerciali dell’area pedemontana ed è di fatto divenuta un luogo politico per gli italiani impauriti e rancorosi.

La dissoluzione dell’identità sociale è stata caratterizzata dall’istaurarsi di relazioni “più corte”, circoscritte ad un orizzonte spazio-temporale di più facile controllo. Si ricorre al già noto, alle differenze si sostituiscono criteri di uniformità spacciati per differenze. Ma – come diceva Simone Weil citata da Bonomi – “chi è sradicato sradica“. Il baluardo contro la diaspora delle soggettività, minacciata dallo spaesamento e dall’insensatezza, restava il recupero e la valorizzazione di elementi del passato. Agli inizi degli anni Novanta nel territorio pedemontano italiano e lungo l’arco alpino è tutto un fiorire di sagre, di feste, nel segno di quello che già Eric Hobsbawm aveva definito “l’invenzione della tradizione“: una serie di pratiche nelle quali sia implicitamente automatica la continuità con il passato. L’esperienza di sentirci in qualche modo ‘discendenti’ (dei Celti, dei Druidi, di Federico Barbarossa o dei suoi avversari “comunali”) ci fa sentire meno provvisori (Bonomi, 27). 7La celebrazione del passato (di un passato, scelto ad arte) ci dice che non siamo il prodotto del caso, ma di una storia, quella che ci siamo scelti.
La celebrazione della comunità stessa è al centro di queste ricorrenze fittizie: nel senso che gli elementi del passato, ed altri tratti da tradizioni apparentabili a volte non senza qualche forzatura, solo apparentemente sono l’oggetto della celebrazione, laddove in realtà costituiscono il veicolo di una ritualità che mette al centro la comunità celebrante.
Quest’estate passavo per la Marca trevigiana, uno dei distretti produttivi più ricchi del nord-est. Nella piazza di un paese non piccolo, l’ingresso della sede della Lega era coperto da manifesti di pellerossa. Lo slogan era qualcosa del tipo: loro li hanno rinchiusi nelle riserve, con noi non ci riusciranno. Loro sono evidentemente lo Stato sprecone simboleggiato da Roma ladrona. I nuovi pellerossa sono le genti produttive della Padania veneta, angariate dal centralismo. E’ interessante quindi che la riterritorializzazione -tipico prodotto della volontà nordestina- venga vissuta per converso come se fosse lo Stato a ghettizzare le laboriose comunità padane. Il che spiega in modo non banale quanto il rancore sia un sentimento reattivo, giocato di rimessa. Si nutre rancore (lo si alimenta a rabbia, gli si dà da mangiare risentimento) verso chi ci ha ridotti così: a monte c’è dunque un sentimento di spaesamento e di inadeguatezza ad affrontare un nuovo presente fatto di ruoli incerti, di funzionalità nascenti, di soggetti sociali economici e politici di nuovo conio. Un nuovo presente nei confronti del quale ci si sente inadeguati e che ha un responsabile, che però non siamo mai noi.


[1] Roberto Escobar, Metamorfosi della paura, Il Mulino, Bologna 1997, pag. 26 e segg.
[2] Roberto Escobar, op. cit., pagg. 14-15.

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