Riassunto

3 settembre 2008
Partiremo da una breve considerazione sulla post-istoria, soprattutto nell’accezione post-hegeliana che ne hanno dato Kojève, Derrida e Fukuyama. Se il vero desiderio è finito, qual è il conatus – avrebbe detto Leibniz – il drive delle nostre passioni, il motore che le accende? E quali strategie contenitive e adattative adotta il soggetto post-storico? Ve ne sono di nuove, di precipue, o sono le classiche? L’analisi della sfera intima di ciascuno, fin dal suo nucleo noggettuale, ci occuperà proprio di rispondere a questa domanda.
Per poi chiederci: in questo tempo, che spazio hanno le passioni e quali sono le passioni del nostro tempo? Non potremo prima, però, fare a meno di ricordare almeno l’universo complesso del pathos da un punto di vista storico-filosofico, prima di occuparci della sua possibile suddivisione, con Sloterdijk, in passioni erotiche e passioni timotiche.
Quindi, passeremo ad occuparci del rapporto tra ragione e passioni. Scoprendo, una volta di più, che passioni e ragione sono da considerarsi insieme. Seguiremo con qualche cura le riflessioni di un linguista cognitivista come George Lakoff, per vedere come le nostre stesse sinapsi cerebrali diano origine a frame che non distinguono ragioni e sentimenti: secondo la framing theory cognitivista, ragioni e sentimenti concorrono allo stesso titolo ad edificare, come mattoni, l’edificio complesso della disponibilità cerebrale ad accettare ed a misurarsi col mondo. Ciò ha un particolare rilievo in campo politico e seguiremo le interessanti suggestioni che Lakoff offre al campo progressista per spiegarne le sconfitte e per progettarne eventuali nuovi successi.
  

 

 

Il rancore sarà il protagonista della parte finale del corso. Sono dell’idea che la filosofia dia il meglio di sé se inserita come un lievito nella pasta dell’attualità. Non calata come una rete sulla realtà, ma amalgamata con essa di modo che la ricchezza delle riflessioni la renda più fluida ed elastica. Molti anni fa, in questa Facoltà, con alcuni amici (tra cui Paolo Vinci ed Edoardo Ferrario) demmo vita ad una rivista, “La ragione possibile”, che aveva una sezione importante dedicata alla “Filosofia della vita quotidiana”. Da allora, spesso i miei corsi ne ripropongono l’ispirazione di fondo: la realtà, senza filosofia, appare opaca e spenta. Anche, e forse soprattutto, discutendo di passioni, il discorso teoretico aiuta a comprendere meglio quel che accade. Nel caso del rancore, spero che il corso crei i presupposti per capire meglio le radici di questo sentimento così diffuso soprattutto al Nord del nostro Paese, al punto da costituire l’asset portante della fortuna di quel che è stato inizialmente un nuovo movimento, e poi partito politico di massa, come la Lega e da costituire un legante fondamentale anche per l’altro fenomeno politico maturato in seno alla destra italiana di fine secolo, cioè il berlusconismo – nelle sue varianti dette Forza Italia, Casa delle Libertà ed infine – almeno ad oggi – Partito delle libertà.

Spinoza nel Porcile

3 settembre 2008

 

Una delle opere teatrali più controverse di Pier Paolo Pasolini è senza dubbio Porcile. Si tratta di un dramma teatrale, pubblicato nel 1968, dal quale Pasolini trasse anche un film uscito poi tra gli strepiti della censura l’anno successivo.
Nel decimo episodio della versione teatrale, Pasolini fa incontrare in sogno Julian – il protagonista principale – e Spinoza. Sì, Spinoza il filosofo. Si tratta di un incontro e di un colloquio rilevanti, perché nella tragedia teatrale la presenza e le parole di Spinoza danno alla morte di Julian un significato che nel film non è altrettanto chiaro. Nel film, infatti, Spinoza non compare.
L’opera è divisa in due episodi, o in due parti, continuamente intrecciate. Nella prima, si racconta di un cannibale, prima, e poi di un gruppo di cannibali che – su di un vulcano – attaccano e divorano gli Altri. Fino alla sconfitta, ovviamente: la trasgressione non paga fino in fondo. Il secondo episodio è la storia di una famiglia di industriali tedeschi – i Klotz – nella Germania del secondo dopoguerra. Il padre-padrone finisce con l’allearsi col suo maggior concorrente (nel film, Ugo Tognazzi), mentre il figlio Julian (interpretato da Jean-Pierre Léaud, l’attore simbolo della nouvelle vague) non riuscirà ad amare che dei maiali, fino a farsi sbranare da loro.

PPP ai tempi di Porcile

PPP ai tempi di Porcile

Nel dramma teatrale le parole di Spinoza aiutano ad illuminare il senso dell’atto di Julian di sacrificarsi ai maiali. Spinoza viene scelto da Pasolini proprio perché si è occupato del rapporto tra ragione e passioni. Il filosofo borghese Spinoza si rivolge al borghese Julian con una mozione degli affetti e lo invita a tornare in seno alla famiglia, alla società, poiché razionalmente solo quello è il luogo dove è possibile «la libertà dell’eresia e della rivoluzione». Occorre far parlare ragioni e passioni. Altrimenti, come per il santo eremita cannibale dell’altro episodio, non resta che il sacrificio, l’atto di sentimento, passionale, corporeo: quell’atto che si sta accingendo a compiere Julian dandosi in pasto ai maiali, e che il personaggio Spinoza assimila alle azioni dei santi che «hanno predicato / senza dire una parola – col silenzio, / con l’azione, con il sangue, con la morte»[1].
Uno Spinoza che assomiglia via via sempre di più al Pasolini degli anni Sessanta spiega a Julian che “se il terreno di confronto è la mera Ragione, la Ragione avalla sempre il diritto del più forte […]. Dal dominio totalitario della Ragione tecnocratica ci si libera solo attraverso il recupero del sacro, dell’Altro. È solo la pura vita, ciò che è prima e dopo dei gesti e delle parole, a poter superare il totalitarismo tecnocratico, vita a cui il senso appartiene da sempre”[2].
La vita informa ragione e sentimenti e ne costituisce lo sfondo ineliminabile, la Terra.


[1] Matteo Gilebbi. Orgia di parole. Suggestioni su ritualità e linguaggio in Pier Paolo Pasolini, University of Wisconsin-Madison, Spring 2007, pag. 18, https://mywebspace.wisc.edu/gilebbi/web/Papers/Pasolini_Orgia_parole_paper2007.pdf

[2] Serafino Murri. Pier Paolo Pasolini, Editrice Il Castoro srl, Milano, pag. 112.