Forza e onore?

Il trait d’union tra la parte erotica dimidiata (ora vedremo perché e da che) del consumatore postmoderno (consumatore anche di politica, beninteso) e la parte timotica mancante sarebbe (o meglio: avrebbe potuto essere) il desiderio di riconoscimento, nella formula hegeliana, il desiderio di essere desiderato dall’altro – per dirla con Kojève. Perché anche il desiderio antropogeno, insomma: il desiderio non di cose, ma di rapporti, pertiene alla funzione erotica dell’anima – se proprio vogliamo mantenere la distinzione platonica. Ma il suo non avere un oggetto, o meglio: il fatto che l’oggetto di questo particolarissimo desiderio sia un altro soggetto, lo sottrae alla sfera meramente economica. Il desiderio di essere riconosciuto per quel che si è (in classe, in ufficio, dal partner, dall’avversario politico) ha già a che fare con i sentimenti timotici dell’onore, dell’orgoglio, dell’amor proprio. Ma proprio questo tratto della funzione erotica dell’anima (chiamiamola così) umana, la funzione relazionale, reciprocamente riconoscente, è mortificata nell’homo oeconomicus postmoderno.

L’insoddisfazione che il consumatore di oggi sente crescere dentro di sé e nella società, anche a livello microsferico, può dipendere quindi principalmente da due motivi. L’origine potrebbe essere proprio la banalizzazione e la mortificazione della sua funzione antropogena, cioè del suo desiderio di riconoscere e di essere riconosciuto. Oppure, o anche, potrebbe derivare dal non poter soddisfare le proprie virtualità timotiche.
Con piena ragione, Sloterdijk sostiene che è stata la scienza politica a soffrire di più dell’approccio difettoso dell’antropologia psicologica dell’Occidente. Le sarebbe mancato un  intero set di assiomi e concetti che sarebbero stati adeguati alla natura del suo oggetto. Anche se nella sostanza si comprende quel che Sloterdijk sostiene e se ne colgono le ragioni, non si può non notare come una parte dello schieramento politico abbia cercato più della parte avversa di recuperare almeno in parte alla mancanza.

Nella politica degli ultimi cento anni, la Destra, più spesso che non la Sinistra, si è appropriata del parco dei sentimenti timotici mettendolo a disposizione dell’utenza; il più delle volte però senza che a quei sentimenti corrispondesse più l’oggetto reale, l’investimento oggettivo. Operando un dislocamento, e così ritualizzando il parco dei sentimenti timotici: si onora l’onore, come i giapponesi (visti da Kojève) onoravano il Senso.
Si comprende meglio allora perché risuona nelle Curve di tutt’Italia[1] il motto di Massimo Decimo Meridio, il Gladiatore: Forza e Onore e come mai aprano sezioni del Partito della Libertà con questo nome. forza-e-onore-e-pdlCi s’inchina ai sentimenti timotici vissuti come propri di una tradizione di cui si onorano la forma e le apparenze, senza rinnovarne la memoria ed evitando accuratamente di riproporne le soggettività che ad essa aderivano. Gli stessi sentimenti cristiani (misericordia, senso di fratellanza, carità, amore per il prossimo e per se stessi) vengono onorati sovente secondo le ritualità del culto, senza che si aderisca minimamente al loro spirito, e senza minimamente condividerne il credo, ça va sans dire, come nel caso del fenomeno dell’ateismo devoto.
Su un piano solo leggermente diverso, si pensi alla fortuna di film come Il gladiatore, almeno sorretto dalla maestria registica di Ridley Scott,  e di film francamente trash come Troy, con Brad Pitt nei panni succinti di un improbabile Achille, e di 300, la riproposizione in chiave involontariamente grottesca della vicenda di Leonida ed i suoi alle Termopili, divenuto un cult movie tra i giovani di destra in Europa [2].


[1] Una search con Google per “forza e onore” frutta una serie impressionante di URL di blog e forum: dai siti della tifoseria romanista, a quelli del Bloccostudentesco ed alla estrema destra.

[2] Peraltro, di 300 gronda la rete. Il film, in origine, nacque come trasposizione filmica di un cartoon di successo, del quale riprese le tavole, fotogramma per fotogramma.

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2 Risposte to “Forza e onore?”

  1. Adrian Says:

    Un analisi interessante del disagio del consumatore postmoderno è quella del professor Johan Galtung, che descrive quella che lui chiama “violenza strutturale”. Io, per capirci, la identifico con il comportamento di quelle aziende che affidano il compito di accogliere i reclami a call center esterni.
    Quando chiamo per protestare contro qualcosa che non funziona e mi risponde un precario che non sa nulla dell’azienda per cui lavora, la sensazione di impotenza prende il sopravvento perché non so nemmeno con chi sfogare la mia ira.
    Chiaramente Galtung spiega questo concetto molto meglio di me: in questo sito

    http://muntu.wordpress.com/2003/11/01/5-johan-galtung-e-l11-settembre/

    ho trovato la seguente citazione:

    “Tra gli aspetti centrali del pensiero di Galtung c’è un’analisi della violenza che sottolinea in particolare il ruolo della violenza strutturale e culturale. Per violenza strutturale Galtung intende quelle realtà di ingiustizia, sfruttamento, povertà, che costringono gli individui a vivere in situazione di notevole disagio, senza che apparentemente nei loro confronti venga compiuta alcuna violenza. La violenza culturale è invece tutto ciò che fa parte dei nostri universi simbolici (religione, filosofia, arte, scienza) e che giustifica, promuove, esalta la violenza diretta o strutturale”.

    In quest’altro sito invece c’è una recensione del libro di Galtung

    http://www.peacelink.it/pace/a/15273.html

    Un saluto a tutti

    Ci si vede lunedì

    Adrian

  2. Adrian Says:

    Tra l’altro Galtung concorda con l’idea che il Buddismo possa contribuire alla creazione di un mondo pacifico. Vedi il suo libro
    “Buddhismo, una via per la pace”

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