Riconoscimento e desiderio

Ira e tempo rende ad Hegel ciò che è di Hegel: perché si deve all’autore della Fenomenologia dello spirito la scoperta della decisività di questa riflessione morale dell’uno nell’altro, richiamando con perspicacia unica l’attenzione su una potentissima fonte di soddisfazione, o di fantasie di soddisfazione: “sul campo della lotta per il riconoscimento, l’uomo diventa quell’animale surreale che rischia la sua vita per dei brandelli colorati, per una bandiera, per una coppa”[1]. La lotta a morte per il puro prestigio, come Hegel definisce il primo gradino dell’autocoscienza, la sfida tra pari, è un tassello importante nel processo d’identificazione personale. Il servo, colui che ha paura della morte, l’apprende vivendo a contatto col signore, con colui che non ha paura. Anche in questo caso, la movenza dialettica tipica del pensare hegeliano ci soccorre, mostrando come la coscienza servile non riesca ad emanciparsi senza assumersi parte della tracotanza signorile. Se ne assume la sostanza, cioè l’habitus per cui il desiderio di riscatto è più forte della paura e strappa quindi il servo all’humilitas della quale pure è impastato. Ma il servo, quando sfamerà il signore e lo saprà, cioè diverrà consapevole della decisività del proprio operare finito per la propria e altrui sopravvivenza, manterrà beninteso quel legame profondo e basso con la naturalità, con la paura e con la morte, superando così la fase narcisistica del signore. In ultimo, il momento signorile della lotta per il puro prestigio resterà nella memoria di carne del servo-padrone. Giacché – come sostengo da  tempo – servo e signore non sono due figure separate, due coscienze opposte, ma due funzioni ancipiti della stessa coscienza umana, ora serva ora signorile.
Sarebbe meglio dunque, aggiunge Sloterdijk, occuparsi del riconoscimento come sentimento essenziale per le relazioni intertimotiche. La stessa intersoggettività (a cui questo stesso insegnamento è dedicato) dovrebbe ripensarsi, considerando i rapporti umani non soltanto in una chiave psicoanalitica (cioè erotico-dinamica, per dirla con Sloterdijk), ma anche alla luce del peso che nelle relazioni hanno le ambizioni. Come aveva già capito Platone, da leggersi sempre di nuovo non solo come erotologo e autore del Simposio, ma anche come psicologo dell’autostima. E qui Sloterdijk elogia Francis Fukuyama in quanto autore di uno “dei più migliori riassunti dei discorsi antichi e nuovi sul thymos, nelle sezioni più ricche di idee di quel bestseller non letto che è La fine della storia”[2]. E’ il Platone del IV libro della Repubblica ad essere valorizzato, per la sua considerazione del thymos come della capacità di mettere la persona contro se stessa; la capacità, o meglio la virtualità, la potenzialità di ciascuno a soddisfare le proprie pretese: la scoperta di Platone consisterebbe “nel richiamare il significato morale dell’autoriprovazione violenta”: solo chi riesce a biasimare se stesso è sulla strada dell’autonomia e potrà autoguidarsi. Certo, in questo modo Platone mette una pietra miliare sulla strada della domesticazione morale dell’ira: i moti dell’animo ottengono cittadinanza nella città dei filosofi.


[1] Peter Sloterdijk, Ira e tempo, cit., pag. 31.

[2] Ivi, pag. 32.

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2 Risposte to “Riconoscimento e desiderio”

  1. Adrian Says:

    Alcune riflessioni sulla lezione di oggi:

    Innanzi tutto vorrei condividere con voi l’ira che scaturisce dalla mancanza di riconoscimento del mio diritto a seguire tranquillamente la lezione da parte di quegli studenti che a partire dalle cinque (dalle cinque!!!) iniziano ad entrare in aula e poi ad uscire, rientrare, cambiare posto, parlottare, far squillare il cellulare e quant’altro. Giuro che oggi ad un certo punto avrei voluto alzarmi ed urlare. In quale banca posso mettere a capitalizzare quest’ira per evitare che lunedì prossimo si trasformi in furore e mi faccia prendere a capocciate qualcuno di quei maluducati?

    In secondo luogo, alla frase: “Servo e Signore sono due funzioni ancipiti della stessa autocoscienza” mi è venuto in mente questo collegamento:

    http://it.youtube.com/watch?v=aWfpPd5pfmw&feature=related

    vi sembra appropriato?

    Infine il discorso sull’insensatezza di azioni unilaterali in un mondo globalizzato mi ha riportato alla mente l’analisi del professor Johan Galtung sulla differenza tra violenza diretta e violenza strutturale.
    In questo sito

    http://muntu.wordpress.com/2003/11/01/5-johan-galtung-e-l11-settembre/

    ho trovato la seguente citazione:

    “Tra gli aspetti centrali del pensiero di Galtung c’è un’analisi della violenza che sottolinea in particolare il ruolo della violenza strutturale e culturale. Per violenza strutturale Galtung intende quelle realtà di ingiustizia, sfruttamento, povertà, che costringono gli individui a vivere in situazione di notevole disagio, senza che apparentemente nei loro confronti venga compiuta alcuna violenza. La violenza culturale è invece tutto ciò che fa parte dei nostri universi simbolici (religione, filosofia, arte, scienza) e che giustifica, promuove, esalta la violenza diretta o strutturale”.

    In quest’altro sito invece c’è una recensione del libro di Galtung

    http://www.peacelink.it/pace/a/15273.html

    Un saluto a tutti

    Ci si vede lunedì

    Adrian

  2. Adrian Says:

    Alla frase: “Servo e Signore sono due funzioni ancipiti della stessa autocoscienza” mi è venuto in mente questo collegamento:

    http://it.youtube.com/watch?v=aWfpPd5pfmw&feature=related

    che ne dite, vi sembra appropriato?

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